Roma, 28 gen. (askanews) – Si interrompe in mattinata, ma solo marginalmente, la corsa rialzista dell’euro, che ieri ha visto la valuta unica sfondare a rialzo la soglia psicologica di 1,20 dollari per la prima volta dal giugno del 2021. A mattina inoltrata l’euro si scambia 1,1985 sul biglietto verde, dopo aver toccato 1,2044 dollari.
La velocità del rally della moneta condivisa rischia di cogliere alla sprovvista Banca centrale europea. Al punto che il governatore della Banca centrale dell’Austria, Martin Kocher, uno dei paesi tradizionalmente ritenuti più propensi a una linea restrittiva di politica monetaria, avverte che se i cambi continueranno a muoversi in questa direzione, bisognerà intervenire.
“Non per via del cambio di per sé – mette le mani avanti, in una intervista al Financial Times – ma perché il tasso di cambio si traduce in meno inflazione e questa, ovviamente, è una questione di politica monetaria. Se l’euro continua ad apprezzarsi ancora, a un certo punto potrebbe ovviamente creare una certa necessità di reagire in termini monetari”.
O almeno questa è la versione che fornisce “proforma”. In realtà negli ultimi mesi, con una accelerazione in queste ultime settimane, i paesi dell’area valutaria e in particolare i loro esportatori si sono ritrovati in una sorta di morsa. Da un lato i dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump, per quanto mitigati dagli accordi raggiunti tra Ue e Usa, frenano le merci europee in uscita, in particolare quelle dell’eurozona, dall’altro il nodo dei cambi crea ulteriori erosioni alla competitività per l’area valutaria.
E questo molti dei giganti delle esportazioni dell’Asia, competitori diretti spesso delle aziende Ue, sembrano aver scelto deliberatamente ben altra strategia su questo versante: dallo scorso luglio lo yen del Giappone, il won della Corea del Dud e il dollaro di Taiwan si sono nettamente deprezzati rispetto al dollaro Usa.
Il rialzo del dollaro sull’euro è stato accentuato in queste settimane da una serie di elementi che hanno contribuito a deprezzare il biglietto verde. Tra cui le rinnovate tensioni geopolitiche ma anche l’ipotesi che gli Stati Uniti possano intervenire assieme al Giappone a sostegno dello yen.
E poi ci sta la politica monetaria Usa. Al momento la Federal Reserve non sembra orientata a tagliare ulteriormente i tassi, ma la questione è oggetto di un durissimo scontro tra stessa istituzione e la Casa Bianca, esacerbato dal fatto che il dipartimento di Giustizia Usa ha recapitato un mandato di comparizione al presidente della Fed, Jerome Powell, sospettandolo di malversazioni sui costi di rifacimento della sede. Lo stesso ha replicato in maniera energica accusando il governo federale di cercare di minare l’indipendenza della Fed.
Oggi i fari dei mercati saranno proprio sulla Federal Reserve: alle 20 italiane il direttorio comunicherà le sue decisioni sui tassi di interesse e alle 20 e 30 lo stesso Powell terrà la conferenza stampa esplicativa, che con ogni probabilità sarà più concentrata su lo scontro sulla Casa Bianca che sul tema monetario. Per parte sua, la Bce terrà il suo prossimo direttorio sui tassi di interesse mercoledì 4 e giovedì 5 febbraio.

