L’isola dei tempi sospesi: Palermo e la zavorra burocratica che frena lo sviluppo. In un’economia globale che si muove ad estrema velocità, la Sicilia continua a fare i conti con un orologio che sembra girare al rallentatore. L’ultimo rapporto dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, elaborato sui dati della Banca Mondiale (la principale organizzazione internazionale per il sostegno allo sviluppo e la riduzione della povertà), disegna un quadro a tinte fosche per l’Isola, prendendo Palermo come parametro di riferimento per misurare l’efficienza della macchina pubblica. Quello che emerge non è solo un ritardo procedurale, ma una vera e propria barriera invisibile che scoraggia l’iniziativa privata e soffoca la competitività del territorio.
L’edilizia, che disastro
Il cuore del problema risiede nel settore dell’edilizia produttiva, considerato da sempre la cartina di tornasole della vitalità economica di una regione. Per un imprenditore che decide di scommettere sul capoluogo siciliano, la costruzione di un capannone commerciale si trasforma in una corsa a ostacoli lunga ben 205 giorni. Si tratta di quasi sette mesi trascorsi tra uffici, timbri e verifiche, un tempo che supera la già gravosa media nazionale di 198 giorni. Questo divario non è solo un numero su una tabella, ma rappresenta una perdita di opportunità: mentre a Cagliari un progetto simile vede la luce in poco più di quattro mesi, a Palermo il cantiere resta bloccato dalla burocrazia per oltre la metà dell’anno.
Tessuto economico fragile
Il paradosso siciliano si fa ancora più evidente quando si osserva il resto della penisola. Sebbene Palermo non detenga il primato negativo assoluto – superata dai 220 giorni necessari a Milano e Napoli – la lentezza amministrativa nell’Isola assume un peso specifico maggiore a causa di un tessuto economico più fragile. Nelle grandi metropoli del Nord, la velocità del mercato riesce talvolta a compensare le inefficienze pubbliche, mentre in Sicilia il ritardo della Pubblica amministrazione finisce per agire come una vera e propria “imposta occulta”, drenando risorse che potrebbero essere destinate all’innovazione o all’occupazione.
Scricchiola anche la giustizia
Non meno critica appare la situazione sul fronte della giustizia civile, un pilastro fondamentale per garantire la certezza del diritto a chi fa impresa. Se un contrasto commerciale nasce a Palermo, la sua risoluzione richiede tempi che mettono a dura prova la sopravvivenza stessa delle aziende coinvolte. Mentre la media italiana per chiudere una disputa in primo grado si attesta intorno ai 600 giorni, nel capoluogo siciliano il traguardo si sposta sensibilmente in avanti: per arrivare a una sentenza di primo grado ci vogliono 900 giorni. Questo rallentamento ha un effetto domino devastante: un’azienda che non ottiene giustizia in tempi certi è un’azienda che non può pianificare, che fatica a ottenere credito e che, in ultima istanza, preferisce investire altrove.
Paese a più velocità
L’analisi dei dati evidenzia come l’Italia sia un Paese a più velocità, dove a parità di norme nazionali la loro applicazione produce risultati drammaticamente divergenti. In Sicilia, il peso della burocrazia è tale che l’alta dirigenza delle imprese deve dedicare una fetta consistente del proprio tempo lavorativo solo per gestire i rapporti con lo Stato, sottraendo energie preziose alla strategia aziendale. In un contesto dove la crescita del Pil regionale per il 2026 è stimata appena sopra lo zero, questa inefficienza strutturale rischia di trasformarsi in una condanna alla stagnazione.
I grandi nodi siciliani
Il confronto con le eccellenze nazionali e internazionali rende la sfida ancora più urgente. Se nel Nord Europa i processi di digitalizzazione hanno ridotto ai minimi termini l’interazione fisica con gli uffici, a Palermo e nel resto della Sicilia il fattore umano e la complessità dei passaggi cartacei restano nodi gordiani difficili da recidere. La strada per la ripresa non può dunque che prescindere da una radicale riforma della macchina amministrativa che riporti il cittadino e l’impresa al centro del sistema, trasformando la burocrazia da freno a motore dello sviluppo. Senza un deciso cambio di passo, il rischio è che il divario tra la Sicilia e il resto d’Europa continui ad allargarsi, rendendo l’Isola un luogo dove il futuro è sempre costretto ad aspettare il permesso di un ufficio.
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