ROMA – L’Italia continua a formare dottori di ricerca con livelli di qualificazione molto elevati, ma la distribuzione territoriale delle opportunità e dei percorsi professionali resta fortemente squilibrata. I dati dell’indagine Istat sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca nel 2025 mostrano un sistema con tassi di occupazione molto alti ma anche con una mobilità territoriale molto intensa, che riguarda soprattutto il Mezzogiorno e in modo evidente la Sicilia.
Sicilia: cala la presenza dei ricercatori dopo il dottorato
Proprio la Sicilia rappresenta uno dei casi più significativi per comprendere questo fenomeno. Nei dati sulla provenienza territoriale dei dottori di ricerca italiani, la regione pesa per il 6,47% del totale, una quota in linea con il peso demografico dell’Isola nel Paese. Tuttavia la presenza dei dottori di ricerca siciliani diminuisce sensibilmente quando si osserva la loro collocazione nel mercato del lavoro negli anni successivi al conseguimento del titolo. Nelle rilevazioni seguenti la quota scende infatti al 4,1%, fino ad arrivare al 3,75% nelle fasi più avanzate dell’inserimento professionale. Questa riduzione nel tempo è uno degli indicatori più evidenti della difficoltà della regione nel trattenere personale altamente qualificato. In altre parole, una parte consistente dei ricercatori formati in Sicilia tende a lasciare l’Isola per proseguire il proprio percorso professionale altrove, in altre regioni italiane o all’estero.
Mezzogiorno e mobilità territoriale: numeri del fenomeno
Il fenomeno si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda l’intero Mezzogiorno. Nel 2025 meno di un quinto dei dottori di ricerca vive nelle regioni meridionali: la quota si ferma infatti al 19,8%, mentre la maggioranza risiede nelle regioni del Centro-Nord. Il 41,4% vive nel Nord Italia e il 27,7% nelle regioni centrali. Il divario territoriale emerge anche osservando dove vengono conseguiti i titoli di dottorato. Negli ultimi anni gli Atenei del Nord hanno rafforzato il proprio peso nel sistema universitario italiano: nel 2021 quasi il 47,3% dei dottori di ricerca ha conseguito il titolo in Università settentrionali, mentre negli Atenei del Mezzogiorno si ferma poco sopra il 22%. Ciò significa che molti giovani provenienti dal Sud, inclusa la Sicilia, scelgono già durante il percorso accademico di trasferirsi verso università del Centro-Nord, dove spesso esistono maggiori opportunità di ricerca, finanziamenti più consistenti e collaborazioni più strette con il sistema produttivo.
Dopo il dottorato: il 45% lascia il Sud per lavoro
La mobilità territoriale dopo il dottorato accentua ulteriormente questo squilibrio. Nel complesso, nel 2025 circa il 39,7% dei dottori di ricerca vive in una regione diversa da quella di provenienza oppure all’estero. Ma il fenomeno è molto più intenso tra chi proviene dal Mezzogiorno. In questo caso quasi il 45,5% dei dottori lascia la propria regione di origine, una percentuale nettamente più alta rispetto al 30,9% registrato tra chi proviene dal Nord e al 27,5% tra chi proviene dal Centro Italia.
Dove vanno i dottori: Nord Italia ed estero
Anche la direzione degli spostamenti è significativa. Tra i dottori che lasciano il Sud, il 39,1% si trasferisce nelle regioni settentrionali, il 34,8% si sposta verso il Centro e il 20,4% sceglie direttamente l’estero. Solo una quota molto ridotta, pari al 5,7%, si sposta verso un’altra regione del Mezzogiorno. Questo significa che il Sud tende a perdere capitale umano altamente qualificato senza che vi sia una significativa redistribuzione interna tra le regioni meridionali. Nel caso della Sicilia, questi flussi contribuiscono a spiegare il progressivo calo della presenza dei dottori di ricerca originari dell’isola nelle rilevazioni successive al titolo. La regione continua a formare ricercatori e studiosi altamente qualificati, ma il sistema economico e scientifico locale fatica a offrire opportunità sufficienti per trattenerli.
Occupazione alta ma lavoro precario per i dottori
Nonostante queste differenze territoriali, i livelli occupazionali dei dottori di ricerca restano estremamente elevati. A quattro o sei anni dal conseguimento del titolo lavora il 96,1% dei dottori di ricerca, un valore molto più alto rispetto al tasso medio di occupazione della popolazione italiana tra i 15 e i 64 anni, che si aggira intorno al 62%. Questo dimostra che il dottorato rappresenta uno dei percorsi formativi con le migliori prospettive lavorative. Tuttavia emergono anche alcune criticità legate alla qualità e alla stabilità del lavoro. Circa il 34,4% dei dottori occupati lavora con contratti a tempo determinato, mentre meno della metà, il 49,3%, trova impiego direttamente nelle università o negli enti di ricerca. Gli altri lavorano nella pubblica amministrazione, nella scuola o nel settore privato, in particolare nell’industria e negli istituti di ricerca privati.
Estero e stipendi: il peso della retribuzione
Un altro elemento rilevante riguarda la mobilità internazionale. Circa il 10,4% dei dottori di ricerca italiani lavora all’estero, con destinazioni principali in Germania, Stati Uniti, Francia e Svizzera. Anche in questo caso la scelta è spesso legata a opportunità di carriera più favorevoli e a retribuzioni più elevate. La differenza salariale è infatti molto marcata. Tra i dottori che lavorano all’estero, circa la metà percepisce oltre 3.500 euro netti al mese, mentre tra chi lavora in Italia solo il 7,4% raggiunge livelli retributivi analoghi. Questo gap economico rappresenta uno dei fattori che spingono molti giovani ricercatori a cercare opportunità fuori dal Paese.
Sicilia e sviluppo: investimenti in ricerca decisivi
Per regioni come la Sicilia il fenomeno assume quindi una doppia dimensione: da un lato la migrazione verso il Centro-Nord, dall’altro la scelta di intraprendere una carriera internazionale. Le cause di questo squilibrio sono molteplici e riguardano soprattutto la distribuzione degli investimenti in ricerca e sviluppo. Le regioni settentrionali concentrano la maggior parte delle imprese innovative, dei poli tecnologici e dei centri di ricerca collegati al sistema industriale. Questo crea un mercato del lavoro molto più dinamico per i ricercatori e aumenta la capacità di attrarre e trattenere talenti. Nel Mezzogiorno, invece, il numero di strutture di ricerca e di imprese ad alta tecnologia è più limitato. Di conseguenza molti giovani altamente qualificati sono costretti a spostarsi per trovare opportunità professionali adeguate al proprio livello di formazione.
Conclusioni: capitale umano da trattenere
Nel caso della Sicilia, dunque, i dati non indicano una carenza di capitale umano qualificato. Al contrario, la regione contribuisce in modo significativo alla formazione dei dottori di ricerca italiani, come dimostra il 6,47% di provenienza iniziale. Il problema principale riguarda la capacità del territorio di trattenere queste competenze nel lungo periodo, come dimostra la progressiva riduzione della presenza dei dottori siciliani al 4,1% e poi al 3,75% nelle fasi successive della carriera.
Investimenti nella ricerca, rafforzamento delle Università, sviluppo di poli tecnologici e maggiore integrazione tra mondo accademico e imprese potrebbero rappresentare strumenti fondamentali per invertire questa tendenza. Senza un rafforzamento di queste condizioni, il rischio è che il divario tra Nord e Sud continui ad ampliarsi, con regioni come la Sicilia che continuano a formare giovani altamente qualificati ma non riescono a trattenerli.

