Fuggire è vile, restare per cambiare - QdS

Fuggire è vile, restare per cambiare

Carlo Alberto Tregua

Fuggire è vile, restare per cambiare

martedì 14 Settembre 2021 - 03:40

La paura fa Novanta, con la conseguenza che si fugge anche dal niente. Spesso si ha paura della paura, per cui il nulla ci sembra un grattacielo.
Tutto questo accade perché nel tempo, crescendo, da bambini e poi da adolescenti, non si è innestato un processo di maturazione che abbia consentito di capire come funzionano le vicende nella vita terrena e come ci si debba comportare per affrontare le stesse.

Quando si ha paura viene voglia di fuggire. Ma la fuga è sempre un segno di viltà, cioé di quel sentimento negativo che è collegato all’egoismo e all’istinto di sopravvivenza.

Ora, quando si corre un pericolo serio e vero, quando ci accorgiamo che sta arrivando un’onda altissima che rischia di sommergerci, quando le circostanze sono più grandi di noi, è comprensibile che si entri in uno stato di terrore. Ma quando quello che descriviamo è di modesta entità, il terrore (o la paura) è assolutamente ingiustificato.

Poi vi è la fuga dal proprio territorio, dal proprio lavoro, dalla cerchia di amicizie perché non si riesce ad essere più compatibili. Ma non ci si chiede se tale incompatibilità derivi da fatti obiettivi oppure da un nostro stato d’animo che può diventare parossistico, con la conseguenza che non ci fa più vedere con oggettività quello che accade.

C’è poi chi trova la giustificazione di fuggire o di andarsene dalla propria terra per cercare fortuna o lavoro, giustificando col fatto che dove siamo nati non c’è né l’una né l’altro.

Si può comprendere questo modo di pensare, ma non giustificare dal punto di vista sociale perché se vanno via i migliori, la conseguenza è che restano i peggiori. Se una parte della popolazione residente è fatta da persone inconcludenti e incapaci, non ci saranno mai i semi della crescita, dell’innovazione, della competitività e di quegli altri requisiti necessari per fare evolvere un Popolo.

È inutile pensare che dall’esterno si possano fare iniezioni di Democrazia o di cultura a una collettività non ricettiva. È l’errore che hanno commesso le Democrazie occidentali quando hanno ritenuto di immettere la Democrazia in Iraq, in Libia o in Afghanistan. Nei tre casi, la dimostrazione è che vi è stato un fallimento completo.

I migliori debbono restare nella propria terra perché il loro dovere sociale è quello di cambiare le cose, di acquisire innovazione e competenze, di fare evolvere il Popolo, di modo che anche la classe dirigente da esso derivata sia evoluta.

Guai quando il Popolo è ignorante, gretto e incapace. Sarà in balia di tanti blablatori e illusionisti che gli faranno credere fischi per fiaschi e gli carpiranno i consensi (cioé i voti) per poi andare a fare nelle istituzioni i propri comodi e i propri interessi.

La questione è semplice a enunciarla, più difficile a comprenderla. Ma è tutta qui: un Popolo ignorante esprime una classe politica ignorante, salvo quando il Caso determina la nascita di una persona fuori dal comune, capace, intelligente e proba, che diventa il leader trainante. Però la crescita di un Popolo non può essere affidata al Caso o alla Fortuna. Essa deve essere la conseguenza della capacità di autopromuoversi, mirando a obiettivi che diano benessere a tutti.

In duemilasettecento anni (Catania è stata fondata dai calcidesi nel 729 a. C.) il popolo siciliano ha avuto solo due grandi leader: Federico II (1194-1250), nato dalla quarantenne Costanza d’Altavilla, moglie di Enrico VI, la quale durante un viaggio si fermò a Jesi e il 26 dicembre del 1194 diede alla luce Federico su una pubblica piazza, affinché nessuno negasse che quel figlio fosse stato partorito da lei.

Prima di lui, un altro grande personaggio, suo nonno, Ruggero II (1095-1154) dette lustro all’Isola.

Non siamo storici, ma non ci risultano altre figure di rilievo in condizione di condurre il popolo siciliano verso mete di crescita. Ed ecco spiegata in parte la principale causa del fatto che ancora oggi la situazione economico-sociale dei siciliani è quasi da Terzo mondo, con un reddito pro capite metà di quello dei confratelli (si fa per dire) lombardi.

L’esodo dei migliori continua, favorito dai peggiori che così possono continuare a farsi i loro affari indisturbati, con un Popolo inerme e incapace di cambiare le cose.

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