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Frana a Niscemi, gli esperti: “Rischio residuo elevato, non si può stabilizzare il versante”. Le possibili “soluzioni”

Frana a Niscemi, gli esperti: “Rischio residuo elevato, non si può stabilizzare il versante”. Le possibili “soluzioni”
La frana di Niscemi

Tutto ciò, viene descritto nel quadro del terzo report affidato alla competenza di un cospicuo gruppo di esperti guidato da Nicola Casagli, il professore presidente del Centro per la Protezione Civile dell’Università di Firenze

A qualche mese dalla frana di Niscemi, evento che ha letteralmente distrutto la località in provincia di Caltanissetta, il suolo della zona resta “instabile” ed è ancora concreto il rischio dello scivolamento del costone. Tutto ciò, viene descritto nel quadro del terzo report affidato alla competenza di un cospicuo gruppo di esperti guidato da Nicola Casagli, il professore presidente del Centro per la Protezione Civile dell’Università di Firenze.

Come viene analizzato del report della squadra di Casagli sull’area di Niscemi, “il quadro complessivo del sistema franoso permane in uno stato di instabilità evolutiva, con un rischio residuo elevato per l’intero corpo di frana”. Dunque, viene esposto come “si raccomanda pertanto di adottare un approccio integrato per la gestione del rischio residuo che combini misure di Protezione civile, monitoraggio strumentale continuo, delocalizzazioni e interventi di mitigazione strutturale, al fine di ridurre progressivamente l’esposizione al rischio del centro abitato e delle infrastrutture”.

Successivamente, osservano gli esperti come “allo stato attuale i risultati ottenuti rappresentano un quadro conoscitivo tecnicamente coerente, ma da considerarsi preliminare, in quanto basato sulle conoscenze disponibili fino alla data del presente rapporto. La complessità del fenomeno e la sua evoluzione nel breve termine rendono necessario proseguire con ulteriori indagini e monitoraggi”.

Frana Niscemi, le conclusioni degli esperti: “Non è possibile la totale sicurezza del versante”

Inoltre, gli esperti che stanno analizzando Niscemi in questi mesi sono giunti ad una conclusione: non è possibile mettere definitivamente in totale sicurezza l’intero versante coinvolto in questo drammatico distaccamento. “Non è tecnicamente possibile conseguire una stabilizzazione globale” – si legge, a causa delle dimensioni del sistema franoso, ma anche della profondità delle superfici di scivolamento e anche delle caratteristiche di stampo geologico dei terreni coinvolti.

“Le analisi condotte confermano che, a causa delle dimensioni del sistema franoso, della profondità delle superfici di scivolamento e delle caratteristiche geologiche dei terreni coinvolti, non è tecnicamente possibile conseguire una stabilizzazione definitiva dell’intero versante mediante interventi strutturali estensivi” – spiegano infatti i geologi. E ancora, viene spiegato come la “gestione del dissesto deve pertanto fondarsi su strategie di mitigazione del rischio e su un approccio adattivo, basato sul monitoraggio continuo e sul controllo dei principali fattori di instabilità” – sottolineano sul quarto report gli operatori della Protezione Civile.

“Gli interventi non devono quindi mirare alla ricostruzione della morfologia originaria, ma piuttosto accompagnare l’evoluzione del pendio attraverso opere di riprofilatura, regimazione delle acque superficiali e protezione dall’erosione” – si sottolinea dunque nel report. In breve dunque, viene esposto come le “strategie di mitigazione devono quindi concentrarsi principalmente” su un fattore, ovvero “il controllo delle acque”.

Cosa verrà fatto sulla parete rocciosa di Niscemi in un medio periodo

“Nel medio periodo – sottolinea inoltre nel rapporto la Protezione Civile che gestisce questa frana – gli interventi proposti sono orientati alla riduzione delle infiltrazioni, alla captazione delle emergenze idriche, alla regimazione delle acque meteoriche e alla protezione dall’erosione del piede dei versanti. Nel lungo periodo, solo una caratterizzazione geologica e geotecnica più approfondita potrà consentire la progettazione di eventuali opere strutturali mirate, che tuttavia potranno agire solo localmente e non garantire una stabilizzazione globale del sistema”.

Il ruolo centrale delle “misure di prevenzione”

Secondo gli esperti perciò, “un ruolo centrale” è quello “attribuito alle misure di prevenzione”, ma di tipo non strutturale. Tra queste, troviamo la “gestione” adattiva del rischio, ma anche “l’aggiornamento continuo della zonazione di pericolosità e il controllo dell’uso del suolo”. E ancora, in questo sistema sulla zona “può” anche “risultare necessario limitare nuove edificazioni nelle aree più instabili e prevedere la progressiva delocalizzazione delle infrastrutture maggiormente esposte”.

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