PALERMO – Un’accelerazione c’è stata innegabilmente, anche se, sorpresa delle sorprese (o forse mica tanto), la Sicilia ultima per spesa dei fondi europei che fino all’estate scorsa era la penultima regione d’Italia per spesa dei fondi europei, adesso è scivolata all’ultimo posto. Secondo il bollettino periodico del ministero dell’Economia sui programmi regionali 2021-2027 finanziati con il Fesr e con l’Fse+, con dati aggiornati al 28 febbraio, c’è stato il “sorpasso” del Molise sull’Isola: in pochi mesi (un report precedente, infatti, risaliva ad agosto 2025) l’avanzamento di spesa molisano è passato dallo 0,5% al 10,4%, mentre la spesa siciliana è partita dall’1,7% per raggiungere il 7,4% a febbraio. Terremoto in fondo alla classifica, visto che in questo modo il Molise ha sorpassato anche Calabria e Abruzzo. Ma è la Sicilia a rimanere fanalino di coda nella spesa dei fondi Ue.
Si tratta, appunto, di un dato percentuale sull’importo totale assegnato dall’Ue a ciascuna regione. Ed è vero che la dotazione complessiva molisana è di gran lunga inferiore a quella siciliana (383 milioni contro 7 miliardi), per cui al Molise è “bastato” spendere in un semestre 38 milioni di fondi europei per guadagnare posizioni sulla Sicilia, nonostante quest’ultima, nello stesso periodo di tempo, di milioni ne abbia spesi quasi 390. Ma è vero anche che quella molisana è sia una realtà più piccola (c’è uno scarto di circa 4 milioni e mezzo di abitanti) sia, si presume, burocraticamente meno equipaggiata di quella siciliana.
Il sorpasso del Molise e il ritardo della Regione Siciliana
Al fatto che il Molise abbia scavalcato l’Isola, dunque, va riconosciuto un certo “peso specifico”. Insomma anche le proporzioni contano, e il dato sull’avanzamento dei programmi europei che ora condanna la Sicilia come maglia nera d’Italia comunque resta ed è pesante. Tanto più che i fondi di coesione europea sono stati ideati in sede europea appositamente per colmare i divari economici tra le aree più e meno sviluppate del Paese, e proprio in quelle regioni – come la Sicilia – che più ne hanno bisogno, e alle quali infatti vengono assegnate le quote più consistenti, la spesa procede a passo di lumaca.
Anche volendo tradurre le percentuali in termini monetari, le performance non sembrano confortanti. In Sicilia, secondo i dati del Mef, sono stati spesi fino allo scorso febbraio 513 milioni su 7 miliardi complessivi di Fesr e Fse+ (appunto circa il 7,4%). Livelli di spesa migliori (anche se comunque insufficienti nel quadro generale) si rilevano in altre regione del Sud, come Campania (753 milioni) e Puglia (787 milioni). Entrambe dispongono di un plafond assai generoso, tra i 5 miliardi e mezzo pugliesi e i 7 miliardi campani. In questo caso, dunque, non regge neppure l’alibi dello “scarto delle doti” che solo in parte scagiona la Sicilia nel confronto con il Molise.
Sicilia sotto la media del Mezzogiorno
Nel quadro macro territoriale, inoltre, pesa anche il fatto che l’avanzamento di spesa in Sicilia al 7,4% sia fortemente inferiore alla media del Mezzogiorno, che si attesta al 10,9%. Anzi, nel Sud Italia, il “girone” in cui scontano le pene del sottosviluppo le regioni classificate dall’Ue come più arretrate (cioè con un Pil pro capite inferiore al 75% della media comunitaria), la Sicilia è di fatto l’unica a restare ampiamente sotto la spesa media. Altre tre regioni, Campania, Calabria e Molise, non raggiungono questa soglia, ma soltanto, rispettivamente, per 0,12, per 0,84 e per 0,54 punti percentuali. La Sicilia, invece, è sotto di 3,51 punti. Tutte le altre regioni cosiddette meno sviluppate (Sardegna, Puglia e Basilicata) sono comunque sopra la media meridionale del 10,9%.
Per quanto riguarda il trend di spesa, invece, come sottolineato in apertura, in Sicilia c’è stata senz’altro un’accelerazione rispetto ad agosto dello scorso anno, così come nelle altre regioni. Anche se, appunto, l’incremento ottenuto dall’Isola (5,7 punti percentuali in sei mesi), non regge il confronto con quello di altri territori, come il già citato caso del Molise (cresciuto di 9,8 punti). In ogni caso, considerando la durata del ciclo di programmazione 2021-2027, anche questa spinta è ancora insufficiente.
Il rischio di perdere 3,5 miliardi di euro
Per evitare il disimpegno automatico dei fondi europei, secondo le regole N+2 e N+3 stabilite da Bruxelles, la Regione siciliana deve certificare la spesa entro il 31 dicembre 2030 (il termine originario era il 2029 ma poi, nell’ambito delle ultime rimodulazioni, è stata ottenuta una proroga di un anno). Se, però, in Sicilia dovesse mantenersi l’attuale ritmo di spesa, senza ulteriori e ancor più decise accelerazioni (e ammesso che, anzi, non ci sia una battuta d’arresto), si approderebbe alla fine del 2030 con pagamenti per circa 3,5 miliardi di euro su un plafond di quasi 7 miliardi, appena il 50% dei fondi Ue assegnati alla Regione Siciliana. Con la conseguente perdita definitiva dei rimanenti 3,5 miliardi di euro.
Fsc disallineato dal piano finanziario. Si attende l’effetto degli investimenti tra i quali anche i termovalorizzatori
Notizie poco incoraggianti anche per l’attuale ammontare della spesa del Fondo sviluppo e coesione (Fsc) 2021-2027, gli oltre 5 miliardi di risorse statali ricevute dalla Regione siciliana in forza dell’accordo siglato il 27 maggio 2024 dal governatore Renato Schifani e dalla presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni. Secondo il bollettino del Mef, fino febbraio scorso in Sicilia sono stati spesi 264,65 milioni. Appena il 5% del plafond. Un avanzamento che si direbbe davvero molto basso, nonostante lo scorso 3 gennaio (quando i pagamenti erano a circa 210 milioni di euro) il presidente Schifani abbia commentato con soddisfazione il livello della spesa. Entusiasmo o meno, fatto sta che, rispetto ad agosto 2025 (quando si era all’1,9%), il risultato è stato incrementato di appena 3 punti percentuali.
Per di più, in base ai documenti collegati all’accordo con il Governo, la Regione non dovrebbe avere grossi margini di discrezionalità per quanto riguarda l’ammontare della spesa annuale. L’allegato B1, infatti, contiene un preciso piano finanziario che indica l’importo da investire anno per anno (per quanto riguarda la quota ordinaria, dunque al netto delle anticipazioni) con data ultima il 2032. Secondo questo documento, dalla sottoscrizione dell’accordo fino alla fine del 2025, la Regione siciliana avrebbe dovuto spendere circa 515 milioni dell’Fsc e, per quanto riguarda il 2026, dovrebbe prepararsi a investire altri 400 milioni di euro. Insomma, patti alla mano, per l’inizio dell’anno in corso in Sicilia ci si aspettava un avanzamento di circa il 10% (non l’attuale 5%) in modo che, per il prossimo dicembre, la Regione avrebbe potuto puntare al 17%. Risultati che, al momento, non sembrano affatto a portata di mano.
Una certa spinta alla spesa delle risorse dell’Accordo per la coesione, dovrebbe aversi con i progetti finanziati di recente. Tra questi, il restyling dello stadio Renzo Barbera di Palermo, per il quale la Regione ha previsto un contributo di 60 milioni mediante una rimodulazione dell’Fsc. E ancora, nei giorni scorsi, l’assessorato regionale ai Beni culturali ha destinato oltre 180 milioni di euro, sempre dell’Fsc, alla realizzazione di 57 interventi di restauro e riqualificazione del patrimonio storico e monumentale siciliano.
Tra i progetti di maggior valore finanziati con i fondi dell’Accordo per la coesione, poi, c’è quello dei termovalorizzatori, i due impianti che sorgeranno a Palermo e Catania e che rappresentano il cuore del Piano rifiuti elaborato dalla Regione. Per le due strutture è previsto un investimento di circa 1 miliardo di euro. L’obiettivo della Regione, secondo quanto annunciato da Palazzo d’Orleans, è quello di rendere operativi gli impianti entro il 2028. Per allora, dunque, sarebbe ragionevole attendersi una significativa accelerazione sul fronte dell’impiego delle risorse Fsc.

