è stucchevole continuare una discussione che non dovrebbe esistere: la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Stucchevole e inutile, oltre che gravemente offensivo, non solo per il Meridione, ma per il buon senso di tutti gli italiani. Sappiamo, però, che il nostro è il Paese dei due pesi e due misure: quello che vale per il Nord, non vale per il Sud, mentre ricordiamo la celebre frase dell’ “avvocato” Agnelli, il quale affermò solennemente: “Ciò che vale per la Fiat, vale per l’Italia”.
Quella egemonia non solo non è ancora finita, ma è sempre più accentuata. Ciò accade per la pochezza e la sudditanza del ceto politico meridionale, e segnatamente di quello siciliano, che pur di essere accontentato relativamente ai propri interessi mette in subordine quelli dei territori rappresentati.
Il clientelismo dilagante, che si alimenta con la cultura del favore, consente poi a questi mentecatti di essere rieletti nonostante, invece, dovrebbero essere mandati nell’Isola di Sant’Elena.
Il Ponte, ricostruito in meno di due anni a Genova, è un’opera abbastanza normale per l’ingegno del suo ideatore, il senatore a vita Renzo Piano, con pilastri prefabbricati in acciaio e campate prefabbricate e collocate sopra tali pilastri.
Non sottovalutiamo la capacità progettuale e ingegneristica dello stesso, però desideriamo indicarne la semplicità costruttiva. Il Ponte di Genova è costato due miliardi. Bene, sia per l’importo speso che per il tempo relativamente breve per attivarlo.
Tuttavia, non possiamo non fare un elementare raffronto con l’altro Ponte, quello sullo Stretto di Messina, di cui si parla da oltre cinquant’anni, per il quale sono stati fatti centinaia di studi di ogni tipo, compresi quelli ambientali, per verificare se disturbavano la fornicazione degli uccelli.
Per tutto questo è stata costituita una società per azioni – restata in vita fino a quando il Governo Monti non l’ha mandata in liquidazione, peraltro non ancora completata – che è costata decine di milioni per la sede a Roma, per i membri del Consiglio di amministrazione, per gli emolumenti di revisori, dipendenti e dirigenti. Tutto buttato nel pozzo. Quello che scriviamo vi sembrerà incredibile.
Ma c’è di più. Lo Stato italiano ha sottoscritto un regolare contratto per costruire il Ponte con un general contractor, il quale dopo la costruzione sarebbe diventato il gestore del traffico tra Scilla e Cariddi.
Così facendo, il costo del Ponte veniva dimezzato. Inizialmente esso sarebbe costato intorno a sei miliardi di euro, oggi lievitati ad otto, di cui solo la metà a carico dell’erario. Dite voi se si possa dire ancora “no” a un manufatto eccezionale per struttura e per immagine nel mondo che, rispetto a quello di Genova, costerebbe appena il doppio, cioè quattro miliardi invece che due.
Come si può ancora ostacolare un progetto del genere? E come può un ministro, cosiddetto del Sud, argomentare che il Ponte non si trovi all’ordine del giorno e che, peggio assai, non verrà inserito nei progetti da finanziare con i prestiti europei?
Sembra una situazione folle dove chi parla invece straparla senza alcuna cognizione di causa e forse senza rendersi conto del danno che fa a tutto il Paese.
Per combattere il virus maledetto, dobbiamo giustamente indossare la mascherina, quando all’aperto vi sia assembramento, non quando siamo soli, neanche quando siamo in auto e neppure quando consumiamo bevande o altro nei bar.
La mascherina, ovvero la maschera, se la dovrebbe mettere il citato ministro del Sud, tale Giuseppe Provenzano, e tutta la compagine governativa nella quale si è levata solo qualche timida voce, come quella del nisseno Giancarlo Cancelleri, che però è stato prontamente tacitato dai suoi big e da quegli intelligentoni del Partito democratico.
Neanche abbiamo sentito voci favorevoli da parte del “Capitano” Salvini, né della prorompente Meloni, mentre tace il residuo di Forza Italia, dimenticando la solenne promessa di Berlusconi, regolarmente non mantenuta.
Dobbiamo anche sottolineare il silenzio di quotidiani e televisioni meridionali su una questione che è fondamentale per rilanciare l’economia (10-15 mila occupati) e soprattutto per ridare la dignità rubata dal Piemonte a tutto il Sud.
