I meridionali continuano a votare chi li rende poveri. E fuggono dal deserto sociale che avanza - QdS

I meridionali continuano a votare chi li rende poveri. E fuggono dal deserto sociale che avanza

Giuseppe Lazzaro Danzuso

I meridionali continuano a votare chi li rende poveri. E fuggono dal deserto sociale che avanza

lunedì 03 Agosto 2020 - 00:01

Intervista con il giornalista Antonio Fraschilla, autore, con il direttore della Svimez Luca Bianchi, del libro “Divario di cittadinanza”. L’indice viene puntato contro “una politica di pensiero e di comunicazione” impegnata a riproporre la favola del Mezzogiorno “che vive sulle spalle del Nord” usando i migranti come arma di distrazione di massa. Ma il volume, che intreccia storie e dati, dimostra come non sia affatto così. La necessità di “una presa di coscienza di tutte le classi dirigenti del Paese” per rilanciare l’Italia

L’immagine mostra un’Italia tagliata in due: la parte superiore verde e florida, quella inferiore grigia, quasi morta. Nel mezzo stanno un anziano in carrozzina, una ragazza con lo zaino scolastico e un uomo con un trolley: sanità, istruzione e mobilità. È la copertina di “Divario di cittadinanza” che, scritto dal direttore della Svimez Luca Bianchi e dal giornalista Antonio Fraschilla, ha come sottotitolo “Un viaggio nella nuova questione meridionale”.

Il libro (Rubettino, 180 pagine e 14 euro), pur ripudiando il “revanchismo neoborbonico”, narra appunto di una “questione meridionale che muta pelle” e che induce una “cittadinanza limitata” negli abitanti del Mezzogiorno d’Italia. E il Sud, con la crisi economica scatenata dal coronavirus, rischia di diventare “un grande buco nero, sempre più spopolato e arido, dove chi vi nascerà sarà condannato a vivere in condizioni difficili, se non impossibili, e senza alcuna prospettiva”.

Di questi temi abbiamo parlato con Fraschilla – palermitano, firma di Repubblica e profondo conoscitore della situazione politica ed economica della Sicilia – partendo da quella “grande recessione del 2008-2013” e dai “profondi cambiamenti nei sistemi economici e sociali che ne sono seguiti … con la responsabilità delle forze politiche” e che “hanno intaccato gravemente i livelli di giustizia sociale” aprendo, al Sud in particolare, “le ferite più profonde in termini di reddito e di occupazione”.

– Possiamo imputare alla legge sul Federalismo fiscale, con il perverso meccanismo della spesa storica, l’inizio di questa nuova Questione meridionale?

No, a mio avviso il problema è ben più ampio. La legge sul federalismo fiscale non ha avuto come conseguenza il taglio di risorse per investimenti al Sud: quella è stata una scelta politica fatta dai vari governi che avevano, tra i loro rappresentanti, autorevoli ministri e onorevoli del Sud. Esponenti politici che in cambio del ruolo hanno evitato magari di creare grane ai governi. Se le Ferrovie hanno investito sempre meno, se l’Anas ha fatto lo stesso, e cito solo due esempi, non è colpa del federalismo fiscale.

– Il secondo step del Federalismo fiscale sembrava essere quel regionalismo differenziato che, è scritto nel libro, rispondeva “più a esigenze di egoismo fiscale che a un disegno di riattivazione del sistema Paese”. E tutto è saltato quando il ministro per le Regioni Francesco Boccia ha pronunciato una magica parola: perequazione…

Si è vero, ma il ragionamento sul regionalismo differenziato è figlio di una politica di pensiero, e di comunicazione spesso, che ha descritto un Sud che vive sulle spalle del Nord: non è così, perché, come raccontiamo in questo nostro libro, i costi per servizi affrontati al Sud sono spesso superiori: pensiamo agli asili nido, alla sanità e ai viaggi della speranza, all’istruzione fuori sede

– Il 30 gennaio scorso è stato presentato il rapporto 2020 di Eurispes che, citando anche dati Svimez, ha certificato una “rapina” del Nord al Sud di ben 840 miliardi di euro in diciassette anni. Quali mutamenti avrebbe potuto produrre nel Sud una somma così enorme?

Guardi, io non credo alle teorie dello scippo: chi oggi denuncia questo scippo è stato spesso al governo o nelle maggioranze di governo. Il nostro libro punta il dito anche sulla classe dirigente meridionale: lamentiamo giustamente riduzioni di risorse al Sud, ma come abbiamo speso quelle che avevamo? Lamentiamo tagli, ma da cinque anni non siamo capaci di spendere i miliardi dei fondi europei o del patto per il Sud. Se in Sicilia ci sono da cinque anni 350 milioni per le strade secondarie mai spesi, di chi è la colpa? Del Nord o dei nostri governanti sicilianissimi?

– Perché ritiene che la notizia di questa “rapina” così clamorosa sia praticamente passata sotto silenzio tra i grandi media nazionali?

Ripeto: negli ultimi vent’anni la questione meridionale è stata narrata come un Sud che scippa risorse al Nord e gli atti di governo hanno seguito questa narrazione. Mi chiedo come sia stato possibile che ministri che hanno fatto parte di governi per più anni di Andreotti, penso ad Alfano, non abbiamo mai detto nulla in merito.

– Sui social temi come quello dei migranti sono utilizzati come “armi di distrazione di massa” per sviare l’attenzione dei cittadini dalla drammatica realtà che vivono. Per esempio, pochi sanno dei quattrocentomila posti di lavoro che, secondo stime Svimez, saranno perduti nel 2020 nel Mezzogiorno…

La narrazione sui migranti è stata da sempre utilizzata per distogliere l’attenzione sui problemi veri del Paese. Purtroppo accade anche adesso. Si indica nei migranti il problema del malessere sociale ed economico, ma cosa hanno fatto in questi decenni Regioni e Comuni del Meridione per attrarre investimenti, per creare filiere di impresa? Glielo dico io: nulla.

In un passo del vostro libro – che mescola dati e storie di meridionali, tra difficoltà, diritti negati, inventiva, successi, furberie e compromessi – ricordate che la Costituzione stabilisce uguali diritti su istruzione, accesso alle cure sanitarie, assistenza sociale, pari opportunità, possibilità di fare impresa. “Principi che oggi – sottolineate – non sono rispettati in maniera omogenea nel Paese”.

È un dato di fatto: il dibattito Nord-Sud non ha più senso. Qui parliamo di diritti di cittadinanza sanciti dalla Costituzione, e su questo si dovrebbero concentrare le classi dirigenti tutte del Paese, non su una conta tra dare e avere.

– Uno dei passi più tristi del volume è quello in cui parlate di “incolmabile divario di opportunità” tra Nord e Sud, “soprattutto per le nuove generazioni”…

È questo il vero tema della nuova questione meridionale: la desertificazione economica e culturale, la fuga dei giovani, il calo della natalità, le minori opportunità per le donne nel Meridione. L’Italia cosa vuole fare del Meridione? Lo Stato, in tutte le sue diramazioni, vuole lasciare alla deriva questo pezzo del Paese?

– La tesi sostenuta “di una sperequazione evidente delle risorse pubbliche a favore del Nord” secondo voi “nasconde le responsabilità delle classi dirigenti meridionali”. Ma non c’è stata anche una forte spinta di partiti come la Lega Nord nell’ottenere di spostare fondi sempre maggiori sul Settentrione “locomotiva del Paese”?

Il problema non è la Lega, che ha governato, quando ha governato, con partiti che hanno raccolto messe di voti al Sud. È un problema di classe dirigente tutta del Paese, che ormai ha come introiettato la narrazione del Sud piagnone e nullafacente e del Nord che è frenato dal Meridione. Questo libro vuole mettere in circolo una narrazione diversa, parlando appunto di divario di cittadinanza prima ancora che economico: vorrei sentire un presidente del Consiglio che in conferenza stampa dica: investiremo tot per aprire nuove scuole, daremo un aiuto agli atenei del Sud, porteremo l’alta velocità ferroviaria finalmente in tutto il Paese e con tempi certi. Questo vorrei sentire, anche se un plauso va dato al ministro del Sud Giuseppe Provenzano che ha difeso la quota che spetta al Sud per investimenti come previsto da leggi e in fondo dalla costituzione

– La soluzione che il libro propone per uscire da questa situazione è quella di tornare al Patto Nord Sud della ricostruzione post-bellica. Ma su quali basi?

Sulle basi di un progetto per lo sviluppo sociale ed economico del Paese tutto: se cresce il Sud cresce anche il Nord. Ma attenzione: in questo patto andrebbe messo un freno alle classi dirigenti del Sud. Se nella sanità si va avanti a raccomandazioni, se negli atenei i docenti vengono assunti per amicizie e legami poco chiari, se negli enti pubblici fanno carriera i lacchè della politica locale non si va da nessuna parte. Anzi sono io il primo a dire: basta dare risorse al Sud se vanno in mano a questi sistemi clientelari.

– “Senza rammendare questo Paese tra le sue aree geografiche”, scrivete, il Nord, “sempre più a fatica cercherà di viaggiare alla stessa velocità del resto dell’Europa e un Sud sempre più distante da tutto e tutti”. Ma si rischia anche di creare forti tensioni tra le due aree dell’Italia…

Non penso, noi meridionali subiamo senza alzare la voce, ci lamentiamo e votiamo chi da decenni si rende poveri. No, non penso a nessuna tensione sociale, penso ad una fuga dal Sud questo sì, ad un deserto sociale che avanza.

– Quanto il Recovery fund può servire al “rammendo” di cui si parlava? Forza Italia ha recentemente proposto di utilizzarlo per realizzare il Ponte sullo Stretto…

Forza Italia che ha governato per decenni a Roma e a Palermo dovrebbe parlare, prima del Ponte o insieme al Ponte, di quanti asili nido sono stati aperti in Sicilia, di quante nuove strade sono state fatte, di quante risorse sono state tolte agli atenei del Sud, di quante scuole sono state ristrutturate, di quanti insegnanti di qualità veri sono stati assunti. Parliamo del Ponte e i nostri figli non hanno la stessa istruzione delle famiglie di altre regioni. Io non ho una idea chiara sul Ponte, ma so di certo in cosa investirei se fossi al governo del Paese e della Sicilia. Ma parlare del Ponte mi rendo conto è più facile e in fondo non costa nulla: anzi costa, visto che il governo Berlusconi ha speso 600 milioni per questo Ponte che ancora non c’è.

– Da Siciliano, come si augura che si risolva questa vicenda?

Solo una presa di coscienza di tutte le classi dirigenti del Paese, da Milano a Palermo, e della classe politica può mettere le basi per un rilancio di questo pezzo d’Italia, che i nostri nonni e avi hanno difeso e unito al costo spesso della vita.

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