“Ma questi erano Cosa Nostra? All’inizio no, però quando accominciaru a fare muovere i soldi, si c’immisca (si inserisce, nda) u sicco”. Vincenzo Spezia, 63enne mafioso di Campobello di Mazara, non ha dubbi: la carriera da narcotrafficante di Giacomo Tamburello si è incrociata con Matteo Messina Denaro.
È anche sulla base di queste dichiarazioni che il 65enne, finito ieri in carcere insieme all’ex moglie Maria Antonina Bruno e al figlio Luca, deve rispondere del reato di riciclaggio di uno dei tesori più ricchi del capomafia di Castelvetrano, morto nel 2023.
Una storia, quella fotografata dall’inchiesta della Dda di Palermo, che somiglia a un giro del mondo, ma con un’accortezza: selezionare sopratutto paradisi fiscali. Tamburello e i suoi familiari sarebbero riusciti per anni a muovere capitali aprendo conti correnti e società in Paesi che tradizionalmente offrono ampie garanzie di riservatezza e, di conseguenza, poca collaborazione con le autorità giudiziarie straniere.
Il bisogno di mimetizzare la propria ricchezza, dissimulandone l’origine derivava dalla natura totalmente illecita dei profitti. Frutto di innumerevoli traffici internazionali di droga, soprattutto hashish.
Mafia, droga e la carriera di Giacomo Tamburello
Il casellario giudiziario di Giacomo Tamburello è altrettanto ricco. La prima condanna definitiva per reati in materia di droga la subisce nel 1989, l’ultima nel 2023. In mezzo, ci sono processi celebratisi a Firenze e Milano. I tribunali hanno certificato che Tamburello ha fatto affari con il narcotraffico quantomeno dal 1983. Quell’anno fu coinvolto nella vendita di una settantina di grammi di eroina.
Gli anni Ottanta fungono da trampolino: “Certamente sino al 1989, l’indagato prendeva parte a un’associazione organizzata finalizzata a realizzare traffici di cocaina, eroina e hashish, con base operativa a Campobello di Mazara ma con disponibilità di alcuni appartamenti nella città di Milano”, si legge nell’ordinanza che lo ha portato dietro le sbarre. Il passaggio da Milano era funzionale allo spostamento della droga che arrivava dalla Spagna e doveva finire in Sicilia. Ma anche a nord, oltre confine: tra il 1984 e il 1985, Tamburello è protagonista di un trasferimento in Svizzera di tre quintali di hashish.
“Nel 1990 – prosegue la gip Antonella Consiglio – lo spessore criminale di Tamburello aumenta sensibilmente: da semplice partecipe assurge al rango di promotore”. L’uomo finisce in una nuova indagine partita dal sequestro di oltre sette tonnellate di hashish. Nella prima metà degli anni Novanta, Tamburello raggiunge la propria completa affermazione: da latitante – verrà arrestato nel 1994 – gira con documenti falsi, compra immobili in Spagna, ha a disposizione numerose automobili, un’imbarcazione.
Qualche tempo dopo, un uomo con lui imputato racconterà di essere andato un giorno a ripulire da eventuali tracce un’abitazione di Tamburello a Bresso, nel Milanese, e di avere portato via da un pouf una somma in contanti del valore di almeno un miliardo di lire. Nello stesso processo emergerà che ai corrieri della droga erano stati pagati complessivamente 324 milioni di lire. Un dato utile a farsi un’idea dei guadagni per l’associazione.
Finta immobiliarista
Le ingenti risorse finanziarie accumulate dalla famiglia Tamburello negli anni hanno comportato la necessità di fare investimenti. Al contempo i tre si sono trovati in più di un caso a dover giustificare la provenienza dei soldi.
Nel 2012, in una nota interna della Banca Privata di Andorra a cui Maria Antonina Bruno si era rivolta qualche anno prima per aprire un conto dove aveva versato somme provenienti da un conto del Banco Atlantico del Principato di Monaco si legge: “La signora si dichiara divorziata, non si conosce il marito, non possiede referenze lavorative, vive in una residenza di lusso a Marbella”. Qualche tempo dopo, nella stessa banca venne registrato un altro appunto: “La cliente ci ha inviato copia della documentazione della società spagnola (Lamagia Invest) dalla quale riceve l’affitto per i locali dati in locazione a una banca. Chiediamo anche un contratto di affitto. Richiediamo qualsiasi documentazione che possa comprovare l’eredità da parte dei genitori o il trasferimento del conto svizzero. Il denaro ereditato dai suoi genitori andò dalla Svizzera a Gibilterra, Monaco e poi ad Andorra”.
I sospetti c’erano, tuttavia per tanto tempo Tamburello e i propri familiari sono riusciti a fare rimbalzare i capitali frutto del narcotraffico da un Paese all’altro.
La quota di Matteo Messina Denaro
Ad accostare Tamburello alla mafia sono stati negli ultimi anni due collaboratori di giustizia. Il primo è Giuseppe Bruno, figlio di un costruttore da sempre accostato al mandamento mafioso di Bagheria. Dopo essere arrestato in Brasile, ha deciso di parlare con i magistrati ai quali ha detto di aver visto Tamburello in compagnia di Filippo Guttadauro, cognato di Messina Denaro. Lo stesso Guttadauro avrebbe rivelato a Bruno che Tamburello era un uomo d’onore. Il 63enne Vincenzo Spezia, esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, di cui il padre fu capo, si è detto invece sicuro del fatto che a essere in affari con il narcotrafficante fu lo stesso Matteo Messina Denaro. Al capomafia di Castelvetrano – stando a quanto lo stesso gli avrebbe confidato prima di entrare in latitanza – sarebbe spettato il dieci per cento dei profitti.
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