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Eugenio Mastrandrea racconta al Neglia “l’importanza delle radici e delle tradizioni”

Eugenio Mastrandrea racconta al Neglia “l’importanza delle radici e delle tradizioni”
Eugenio Mastrandrea

Il giovane attore, insieme a Paride Benassai, domenica farà tappa a Enna con “La lingua madre”

Non è solo il talento a renderlo riconoscibile, ma anche la capacità di dare corpo a personaggi complessi, spesso sospesi tra fragilità e determinazione. Dal piccolo schermo alle produzioni internazionali, la sua carriera si sta costruendo passo dopo passo, senza scorciatoie, ma con una coerenza artistica che conquista pubblico e critica. In un’epoca in cui l’attenzione è fugace, Eugenio Mastrandrea riesce a lasciare il segno. E non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi. A teatro con “La lingua madre” di Paride Benassai, andrà in scena al Neglia di Enna all’interno della stagione “This Illusione” con la direzione artistica di Mario Incudine. Lo spettacolo verrà rappresentato domenica 29 marzo alle 21.

Che rapporto personale ha con la sua “lingua madre”, intesa non solo come idioma ma come appartenenza?
“Sono nato e cresciuto a Roma, che amo definire la città più a Nord del Sud Italia. Il legame linguistico, che poi significa tradizioni, usi, costumi e memoria, per me è fortissimo”.

E che relazione ha con la Sicilia, con quella “sicilitudine” così evocata nello spettacolo?
“Con la Sicilia ho un rapporto antichissimo. La frequento fin da quando sono nato: i miei genitori ne sono sempre stati profondamente innamorati e mi ci portavano ogni anno. Poi è diventata anche una terra di lavoro: ho collaborato con Emma Dante e, negli Stati Uniti, con Lucia Sardo e Benassai. Da quando ho conosciuto Paride, il mio legame con quest’isola si è consolidato definitivamente. L’anno scorso abbiamo realizzato uno spettacolo prodotto dal Teatro Biondo: Paride recitava in palermitano, io in romano, Mario Incudine in ennese. Evidentemente, in qualche vita passata, qualcosa mi lega profondamente a questo luogo straordinario”.

A sipario aperto emergono le memorie di un figlio di Palermo. Come si inserisce la sua performance in questo mosaico così personale?
“La lingua madre è uno spettacolo sulla lingua siciliana, ma allo stesso tempo ricorda a tutti che ognuno possiede una propria lingua madre: palermitano, ennese, catanese, napoletano, romano. È un pretesto per raccontare l’importanza delle radici e delle tradizioni”.

La sua presenza crea un ponte tra generazioni diverse. Come vive questo incontro?
“Con Paride scherziamo spesso su questo. Tra noi c’è un’amicizia che va oltre il tempo. Io ho 32 anni, lui quasi 70, ma quando siamo insieme è come se le età si invertissero, o si incontrassero a metà strada. Non parlerei solo di ricambio generazionale: la lingua madre, ciò che siamo, non è qualcosa di fermo nel passato. È un’eredità antica che continua a rinnovarsi nel presente”.

La Sicilia raccontata nello spettacolo è fatta di storie, musica e volti. Cosa l’ha colpita maggiormente di questa dimensione?
“Sono rimasto affascinato dal ‘cunto’: una forma di narrazione potentissima, viscerale, ancestrale. Racconta di pancia, di terra, di sangue. E lo fa con una semplicità estrema. Una voce, a volte accompagnata da uno strumento o da una percussione. Dentro questa essenzialità si apre un universo di colori e sfumature”.

Che direbbe a un giovane spettatore che non conosce il nostro dialetto? Cosa dovrebbe cogliere oltre le parole?
“Gli direi di lasciarsi trasportare dal ritmo e dal flusso emotivo dello spettacolo. C’è qualcosa che va oltre il dialetto e oltre i riferimenti specificamente siciliani”.

Un racconto, dunque, che parla di identità, al di là delle appartenenze.
“Recentemente ho portato a Partinico un mio lavoro, ‘Quei ggiorni de Carnovale’, ispirato proprio a ‘La lingua madre’. Racconta il carnevale romano, una tradizione millenaria che purtroppo si è andata a spegnere in tempi recentissimi, agli inizi del Novecento. All’inizio temevo che, fuori da Roma, potesse risultare distante. Invece abbiamo ricevuto un’accoglienza, un affetto e un riscontro in termini di gradimento del pubblico che raramente ci hanno riservato altrove. Questo perché il testo tocca qualcosa di più profondo: non è solo una questione di appartenenza geografica, ma di radici condivise”.

Restando in tema di ‘radicamento’, il suo personaggio in Don Matteo vive dentro un racconto popolare e molto riconoscibile. Ne ‘La lingua madre’, invece, sembra emergere una dimensione più intima. Quale dimensione le è più vicina?
“È come chiedere a uno chef quale sia l’ingrediente segreto. La risposta è semplice: assaggia, e se ti piace vuol dire che il lavoro è riuscito. Gli attori sono trasformisti: ogni personaggio contiene qualcosa di sé, perché alla fine attingiamo sempre da noi stessi”.

Quali figure hanno segnato la sua formazione artistica?
“Ho scelto di fare l’attore grazie a due grandi modelli: Vittorio Gassman ed Ettore Petrolini, principe della comicità e della romanità”.

Il successo può arrivare all’improvviso. C’è qualcosa della popolarità che l’ha colta impreparato? Come si resta centrati quando tutto intorno accelera?
“Cerco semplicemente di fare bene il mio mestiere. Conduco una vita piuttosto riservata, senza grandi cambiamenti”.

Quando si spengono le luci e il set si svuota, chi resta Eugenio Mastrandrea?
“Resto il figlio dei miei genitori, il fratello di mio fratello, il compagno della mia compagna, l’amico dei miei amici. L’identità ce la danno le persone che ci stanno accanto: senza gli altri siamo solo sacchi vuoti”.

In un’epoca dominata da velocità e immagine, che spazio resta per la profondità?
“Quello del teatro, inteso come spettacolo dal vivo: un luogo non filtrato da schermi, dove la relazione tra esseri umani è diretta. Sono convinto che, in un mondo sempre più digitale, sarà proprio il teatro a salvarci. E non morirà mai”.

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