Formazione professionale, i licenziati dagli Enti di nuovo in presidio - QdS

Formazione professionale, i licenziati dagli Enti di nuovo in presidio

Michele Giuliano

Formazione professionale, i licenziati dagli Enti di nuovo in presidio

venerdì 18 Settembre 2020 - 00:12
Formazione professionale, i licenziati dagli Enti di nuovo in presidio

I corsi, riavviati con l'Avviso 2, non hanno permesso a tutti di tornare in servizio. Stazionano davanti l'assessorato regionale a Palermo: chiedono l'applicazione della L. 25/93

PALERMO – Per il mondo della formazione professionale non sembra esserci mai pace. Nonostante i proclami dell’assessore regionale al ramo, Roberto Lagalla, il settore stenta a trovare la strada per lavorare con continuità e a pieno regime.

Ultimo esempio l’Avviso 2, presentato come l’inizio di una nuova era, e che invece ha lasciato fuori molti lavoratori, licenziati dai propri enti che non hanno avuto modo di riprendere le attività. Ma gli operatori non vogliono stare fermi ad assistere a questo gioco al massacro.

Alcuni ex dipendenti di enti di formazione, guidati dal “Sifus Confali formazione professionale”, si sono così incatenati per protesta in Corso Calatafimi a Palermo, di fronte alla sede dell’assessorato regionale all’istruzione e alla formazione professionale, per dare forza alla propria voce con un atto dimostrativo di tutta la disperazione che sta dietro alla mancanza di progettazione e di visione di insieme che ha caratterizzato il settore negli ultimi 5 anni, in cui tutto sembra essere crollato e nessuno riesce a trovare fondi e mezzi per trovare una soluzione coerente e duratura.

“Siamo stanchi di sentirci raccontare le favole da parte di questo assessorato – ha detto Costantino Guzzo, segretario regionale della Fp Sifus Confali – e soprattutto dal suo assessore, che ha una legge che può applicare per assicurare la continuità lavorativa, ma che non applica perché ci sono i contenziosi in tribunale.

Noi dei contenziosi facciamo a meno, l’amministrazione regionale è tenuta ad applicare le leggi”. Il sindacato rivela anche come in alcuni casi la legge sia stata applicata a quelli che Guzzo definisce “gli unti del Signore”, e ciò non può essere tollerato: “O tutti o nessuno. Di certo c’è una cosa: le chiacchiere sono finite, noi da qua ce ne andremo solo quando verrà applicata la legge”. E l’ormai prossimo avvio delle attività dell’Avviso 8 non servirà a risolvere la situazione, visto la condizione di precarietà legata al periodo di emergenza sanitaria, per cui molti aspiranti allievi sono piuttosto scettici nel frequentare delle attività in presenza proprio in questi mesi, sia perché si tratta di una progettazione risalente a quasi 5 anni fa, per cui anche le richieste sono cambiate. Insomma, molti enti hanno già lasciato intendere che rinunceranno ai fondi, e al momento null’altro si presenta all’orizzonte.

I licenziamenti, quindi, potrebbero continuare. “Siamo stati licenziati e siamo qui per chiedere il rispetto del nostro contratto nazionale – ha detto Paolo Catalano, uno dei lavoratori licenziati dal Cefop -. Questi signori, politici e non politici, ci hanno tolto la dignità, a noi lavoratori e alla nostra famiglia”. E allora si sono incatenati, a dimostrare come i lavoratori si sentano bloccati lungo una strada senza uscita. Da una parte un contratto a tempo indeterminato, che dovrebbe garantire la continuità lavorativa, dall’altro, lunghi periodi di stop che non sono neanche stati coperti da ammortizzatori sociali che potessero aiutare i lavoratori e le famiglie a tirare avanti. La soluzione potrebbe essere quindi l’applicazione della legge 25 del 1993, che prevede la mobilità esterna negli enti regionali. Si potrebbero, in tal modo, redistribuire i tanti lavoratori “di troppo” in altre posizioni in cui potrebbero rendersi utili e trovare una stabilità.

L’indifferenza, gli impegni disattesi, le false promesse che hanno dovuto collezionare in questi anni i lavoratori – dicono dal Sifus – non possono continuare ad oltranza e da domani la nostra organizzazione sindacale sarà determinata a non smontare più il presidio, se non dopo aver ottenuto la dovuta ricollocazione di quanti sono stati privati ingiustamente del proprio lavoro”.

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