Ernestina De Francesco, da Manchester a Catania per studiare il tumore al seno - QdS

Ernestina De Francesco, da Manchester a Catania per studiare il tumore al seno

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Ernestina De Francesco, da Manchester a Catania per studiare il tumore al seno

Biagio Tinghino  |
sabato 07 Maggio 2022 - 06:14

La ricercatrice Ernestina De Francesco, si racconta al QdS

Domenica 8 maggio, in occasione della Festa della mamma, l’Azalea della Ricerca di Fondazione Airc torna a colorare tante piazze in tutta Italia per sostenere i ricercatori impegnati in progetti utili a trovare diagnosi sempre più precoci e terapie più efficaci per i tumori che colpiscono le donne.
Tra questi, il progetto di Ernestina De Francesco presso l’Università degli Studi di Catania, volto della campagna in rappresentanza di tutti i ricercatori Airc impegnati contro il tumore al seno. La De Francesco, che abbiamo intervistato in esclusiva per il QdS, è una giovane ricercatrice rientrata da Manchester a Catania per studiare il tumore mammario in correlazione alle malattie metaboliche.

Da Manchester a Catania, quali sono le motivazioni che l’hanno portata a questa scelta?
“Nonostante il periodo stimolante trascorso a Manchester e le ottime opportunità di carriera e di vita, ho deciso di rientrare in Italia per diverse ragioni. Innanzitutto avevo desiderio di tornare nella mia terra, e poi lo stimolo giusto è stato la possibilità di fare ricerca avviando una unità Start-Up indipendente, grazie al supporto di Fondazione Airc. L’unità di ricerca è localizzata presso il Laboratorio di Endocrinologia diretto dal Prof. Belfiore (Ospedale Garibaldi, Nesima) e afferisce al Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale. Grazie al prestigioso finanziamento, sono rientrata in Italia mettendo a frutto le competenze acquisite durante il produttivo periodo all’estero, avendo la possibilità di lavorare su un progetto ambizioso con un valido supporto economico fornito da Airc. Questo è il sogno di ogni ricercatore!”

Come mai ha deciso di dedicarsi alla ricerca e in particolare di studiare il tumore al seno?
“Prima della laurea decisi di intraprendere il percorso della tesi sperimentale frequentando un laboratorio di ricerca in Patologia Generale e Oncologia Molecolare che si occupava principalmente dello studio dei tumori ormono-dipendenti. La decisione fu dettata da motivi di curiosità e si è rivelata quella giusta perché sin da subito ho avuto estremo interesse nel campo della ricerca oncologica di base e clinica, al punto che questo è poi diventato il mio lavoro. Il cancro al seno è la neoplasia più diffusa nel sesso femminile e nonostante i miglioramenti nella gestione clinica delle pazienti, dobbiamo ancora impegnarci affinché tutte le donne colpite dalla malattia sopravvivano e abbiano una buona qualità di vita”.

Qual è l’obiettivo di questa ricerca?
“L’obiettivo della nostra ricerca è quello di individuare una terapia personalizzata per le pazienti affette da cancro al seno che sono anche in sovrappeso, obese o affette da disfunzioni metaboliche come il diabete. In queste pazienti la malattia tumorale è più aggressiva e tende a metastatizzare; tuttavia, ad oggi, non esiste un approccio farmacologico dedicato. Noi intendiamo colmare questo gap, studiando il ruolo di un recettore di nome RAGE (acronimo che sta per Receptor for Advanced Glycation end Products, ovvero recettore per i prodotti finali della glicazione avanzata), coinvolto nelle alterazioni metaboliche e nello sviluppo dell’infiammazione. Vorremmo identificare i fattori microambientali responsabili della maggiore tendenza metastatica con l’obiettivo di mettere a punto una strategia terapeutica basata sull’inibizione di RAGE”.

Il mondo della ricerca è un mondo fatto di pari opportunità o anche qui le donne soffrono di stereotipi e luoghi comuni?
“Sulla tematica delle pari opportunità mi sento di essere ottimista. Rispetto al passato sono stati fatti molti passi avanti, tuttavia bisogna insistere ancora e con programmi specifici. Da questo punto di vista, Fondazione Aircè impegnata solidamente nella minimizzazione del gender gap fra i 5000 ricercatori finanziati. Grazie all’attuazione di misure concrete come questa, sento di essere ancora più pronta a farmi strada in un mondo che è ancora troppo costruito a misura maschile, particolarmente da noi al Sud Italia”.

Voi ricercatori avete nelle mani la fiducia di tante persone, qual è il messaggio di speranza che si sente di lanciare alle donne affette da questa patologia?
“Alle donne e a tutti i malati di cancro voglio dire che non sono soli. Noi ricercatori lavoriamo instancabilmente per raggiungere i nostri obiettivi, gettando le basi, dietro i banconi del laboratorio, per terapie sempre più efficaci. Siamo fiduciosi di potercela fare, tanto più che questo lavoro rappresenta una vera e propria missione per noi ricercatori”.

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