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Giorgio Colangeli in scena allo Stabile: “Questo spettacolo parla anche di voi”

Giorgio Colangeli in scena allo Stabile: “Questo spettacolo parla anche di voi”
Giorgio Colangeli

Sul palco del teatro catanese, da domani a domenica, “Le volpi” di Lucia Franchi e Luca Ricci

CATANIA – Appartiene a quella schiera rara di interpreti capaci di attraversare teatro, cinema e televisione con la stessa autorevolezza, trasformando ogni personaggio in una creatura viva, imperfetta, indimenticabile. Basta uno sguardo, e la scena è già sua. Sul palco, insieme a Manuela Mandracchia e Federica Ombrato, Giorgio Colangeli è protagonista de “Le volpi” di Lucia Franchi e Luca Ricci che firma anche la regia. Prodotto da CapoTrave e Infinito srl, lo spettacolo verrà rappresentato allo Stabile di Catania-Sala Futura da domani a domenica.

Se dovesse rivolgersi direttamente al pubblico siciliano, cosa direbbe per invitarlo a entrare in questo ‘gioco di volpi’?
“Direi semplicemente: venite a specchiarvi. Tutto dipende dal rapporto che ciascuno ha con sé stesso. Se si è disposti a guardarsi e a interrogarsi un po’ di più, allora l’esperienza può essere preziosa. Se invece si preferisce sorvolare, può risultare persino scomoda. Non lo spettacolo in sé – che resta una commedia, e anche molto piacevole – ma i contenuti, quelli sì, possono pungolare”.

Nel copione campeggia un’epigrafe di Leonardo Sciascia: “I grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi”. Portare queste parole in Sicilia, conferisce loro un peso diverso?
“In realtà credo che riguardino l’Italia intera. Più che la differenza tra Nord e Sud, conta l’ambientazione: in un centro medio-piccolo è più difficile riconoscere la piccola corruzione, perché entra in gioco la dimensione personale. Il sindaco è una brava persona, affettuoso con i figli, cordiale per strada… Elementi che rendono più complicato giudicare con lucidità. Così si finisce per assolvere gli altri. E il primo passo è assolvere sé stessi”.

Quanto quella frase risuona nel ruolo che interpreta? È un cinico consapevole o un uomo che si racconta una verità comoda?
“È un praticone, uno che forse, anche in buona fede, si è abituato a una piccola corruzione che non percepisce più come tale. Riesce perfino a legare un interesse personale – le forniture per il reparto maternità del suo comune – a una causa apparentemente nobile: salvare il reparto dalla chiusura per insufficienza di nascite. Per lui è un alibi. Ciò che conta davvero è ottenere la conferma delle forniture attraverso una procedura d’emergenza che aggira le gare d’appalto. Eppure, se si guarda solo all’obiettivo dichiarato, mantenere aperta la maternità è una battaglia meritoria. Non è un personaggio contraddittorio: procede dritto per la sua strada. Il punto è che nella vita reale diagnosticare il male è molto più complesso che in teoria. Non è solo una questione di corruzione, ma di intrecci quotidiani difficili da districare”.

E fuori dal palcoscenico? Si riconosce anche lei in quei piccoli compromessi quotidiani?
“Certo, è proprio per questo che mi sento coinvolto! Pensiamo alle infrazioni minime: il parcheggio in doppia fila, la corsia d’emergenza imboccata durante un ingorgo. Se vedi che lo fanno in cinquanta, finisci per farlo anche tu. È un meccanismo collettivo, negli altri trovi già una forma di consenso. E poi c’è la tendenza a vedere la pagliuzza nell’occhio altrui e non il trave nel proprio”.

Ha spesso interpretato figure ambigue, uomini di potere o personaggi attraversati da contraddizioni morali. Cosa la affascina di queste zone d’ombra?
“Sono più reali dei personaggi idealizzati. L’ideale è necessario, come un campanile che orienta: non devi raggiungerlo, ma ti indica la direzione. Serve, come i sogni. Tuttavia la vita è molto più complessa. Nel testo, la direttrice generale lo dice chiaramente: il compromesso si impara subito. E noi diamo alla parola un’accezione negativa, come se fosse una resa. In realtà è una forma di adattamento indispensabile. Gli assoluti non sono praticabili. Bisogna sapersi adattare, come accade in natura”.

Il teatro ha ancora la forza di smascherare le ipocrisie del potere o rischia di parlare solo ai già convinti?
“Il teatro nasce per questo. Penso alle sue origini rituali, alla funzione quasi catartica. Già nell’antica Grecia, Aristofane sferzava costumi e malcostumi dell’epoca”.

Dopo tanti anni di carriera, cosa la sfida ancora come attore? È più difficile sorprendere il pubblico o sé stessi?
“Mi interessa dare concretezza ai personaggi attraverso l’osservazione della vita. Ho sempre osservato molto, fin da ragazzo. Ascoltare qualcuno parlare in treno e immaginare che tipo di vita conduca, che lavoro faccia, come sia la sua famiglia… È un esercizio continuo. Quel materiale diventa poi sostanza per i personaggi. La sorpresa è speculare: quella che può provare il pubblico è la stessa che provo io quando un personaggio si rivela diverso da come appariva. Mi affascinano i ribaltamenti morali: chi sembra cattivo e poi si riscatta, o viceversa. Sono colpi di scena che rispecchiano la complessità della vita”.