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Denuncia violenza sessuale a lavoro, ma giudici chiedono archiviazione: “Sotto il seno non è zona erogena”

Denuncia violenza sessuale a lavoro, ma giudici chiedono archiviazione: “Sotto il seno non è zona erogena”
tribunale giustizia

Secondo quanto raccontato dalla vittima gli episodi andavano avanti dal 2013

Una donna lavoratrice di 51 anni aveva denunciato il suo superiore per episodi di violenza e molestie sessuali, ma la Procura di Biella ha chiesto l’archiviazione del caso: i giudici hanno affermato che nella denuncia della cinquantenne non è chiaro se l’uomo l’abbia toccata sul seno, considerato “zona erogena“, o appena sotto, “zona non erogena”.

“Non è chiaro se il toccamento, avvenuto in maniera repentina”, sia stato sul seno o immediatamente sotto“, spiegano i giudici. Un’imprecisione che ha spinto i giudici a chiedere l’archiviazione, forti anche di ulteriori imprecisioni che la donna avrebbe descritto in una querela presentata per un altro episodio di violenza: in due passaggi diversi la cinquantunenne raccontava che l’uomo prima “le sfiorava il fondoschiena” e poi “in maniera lasciva appoggiava e toccava con la mano il fondoschiena“. 

Le avances del superiore ed i motivi della richiesta d’archiviazione

Secondo quanto raccontato dalla donna le “condotte mobbizzanti e persecutorie” andavano avanti fin dal settembre del 2013 quando la 51enne avrebbe respinto le avances del suo superiore il quale avrebbe manifestato atteggiamenti confidenziali, battute inopportune, riferimenti sessuali e richieste di prestazioni sessuali come “Me la dai?”, “Mi pensi durante i fine settimana”. Un giorno, inoltre, l’uomo si sarebbe abbassato i pantaloni con la “scusa di mostrare il rigonfiamento della propria ernia inguinale”, restando in mutande e facendo scappare in bagno la dipendente. Nel 2024 la donna ha presentato le dimissioni proprio per i fatti di molestie avvenuti e quattro mesi dopo, a luglio, aveva deciso di presentare denuncia. Una decisione “tardiva” hanno sottolineato i giudici che hanno anche aggiunto che l’accusa di maltrattamenti non starebbe in piedi dato che un’azienda con oltre 40 dipendenti è “un luogo di lavoro, non un ambiente familiare o para-familiare“.

La donna ha spiegato che non aveva denunciato prima per paura di perdere il posto di lavoro dopo che nel 2017 a causa di un infortunio sul lavoro e alla diagnosi di sclerosi multipla era stata costretta a periodi di inattività e cambi di mansioni. A pesare per la donna i pochi testimoni: l’unica sarebbe stata un’altra collega che ascoltata nel settembre 2024 avrebbe detto che la donna sarebbe stata “presa di mira” dall’uomo notando “atteggiamenti e richieste che andavano oltre il rapporto di lavoro”. I giudici hanno valutato il racconto vago e “non collocabili nel tempo e nello spazio”. 

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