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Energia, come cambiano i consumi delle famiglie italiane: cresce il divario Nord-Sud

Energia, come cambiano i consumi delle famiglie italiane: cresce il divario Nord-Sud

Il dato segnala un mutamento strutturale della domanda energetica domestica siciliana, sempre più trainata dalle esigenze estive, dal riscaldamento climatico e dalla diffusione delle isole di calore urbane.

Il boom dei prezzi per l’energia mette in ginocchio le famiglie italiane. Lo racconta anche l’ultimo report Istat su “Dotazioni energetiche delle famiglie”, che evidenzia come al Sud non tutti possano permettersi un riscaldamento autonomo. In crescita l’utilizzo del pellet ed è boom per il mercato delle pompe di calore, che eliminano il costo del gas.

Il rapporto fotografa un’Italia che cambia a partire dalle case, luogo in cui si concentrano consumi, scelte tecnologiche e un pezzo importante della sostenibilità nazionale. Ma qual è la situazione in Sicilia?

Una fotografia dei consumi

Il quadro che emerge è quello di un Paese nel quale la dotazione energetica domestica è ormai quasi universale. Il riscaldamento è presente nel 99,4 per cento delle abitazioni, in aumento rispetto al 98,6 per cento del 2021. L’acqua calda sanitaria raggiunge il 99,7 per cento delle famiglie e, in oltre sette casi su dieci, proviene dallo stesso impianto utilizzato per il riscaldamento.

È un’Italia in cui il comfort abitativo non è più un lusso ma una condizione diffusa, pur con differenze territoriali che restano ben visibili. Nel Nord-est la coincidenza tra impianto di riscaldamento e acqua calda tocca l’84,3 per cento delle abitazioni; nelle Isole si ferma al 38,4 per cento, segnando una distanza che non è solo tecnica ma sociale, perché incide su spesa, efficienza e qualità della vita.

Le abitazioni prive di riscaldamento non sono scomparse. Si concentrano soprattutto nel Mezzogiorno, dove raggiungono l’1,7 per cento e in Sicilia arrivano a toccare punte del 4 per cento: un dualismo che attraversa l’intero rapporto, mostrando significative differenze nel rapporto e nella parzializzazione del benessere tra regioni del Nord e del Sud.

Boom per impianti autonomi

A guidare la trasformazione è la crescente “autonomia energetica” delle famiglie. Nel 2024 gli impianti autonomi raggiungono il 79 per cento delle abitazioni, con una crescita di 6,8 punti percentuali rispetto al 2021. Cala, di contro, la presenza di sistemi centralizzati, che scendono al 15,4 per cento.

Si ridisegna così la geografia delle scelte domestiche: le famiglie preferiscono gestire direttamente l’impianto, regolare temperature e tempi di utilizzo, controllare consumi e costi. L’Istat sottolinea come questa transizione verso l’autonomia sia uno dei fattori chiave nell’aumento di efficienza energetica, grazie alla possibilità di modulare in modo più preciso i fabbisogni, riducendo gli sprechi.

La situazione cambia nei capoluoghi delle Città metropolitane, dove quasi una casa su due è ancora servita da impianti centralizzati, quota che scende al 6,1 per cento nei piccoli comuni. È la presenza di reti di teleriscaldamento nel Nord-ovest a contribuire al mantenimento di livelli elevati di centralizzazione.

Da monitorare anche il dato della “pluri-dotazione”. Il 43,2 per cento delle famiglie italiane possiede più di un sistema di riscaldamento, combinando impianti autonomi e apparecchi singoli. Il fenomeno è particolarmente marcato nelle Isole, dove raggiunge il 49,1 per cento, con punte in Sardegna del 62 per cento, e nel Nord-est, dove arriva al 48,2 per cento. L’Istat definisce questo quadro “dinamico ma non del tutto razionalizzato”: la pluralità di dotazioni indica capacità di adattamento, ma anche una trasformazione energetica ancora incompiuta.

Nuova domanda elettrica: il caso Sicilia

Si arriva così al caso dell’exploit di domanda elettrica in Sicilia. Nel 2024 oltre una famiglia su due possiede un impianto di climatizzazione: il 56 per cento contro il 48,8 per cento del 2021 e appena il 29,4 per cento del 2013. In poco più di dieci anni la quota si è quasi raddoppiata. Il dato segnala un mutamento strutturale della domanda energetica domestica, sempre più trainata dalle esigenze estive, dal riscaldamento climatico e dalla diffusione delle isole di calore urbane.

La Sicilia guida questa graduatoria con una quota del 73,1 per cento di famiglie dotate di condizionatore, seguita dal Veneto al 71,1 per cento. Agli estremi opposti si collocano Valle d’Aosta, con appena l’11,8 per cento, e Trentino-Alto Adige con il 20 per cento.

Tradotto: dove le estati sono più lunghe e afose, la domanda di raffrescamento cresce e il condizionatore diventa un bene essenziale, soprattutto nelle aree urbane e nella pianura, dove le temperature diurne e notturne faticano a scendere. L’Istat rileva come il condizionamento sia più diffuso nei capoluoghi e nelle periferie metropolitane, segno di un intreccio tra urbanizzazione e consumi energetici, soprattutto nelle Isole.

Accanto al condizionamento, cresce esponenzialmente anche in Sicilia l’installazione di pompe di calore. Gli impianti caldo/freddo, che includono anche sistemi a pompa di calore, passano dal 32,6 per cento del 2021 al 40,4 per cento del 2024. Ma nell’Isola il tasso tocca quota 58,5 per cento.

Anche nel Nord-ovest la quota cresce in modo significativo, passando dal 24,2 per cento al 34 per cento. La doppia funzione caldo/freddo rende questi impianti più versatili e adattabili alle esigenze climatiche, in un Paese in cui gli inverni tendono a essere più miti e le estati più calde e prolungate.

Nel dettaglio, il 16,1 per cento delle famiglie dispone di un impianto fisso caldo/freddo e il 25,9 per cento utilizza apparecchi singoli con doppia funzione. È l’immagine plastica di una tecnologia che avanza e che, come sottolinea l’Istat, beneficia di incentivi, bonus e della maggiore competitività del mercato elettrico rispetto ai combustibili fossili.

Biomasse, aree interne e tre Italie dell’energia: il Paese diviso dai consumi domestici

Accanto alle pompe di calore e ai condizionatori sopravvive una tradizione antica: quella delle biomasse. Legna e pellet continuano a occupare una quota rilevante nel mix energetico domestico, soprattutto nelle aree montane e rurali. Nel 2023 il 16 per cento delle famiglie italiane ha utilizzato legna per il riscaldamento, in lieve calo rispetto al 17 per cento del 2021 e in flessione più decisa rispetto al 21,4 per cento del 2013. Il pellet, invece, mostra una leggera crescita, passando dal 7,3 al 7,8 per cento. Complessivamente, oltre una famiglia su cinque, il 21,9 per cento, utilizza legna o pellet.

La geografia delle biomasse è nettissima. Le percentuali più elevate di uso della legna si registrano nelle province di Trento, con il 37,9 per cento, Bolzano, con il 36,2 per cento, Calabria, con il 35,5 per cento, e Umbria, con il 34,8 per cento. I valori più bassi si trovano in Lombardia, con il 6,8 per cento, e in Sicilia, con appena il 7 per cento. L’Italia dei camini e delle stufe a legna è dunque quella dei territori montani e delle aree interne, dove il legame con le risorse forestali e la minore capillarità delle reti di distribuzione del gas rendono le biomasse ancora una soluzione diffusa e radicata.

È su questo terreno che il rapporto Istat disegna le “tre Italie dell’energia domestica”. Nei piccoli comuni e nelle aree interne prevalgono gli impianti autonomi, che raggiungono l’85,3 per cento delle abitazioni, spesso affiancati da apparecchi singoli e sistemi a biomassa. Nei capoluoghi metropolitani la quota di impianti autonomi scende al 59,5 per cento e aumenta la presenza di sistemi centralizzati, condizionatori e dotazioni più complesse. L’altimetria gioca un ruolo decisivo: la pianura concentra le tecnologie estive, la montagna continua a puntare sulle biomasse e sugli apparecchi tradizionali, l’area collinare si colloca in una via di mezzo, con combinazioni diversificate di impianti.

Una transizione non uniforme

La transizione energetica non procede in modo uniforme, sottolinea ancora l’Istituto. Persistono infatti differenze tra aree urbane e rurali, tra Nord e Sud, tra pianura e montagna. Persistono aree in cui le dotazioni sono frammentate, gli impianti meno integrati e l’efficienza più difficile da raggiungere. Le abitazioni senza riscaldamento, concentrate nel Mezzogiorno con punte in Sicilia, sono l’indicatore più netto di un disagio abitativo ed energetico che sopravvive sotto la superficie dei numeri positivi.
Le politiche pubbliche diventano così l’elemento decisivo per trasformare la fotografia in progetto. Il rapporto richiama la necessità di sostenere la decarbonizzazione del patrimonio edilizio residenziale, in coerenza con le direttive europee e con il Regolamento (UE) n. 1099/2008 sulle statistiche dell’energia. Efficientamento degli edifici, riqualificazione degli impianti, diffusione delle pompe di calore, infrastrutture elettriche adeguate, sostegno alle famiglie nelle aree più fragili: sono tasselli di una strategia che deve tenere insieme obiettivi ambientali e giustizia sociale.

La diffusione delle pluri-dotazioni, con famiglie che alternano più sistemi di riscaldamento e raffrescamento, è il segnale di un cambiamento ancora in corsa. Da un lato rappresenta una risorsa, perché consente di modulare i consumi, scegliere la soluzione più conveniente, adattarsi ai prezzi dell’energia. Dall’altro è il sintomo di una razionalizzazione incompleta: impianti diversi convivono, senza un disegno unitario, generando talvolta inefficienze e costi aggiuntivi.

In questo scenario le città diventano laboratori della nuova energia domestica. Qui si concentrano impianti centralizzati, condizionatori, sistemi integrati, ma anche buona parte delle criticità legate ai picchi di consumo estivo e alla necessità di reti elettriche più performanti. I piccoli comuni e le aree interne rappresentano invece il fronte della sfida sociale: dotazioni meno strutturate, uso significativo di biomasse, redditi più bassi e maggiore vulnerabilità energetica.

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