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Fogne a mare, la Sicilia nuota nella melma. Perchè nella costa catanese il depuratore non arriva mai

Fogne a mare, la Sicilia nuota nella melma. Perchè nella costa catanese il depuratore non arriva mai

Il sindaco di Aci Castello: “L’intoppo è a Catania”. Trantino: “Interventi non spettano al Comune, c’è un commissario”

Le spiagge, il mare cristallino, il pesce fresco. La Sicilia vive di questo e su questo costruisce la sua immagine turistica. Ma c’è un problema che torna ogni estate, puntuale come il solleone: i liquami fognari che finiscono in mare. Non è una notizia nuova. È una vergogna vecchia. Eppure si ripete, anno dopo anno, con la stessa sequenza: i Comuni vietano la balneazione, arrivano le analisi, scattano le ordinanze, i turisti si lamentano, qualcuno promette interventi. E poi tutto torna come prima, fino all’estate successiva.

Multa da 25 milioni di euro l’anno per gli scarichi fognari

La dimensione del problema è nazionale, ma con un epicentro meridionale. Nel 2012, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia per la mancata depurazione delle acque reflue in 109 agglomerati urbani. Da allora, ogni anno che passa senza adeguarsi, l’Italia paga sanzioni che si aggirano sui 25 milioni di euro annui. Soldi pubblici buttati via, sottratti alla sanità, alle scuole, alle infrastrutture, per coprire il costo di una inadempienza cronica. Gran parte degli agglomerati fuori norma si trova al Sud, e la Sicilia è nella lista nera con decine di Comuni.

Ma come si arriva a questo punto? E perché, nonostante condanne, finanziamenti e commissari straordinari, la situazione non cambia?

Cosa sono i depuratori e perché mancano: vent’anni di finanziamenti mai completati

Un impianto di depurazione riceve le acque nere provenienti dalle abitazioni e dalle attività produttive, le tratta meccanicamente e biologicamente, le filtra, e restituisce all’ambiente un’acqua che rispetta determinati parametri chimici e batteriologici. Senza questo impianto, i liquami finiscono direttamente nei corsi d’acqua o in mare.

Nella costa catanese, come in molte altre zone della Sicilia, la situazione è aggravata da una caratteristica geografica: fiumare e torrenti che scorrono dall’Etna al mare attraversano centri abitati e raccolgono, nel loro percorso, scarichi di ogni tipo. Quando piove, il problema si amplifica: i sistemi fognari misti (acque nere e acque piovane nello stesso tubo) vanno in sovraccarico e lo sfioramento porta direttamente al mare carichi batterici altissimi.

I finanziamenti ci sono stati, e anche abbondanti. Ma i cantieri o non sono partiti, o si sono bloccati, o si sono conclusi con opere incomplete.

Il caso del collettore di Acicastello: pronto da anni ma nessuno vuole gestirlo

Un caso emblematico è quello del collettore fognario di Acicastello, un’infrastruttura che dovrebbe convogliare le acque reflue di diversi comuni della costa verso il depuratore di Pantano d’Arci. L’opera è stata realizzata, almeno in parte. Ma il collettore non funziona, perché nessuno vuole prendersene la gestione. Da anni si discute tra Sie (la società mista pubblico-privata che dovrebbe gestire il servizio idrico integrato nella provincia di Catania), l’Ati (Assemblea territoriale idrica), la Regione, il Commissario straordinario per la depurazione e i singoli Comuni. Ognuno dice che è responsabilità dell’altro. Risultato: i liquami continuano a finire in mare.

Commissario straordinario e 120 milioni per Catania: ma le gare non sono ancora partite

Il Commissario unico per la depurazione, nominato dal Governo per sbloccare la situazione nei Comuni inadempienti, ha stanziato risorse e avviato procedure. Per la sola area catanese si parla di circa 120 milioni di euro destinati a interventi sulle reti fognarie e sugli impianti di depurazione. Ma la traduzione di queste risorse in cantieri aperti richiede tempo: gare d’appalto, verifiche, collaudi. Tempi che in Italia, e soprattutto al Sud, si dilatano in modo quasi inevitabile.

Nel frattempo, l’estate arriva. Le spiagge vengono frequentate. E le analisi, quando vengono fatte, restituiscono il quadro che tutti già conoscono.

Burocrazia, contenzioso giuridico e mancanza di gestione unitaria: il vero problema

Il problema della depurazione in Sicilia non è solo una questione di soldi mancanti o di volontà politica assente. È strutturale, e affonda le radici in alcune specificità del contesto isolano.

La prima è la frammentazione della governance del servizio idrico. In teoria, la gestione del servizio idrico integrato (acquedotto, fognatura e depurazione) dovrebbe essere affidata a un unico soggetto gestore, per ambito territoriale. In Sicilia questo processo è ancora incompleto: ci sono decine di gestori diversi, tra Comuni che gestiscono in proprio, società partecipate locali, consorzi. Questa frammentazione rende impossibile una pianificazione coordinata degli investimenti e crea vuoti di responsabilità.

La seconda è il contenzioso giuridico cronico. Ogni decisione viene impugnata. Il caso Sie nella provincia di Catania è solo l’esempio più recente di una tendenza sistemica: ogni volta che si prova a ridisegnare la governance del servizio, si apre un contenzioso che può durare anni. E nel frattempo, nulla si muove.

La terza è la difficoltà nell’attuare i progetti. Anche quando i fondi ci sono e i progetti vengono approvati, la fase esecutiva incontra ostacoli di ogni tipo: difficoltà nell’individuare le imprese, varianti in corso d’opera, interferenze con altre infrastrutture, problemi con i collaudi.

Sicilia e Commissario per la depurazione: modello alternativo per sbloccare le autorizzazioni

Una via d’uscita potrebbe venire proprio dal modello commissariale. Il Commissario unico per la depurazione, operando al di fuori dei normali iter burocratici, ha dimostrato in alcune aree del Paese di poter accelerare le procedure e portare a compimento opere che giacevano ferme da anni. Ma anche questo strumento ha limiti: non può sostituirsi alla gestione ordinaria, e in Sicilia si scontra con la questione irrisolta del gestore unico.

L’alternativa che alcune voci propongono è una gestione diretta regionale degli impianti, almeno in via transitoria, in attesa che il quadro si stabilizzi. Ma anche questa ipotesi richiede tempi, risorse e una volontà politica che finora ha stentato a manifestarsi con la necessaria continuità.

Il costo reale dell’inadempienza che i siciliani pagano ogni estate

Ogni estate il costo dell’inadempienza si scarica sui siciliani. Sui pescatori che vedono i loro fondali compromessi. Sui ristoratori che perdono clienti dopo un divieto di balneazione. Sugli operatori turistici che devono spiegare agli ospiti stranieri perché la bandiera rossa sventola su una spiaggia che dovrebbe essere tra le più belle del Mediterraneo. E sui cittadini, che pagano le bollette dell’acqua senza ricevere un servizio adeguato.

La Sicilia ha il mare più bello d’Italia, forse d’Europa. Tenerlo pulito non è solo una questione ambientale: è una scelta economica. Ogni euro investito nella depurazione genera un ritorno molto superiore in termini di turismo, pesca e qualità della vita. Ma finché la politica continuerà a trattare la depurazione come un problema tecnico da affidare a commissari e commissioni anziché come una priorità strategica, il risultato sarà sempre lo stesso: fogne a mare e spiagge chiuse.