ROMA – Il deludente andamento della spesa non è l’unico indicatore delle difficoltà che, da Nord a Sud, tengono i fondi europei ancora chiusi nei cassetti. A risentire delle carenze che affliggono le amministrazioni regionali e locali nel gestire le risorse economiche fornite dall’Europa, è anche un’altra fase dell’iter finanziario: quella cioè della certificazione, il cui avanzamento, in quanto strascico fisiologico del fiacco trend della spesa, procede a un ritmo ancor più lento di quello (già di per sé ingessato) dei pagamenti.
A evidenziarlo è stata la Corte dei Conti nel suo ultimo rapporto sull’uso dei fondi europei, pubblicato a dicembre 2025 e relativo a quanto accaduto nel corso dell’anno 2024. Sono disponibili, come riportato dal Quotidiano di Sicilia in altri approfondimenti, anche le cifre elaborate dal Mef. Tuttavia, la recente relazione della Corte dei Conti offre una panoramica precisa dei divari tra Nord e Sud anche in termini di attività burocratica e rendicontazione, procedure indispensabili per avere indietro le somme erogate a valere sulla quota assegnata come contributo da Bruxelles.
Spesa e certificazioni dei fondi Fesr e Fse+: i numeri nazionali
Dal monitoraggio della magistratura contabile è emerso che in Italia, per quanto riguarda i programmi sia nazionali che regionali legati ai principali strumenti per la coesione (Fesr e Fse+) del ciclo 2021-2027, il livello della spesa nel segmento temporale considerato si attesta su cifre esigue (il 4,7% del plafond), e l’ammontare della somma certificata all’Unione europea risulta inevitabilmente ancora più basso, pari al 2,6% della dotazione complessiva.
In concreto, nel pieno del ciclo di investimenti, su un fondo totale di 72,7 miliardi di euro, nel nostro Paese la spesa sostenuta al momento della rilevazione della Corte è di 3,4 miliardi e i pagamenti certificati ammontato a 1,9 miliardi (di cui solo 954 milioni riguardanti il contributo Ue).
Lo stato di attuazione dei programmi, così come fotografato dalla Corte dei Conti, è perciò indietro in tutte le sue fasi, inclusa quella della certificazione di quel poco che è stato già pagato. Un passaggio, la certificazione della spesa, di non poco conto, in cui le risorse effettivamente sostenute e controllate vengono formalmente trasmesse all’Unione europea per essere rimborsate. La spesa certificata è dunque ciò che rende i contributi europei dei finanziamenti a tutti gli effetti e, in sua assenza, verrebbe meno un tassello fondamentale del ciclo d’investimenti per la coesione: quello del rimborso.
Il divario Nord-Sud nella gestione dei fondi europei
Il rapporto della Corte dei Conti, però, mette in evidenza un aspetto che attesta le persistenti carenze del Sud rispetto al Nord Italia. I livelli di spesa certificata risultano molto più bassi nel Mezzogiorno, rivelando ancora una volta il divario tra le due aree del Paese in termini di efficienza della Pubblica amministrazione.
È nell’ambito dei programmi regionali Fesr e Fse+ che si riscontrano le maggiori disparità: in un quadro di criticità diffuse in tutto il territorio nazionale, le regioni economicamente più avanzate dimostrano comunque performance migliori rispetto a quelle meno sviluppate. Un gap che riguarda tanto il livello della spesa (10% al Settentrione e 2,8% al Mezzogiorno), quanto l’avanzamento delle certificazioni relative al contributo Ue (5,8% per il Nord e appena 1,3% per il Sud).
Questi numeri, in un certo senso, contraddicono la finalità dei fondi per la coesione, “nata per estendere i benefici del mercato comune ai territori più svantaggiati”.
Regioni meno sviluppate: programmi ancora fermi
Tra le regioni italiane classificate come meno sviluppate, Basilicata e Molise non avevano ancora speso un euro al 31 dicembre 2024. Nei mesi successivi del 2025, secondo i report Mef, hanno innalzato solo di poco il livello dei pagamenti.
Nel Mezzogiorno si distinguono alcune isolate situazioni meno critiche, come il programma regionale Fse+ della Campania, al 10,5% della spesa e al 5,9% di certificazione. In generale, però, molte regioni del Sud faticano a superare la soglia dell’1%.
Il caso Sicilia: spesa e certificazioni ancora ferme
Il ciclo di investimenti appare lento anche in Sicilia, con una spesa del 2,2% e una certificazione dello 0,7%. Su un plafond complessivo di 7,3 miliardi, si registra una spesa di circa 162 milioni e una certificazione di 50,7 milioni.
Scorporando le due fonti di finanziamento, la Corte dei Conti evidenzia che in Sicilia la spesa certificata riguarda solo il Fesr, mentre per il Fse+ l’avanzamento delle certificazioni risulta fermo allo 0%, nonostante pagamenti superiori a 107,4 milioni di euro.
Le regioni del Nord e gli esempi virtuosi
Nel Nord Italia, pur con ritardi, la spesa media si attesta al 10% e la certificazione al 5,8%. Spicca il caso dell’Emilia Romagna, con una spesa al 13,9% e una certificazione al 10,2%, interpretata dalla Corte come segno di gestione efficiente.
Anche Lombardia, Piemonte e Toscana mostrano livelli superiori alla media nazionale, mentre fanno eccezione Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano, con valori contenuti o pari a zero.
Pubblica amministrazione e fondi europei: il nodo dell’efficienza
Nel complesso, il divario tra Nord e Sud resta evidente. Secondo la Corte dei Conti, le regioni del Centro-Nord mostrano una maggiore capacità di rendicontazione e tempestività amministrativa.
L’efficienza della Pubblica amministrazione continua dunque a rappresentare un fattore decisivo nelle disparità territoriali, incidendo sia sulla programmazione che sulla rendicontazione dei fondi europei.

Fesr Sicilia, Schifani: “Certificato uso di 375,5 mln” ma per il Mef la spesa era a circa 55 mln ad agosto
PALERMO – Superato il target di spesa 2025 per il Fesr in Sicilia, con la Commissione europea che “ha certificato l’utilizzo di 375,5 milioni di euro a fronte dei 338,6 milioni necessari per evitare il disimpegno automatico delle risorse”.
È quanto comunicato ieri dal presidente della Regione siciliana Renato Schifani, che ha rivendicato questo risultato come la prova della capacità “di utilizzare con efficacia le risorse europee, mettendole al servizio dello sviluppo e della crescita del territorio”.
I dati della Corte dei Conti e del Mef: numeri discordanti
Si tratta, però, di un risultato che mostra dei profili contraddittori rispetto a quanto certificato da altre fonti autorevoli. In primo luogo la Corte dei Conti che, come visto, al 31 dicembre 2024 rileva in Sicilia una spesa del Fesr 21-27 pari a circa 54 milioni e una certificazione sulla quota del contributo Ue che si attesta su poco più di 33 milioni.
Un trend, questo, che trova conferma anche nel monitoraggio della Ragioneria generale dello Stato al 31 agosto 2025, dal quale emerge ancora un livello dei pagamenti del Fesr siciliano 21-27 che si aggira sui 55 milioni di euro.
Rispetto a questo stato di avanzamento, stando ai risultati illustrati dal Governo Schifani, in Sicilia si sarebbero spesi circa 320 milioni del Fesr 21-27 in appena sei mesi, quando, almeno fino all’estate scorsa, i pagamenti superavano a malapena 50 milioni.
Un’accelerazione, forse, un po’ troppo dirompente per passare inosservata e che, dunque, fa sorgere il dubbio di una qualche discrepanza.
Le possibili spiegazioni sulle discrepanze dei dati
La discrepanza potrebbe essere riferita al sistema di monitoraggio del Ministero dell’Economia, che avrebbe così rilevato in Sicilia un livello di spesa più basso di quello reale, oppure ricercata in altre vie.
Come, in quest’ultimo caso, l’eventuale inclusione nei 375,5 milioni spesi di cui parla la Regione di risorse provenienti da precedenti cicli di programmazione (sebbene la chiusura del Fesr 2014-2020 sia stata annunciata in pompa magna nei mesi passati) oppure confluite, in virtù di rimodulazioni, da strumenti finanziari diversi dal Fesr.
Fondi europei in Sicilia: attesa di chiarimenti ufficiali
Si tratta chiaramente di ipotesi, rese necessarie dal fatto che l’unico dato certo, al momento, pare essere la discordanza tra quanto rivendicato dalla Regione siciliana e quanto registrato da Corte dei Conti e Ministero dell’Economia.
Il Quotidiano di Sicilia resta a disposizione della Presidenza e degli altri organi della Regione siciliana per raccogliere e pubblicare eventuali chiarimenti.

