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Fondi per la coesione, flop da 230 miliardi di euro. Le regioni povere non crescono e le ricche faticano

Fondi per la coesione, flop da 230 miliardi di euro. Le regioni povere non crescono e le ricche faticano
fondi Ue

Malgrado i programmi finanziari 2014-2020 e 2021-2027, quelle che per l’Europa erano aree “meno sviluppate” lo sono ancora oggi

A ciascuno secondo il proprio bisogno. Per grandi linee è questo il criterio alla base della cosiddetta “formula di Berlino”, applicata dall’Unione europea per distribuire i fondi delle politiche di coesione in modo equo. Le regioni più povere ricevono più risorse rispetto a quelle più ricche. Per questo Bruxelles le suddivide in tre categorie: “meno sviluppate”, “in transizione” e “più sviluppate”.

Come funziona la distribuzione dei fondi europei per la coesione

Assegnare i fondi europei in modo inversamente proporzionale alla ricchezza prodotta risponde alla peculiare logica della coesione: non solo dare una bella oliata alle economie inceppate, ma anche livellare le condizioni di sviluppo di tutte le aree europee, superare i gap territoriali e assottigliare, fino a farli scomparire, i divari economici tra le singole regioni. Nel caso della Penisola italiana, chiaramente, le diseguaglianze croniche da estirpare sono quelle che separano il Centro-Nord e il Mezzogiorno.

Questo disegno, tuttavia, si scontra con la realtà. Gli anni passano, i fondi ci sono ma non vengono spesi, oppure vengono gestiti male, e le Pubbliche amministrazioni mettono a punto soltanto interventi tampone, senza rendere strutturale la crescita economica. E infatti, il dato impressionante che emerge dalle tabelle Eurostat è quello per cui in Italia, malgrado i diversi cicli di investimento per la coesione, le regioni che decenni fa erano classificate come “meno sviluppate” continuano a esserlo ancora oggi, in una posizione che anzi si è aggravata rispetto al passato. E, di contro, alcuni territori etichettati come “in transizione” o “più sviluppati” sono scesi nella categoria inferiore, oppure rischiano seriamente la retrocessione.

Il tutto emerge dai dati sul Pil pro capite delle regioni in rapporto alla media dell’Ue. Non un mero esercizio statistico ma, appunto, una stima che serve a distribuire i fondi. Le regioni il cui Pil pro capite è inferiore al 75% della media europea sono quelle “meno sviluppate”. A queste, dunque, va una dotazione economica maggiore. Quando il Pil pro capite invece è compreso tra il 75% e il 100% (o tra il 75% e il 90% nella programmazione 2014-2020), le regioni vengono considerate “in transizione”, e ottengono perciò meno fondi di quelle più povere. Ancora meno risorse spettano infine alle regioni con un Pil pro capite superiore al 100% della media europea (o superiore al 90% nel ciclo 2014-2020), classificate come “più sviluppate”.

Il ciclo 2014-2020: 93 miliardi spesi senza ridurre i divari territoriali

Sebbene i Pil regionali italiani siano aumentati nel tempo in termini reali e nominali, non solo i divari tra le regioni sono rimasti, ma nel quadro europeo la situazione è pure peggiorata. I poveri sono rimasti poveri, molti ricchi rischiano di venire declassati secondo i parametri di Bruxelles. Gli effetti delle politiche di coesione non si vedono, oppure si vedono al contrario. Nel ciclo di programmazione 2014-2020, l’Italia ha beneficiato (tra finanziamento europeo, cofinanziamento nazionale e boost finale per il contrasto alla pandemia) di circa 93,4 miliardi di euro. Questi sono stati distribuiti tenendo conto del Pil pro capite delle regioni nel triennio 2007-2009. In quel contesto, le regioni “meno sviluppate” erano cinque (Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria) e tre erano quelle “in transizione” (Sardegna, Molise e Abruzzo).

Gli oltre 93 miliardi, però, non hanno né appianato i gap territoriali, né consentito al Paese di rendere la crescita un fattore stabile. Lo dimostra la distribuzione delle risorse nel ciclo successivo (e ancora in corso), quello 2021-2027, per il quale si è tenuto conto del Pil pro capite nel triennio 2014-2016. Un segmento in cui la classifica Ue delle regioni italiane ricche e povere ha subito un terremoto al ribasso. Non solo i territori in difficoltà non hanno scalato posizioni, ma Sardegna e Molise da regioni “in transizione” sono diventate “meno sviluppate” (portando da cinque a sette la lista dei più poveri), e Marche e Umbria sono scese dalla Serie A al range inferiore, perdendo lo status di aree “più sviluppate”. E poi, regioni come Liguria, Toscana, Friuli Venezia Giulia e Piemonte (pur essendo pilastri economici nel contesto nazionale) sono regredite nel medagliere della coesione, avvicinandosi pericolosamente alla soglia minima del 100%, e rischiando così di trasformarsi in aree “in transizione”.

Italia in caduta nel ranking europeo: -10,3 punti di Pil pro capite

L’Italia è dunqua entrata nel programma di coesione 2021-2027 in una situazione più complessa di quella del ciclo precedente. Complici, certo, una serie di fenomeni: il triennio economico considerato nella fase anteriore (Pil 2007-2009) restituiva una fotografia pre-crisi dei subprime, e l’economia media europea non includeva o non risentiva ancora di Paesi di nuova o imminente adesione (Bulgaria e Romania nel 2007, Croazia nel 2013) e le cui ricchezze si sarebbero espanse negli anni a venire. Inoltre, Bruxelles per il programma 21-27 ha cambiato le carte in tavola, stabilendo che regioni “in transizione” sarebbero state quelle con Pil compreso tra 75% e 100% (non più 90%) della media europea.

In generale, risulta evidente come il mix tra Pil medio europeo in ascesa e impatto della crisi del 2008 sull’Italia abbia stravolto la competitività di tutta la Penisola. Queste dinamiche però valgono come scusanti fino a un certo punto, in quanto altri Stati membri hanno invece affrontato il salto tra i due cicli finanziari in tutt’altro modo. Il Pil pro capite italiano, nel passaggio dal vecchio al nuovo programma di coesione, ha perso circa 10,3 punti percentuali nel ranking europeo. Un altro Paese come la Francia, pur avendo delle difficoltà, ha assistito a una riduzione molto più modesta, pari a 2,3 punti. Altre Nazioni, nello stesso periodo, sono addirittura progredite, come il Belgio (+2 punti) e soprattutto la Germania (+7,3 punti). Dietro al crollo italiano nella classifica europea delle regioni, dunque, oltre agli innegabili fattori contingenti, sembra esserci anche lo zampino dei deficit di progettazione e di spesa pubblica (soprattutto nelle aree del Mezzogiorno) raccontati dal Quotidiano di Sicilia in numerosi altri approfondimenti.

Il programma 2021-2027: 135 miliardi a rischio flop

Al 31 agosto 2025, le somme del programma di coesione 21-27 di cui dispone l’Italia (tra fondi Ue, Fsc e risorse nazionali complementari) ammontano a oltre 135 miliardi di euro. Anche in questo caso però, come già nel precedente ciclo, sul fronte dell’annosa questione dell’eliminazione dei gap economici sembra che non si siano fatti grandi passi in avanti. Tra i piani della Commissione europea in vista del prossimo segmento finanziario 2028-2034, ci sarebbe il superamento della tripartizione delle regioni per l’assegnazione dei fondi, puntando più su una distribuzione basata su Piani nazionali e regionali (un po’ come avvenuto con il Pnrr), fermo restando l’obbligo di garantire un importo minimo alle regioni meno sviluppate.

Verso il 2028-2034: il quadro italiano è già peggiorato

Se tuttavia una nuova distribuzione legata al tradizionale metodo delle tre categorie di regioni venisse fatta oggi stesso (dunque considerando il Pil pro capite nel triennio 2022-2024), il quadro economico italiano sarebbe già peggiore rispetto a quello risalente all’avvio del programma 21-27 attualmente in corso: le regioni “meno sviluppate” lo sono ancora (sebbene la Basilicata si avvicini alla soglia del 75%), tutte e tre quelle “in transizione” negli ultimi dieci anni hanno perso punti nella graduatoria Ue (Marche -1,4; Umbria -0,7; Abruzzo -1), e le regioni “più sviluppate” ma in caduta verso il requisito minimo del 100% hanno assottigliato ancora di più questa distanza. Se l’obiettivo delle politiche di coesione è quello di uniformare le condizioni di crescita e sviluppo di tutti i territori, i dati attuali mostrano come, almeno in Italia, il progetto si stia allontanando dal suo coronamento.