ROMA – Non è un Paese per giovani, ma più che altro non è un Paese di giovani. L’Italia è lo Stato dell’Unione europea con la minore incidenza di under 35 sulla popolazione totale ed è lo stesso Paese da cui sono “scappati” oltre 630 mila giovani tra il 2011 e il 2024, secondo l’ultimo rapporto del Cnel. È inevitabile che questo “particolare” abbia delle conseguenze dirette sulla società, specie se pensiamo alle ricadute che si riscontrano nelle comunità locali. E se è (anche) nelle istituzioni che si riflette lo specchio di una società, in Italia un dato salta all’occhio: sono 308 i sindaci under 35 nei Comuni, ovvero il 3,9% del totale. Lo dice il rapporto Ifel – Comuni italiani 2025 della Fondazione Anci.
Giovani e politica: disaffezione o mancanza di spazi?
“I giovani non si interessano alla politica”, è una frase che spesso risuona, ma che semplifica una condizione molto più complessa: secondo il rapporto 2025 delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) “La democrazia nelle tue mani”, sono molti i giovani che si vogliono attivare ma che non trovano un luogo sicuro e accogliente in cui farlo; o ancor di più sono ragazze e ragazzi che, seppur convinti di dover agire per cambiare lo stato delle cose, non credono nell’efficacia delle proprie azioni. In sintesi, le Acli hanno definito tale atteggiamento “né dentro, né contro”, ovvero distante dai rappresentanti della politica odierna ma non ostile all’idea di mettersi in gioco e prendere parola.
Astensionismo e Minocrazia: chi decide davvero
Nel quadro della disaffezione alla politica, si intrecciano livelli allarmanti di astensione elettorale (che non riguardano solo la fascia giovanile). Alle ultime Politiche del 2022, infatti, il nostro Paese ha toccato un record negativo storico, con una partecipazione alle urne che non ha raggiunto nemmeno il 64%. Il quadro produce una vera e propria Minocrazia, in cui sono in pochissimi a decidere le sorti di questo Paese.
Lavoro precario e partecipazione socio-politica
La sfiducia nelle istituzioni sempre più crescente, anche per il livello di insoddisfazione e ingiustizia sentito da molti, è uno dei nodi che estranea il cittadino dalla partecipazione politica, a più livelli. Anche se ci sono vari modi di “rispondere” all’ingiustizia e su questo c’è un dato da rilevare, se assumiamo il punto di vista di un giovane lavoratore: tra i precari under 35 è il 32,7% a dimostrare un’alta attivazione socio-politica, contro l’8,5% che viene da coloro che non hanno avuto esperienze di lavoro “in nero”. Se parliamo, però, di rapporto tra giovani e partiti/istituzioni, si intuisce una cosa molto chiara: poca fiducia, rifiuto delle opzioni esistenti e necessità di trovare degli outsider che possano rappresentarli.
Famiglia, scuola e socializzazione politica
Di certo, la fine delle grandi organizzazioni di massa in cui la politica era una “fatto” di tutti e alla portata di ciascuno, ha prodotto una sorta di “dispersione” della democrazia e un incrinamento del pluralismo civico, provocando, però, anche differenti (e nuovi) modelli di partecipazione politica. I giovani sono al centro di questo mondo che cambia, anzi ne sono artefici e protagonisti. Ma esistono anche alcune condizioni che non li “aiutano” a sentirsi parte di una comunità solida, dalla precarietà economica e lavorativa alla percezione di istituzioni distanti dai loro bisogni. Secondo il rapporto Acli, poi, incide in maniera decisiva il contesto di socializzazione “primario” da cui un giovane proviene: la famiglia e la scuola, che sono un termometro per analizzare il grado di educazione alla vita pubblica e al valore democratico del voto. Secondo il rapporto “tra chi non ha avuto alcuna socializzazione, l’84,8% non ha partecipato mai ad attività politiche/civiche prima di diventare maggiorenne; viceversa, chi ha avuto un doppio canale famiglia/scuola mostra la più alta quota di partecipazione regolare ad attività politiche e civiche”.
Partecipazione politica invisibile e informazione
Ci sono, però, vari modi di partecipare alla vita politica: oltre a quello diretto, ce n’è uno “invisibile”, come lo definisce l’Istat, che consiste nell’informarsi e discutere di politica. Secondo il rapporto Istat, presentato nell’autunno 2025, i livelli più bassi di partecipazione politica “invisibile” riguardano i giovani fino a 24 anni e, in particolare, i giovanissimi: si informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3% dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6%) dei 18-24enni. A non informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2% e il 35,4%.
Partecipazione digitale e nuove forme di impegno
Ma in quella che potremmo definire la fine della Seconda Repubblica, ovvero il tempo odierno in cui le fonti di informazione sono profondamente cambiate divenendo più veloci e spesso affidate all’utilizzo dei social network e dell’intelligenza artificiale, disegnano un livello di consapevolezza politica – e quindi di partecipazione – diverso da quello che potevamo analizzare una decina di anni fa. Si tratta di una partecipazione digitale, meno standardizzata e omogenea, ma che rappresenta un “luogo” non fisico in cui muoversi per costruire una propria idea politica. Nel 2024 si informava attraverso Internet il 47,9%, dieci anni prima era il 27,8%. La percentuale dei giovanissimi e della fascia 18-35 sale fino al 65%. E secondo il rapporto Acli il 55,5% di ragazze e ragazzi ha esercitato una qualche forma di attivismo online.
I giovani come vivaio della politica
“C’è un deficit di speranza – ha detto il presidente nazionale dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci), Gaetano Manfredi, intervenendo a Palermo in occasione dell’ultima assemblea nazionale di Anci giovani – dovuto al fatto che la politica non rischia. E se non si rischia non c’è futuro. Se a decidere ci fossero più giovani il tasso di speranza si alzerebbe, perché un giovane costruisce un mondo in cui vivrà e rischia per averlo. Favorire l’accesso dei giovani alla partecipazione democratica significa portare istanze nuove nel processo democratico. Nei Comuni abbiamo un grande vantaggio perché c’è un ricambio generazionale molto forte rispetto agli altri comparti dello Stato. I Comuni sono una sorta di vivaio della politica”.
I giovani come vivaio della politica. Un auspicio che può riportare la “primavera” della democrazia in quella che oggi è più una Minocrazia, in cui si sacrifica la partecipazione politica sull’altare della delega (e della rassegnazione): votano gli altri, decidono gli altri, perdono o vincono gli altri. Ricostruire la responsabilità civica del “noi”, questo sì, può essere un vero anticorpo per la democrazia.
Marino (Anci Sicilia Giovani): “Chi ha amministrato in passato ci ha lasciato i problemi di oggi. Adesso tocca a noi dimostrare quello che sappiamo fare”
PALERMO – Lo stato attuale delle cose pone la necessità di indagare sulle cause di “alienazione” politica (giovanile e non). Che poi significa anche chiedersi quanto ci si allontana da un giovane quando lo si “addita” come categoria a sé. E chiedersi a cosa va in contro un giovane amministratore locale che sceglie di dedicare la sua vita alla comunità. Il 21 febbraio a Caltanissetta ci sarà la seconda edizione dell’Assemblea di Anci Sicilia Giovani. Noi abbiamo parlato di tutti questi temi con Luciano Marino, sindaco di Lercara Friddi (un comune dell’entroterra palermitano) e coordinatore di Anci Sicilia giovani.
I sindaci under 35 sono poco più del 3%, in Sicilia sono appena sette. Come mai?
“Il dato è così basso perché fare il sindaco è impegnativo. È un’attività che fai per i cittadini, per la tua città, dove ci sono i tuoi ricordi d’infanzia, i tuoi amici. Ed è un’attività molto logorante. Lo faccio da otto anni e bisogna avere molta passione e una situazione economica che ti permetta di poter dedicare le tue giornate a questo”.
I numeri più alti di sindaci under 35 sono in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte. Ci sono più ostacoli nel Meridione?
“Ostacoli in più non credo ce ne siano, ma ci sono alcuni fatti da analizzare. Generalmente un Comune del Nord è molto più semplice da amministrare, perché la densità abitativa è molto più alta, ma in poco territorio. Nelle nostre zone è molto diverso. Prendiamo per esempio un comune vicino a Lercara Friddi che è Castronovo di Sicilia, che conta 2.400 abitanti in 201 chilometri quadrati di territorio, cioè per estensione il terzo comune più grande della provincia di Palermo. Già questo ti dà una prospettiva diversa, perché è molto più complicato gestire in questi luoghi i servizi sociali rispetto al Nord. Però aggiungo un altro fattore. A Lercara della mia generazione siamo rimasti pochi e le menti migliori, i professionisti, sono andati via. Quindi ci troviamo anche in una condizione in cui chi avrebbe le capacità per amministrare ha fatto altre scelte di vita. Chi rimane, ma magari fa l’operaio, è più difficile che possa fare il sindaco: non perché non abbia le capacità, ma perché il tipo di lavoro non gli consente di impegnarsi in politica. Diverso è per un libero professionista. Un altro fattore importante, poi, è la fiducia nel futuro, che qua è meno marcata che al Nord. Questa è la cosa che personalmente mi ha motivato di più. Non siamo peggio degli altri, anzi. Ai miei colleghi amministratori del Nord dico sempre che noi abbiamo problemi di cui loro neanche conoscono l’esistenza. Può essere un fattore motivante o demotivante. Siamo abituati a sentirci dire: ‘Ma a tia cu ti ci porta?’ e questo è indice che forse qui abbiamo poco amor proprio e per i nostri territori. E forse le istituzioni hanno dato uno ‘spettacolo’ di sé poco incoraggiante, allontanando anche i più giovani. Però bisogna avere passione e spirito di sacrificio. Non è sempre rose e fiori, bisogna sapersi sottoporre al giudizio senza subirlo”.
E da giovane amministratore si incontra qualche pregiudizio in più?
“Capita sovente che il giovane che amministra non venga preso sul serio. Mi chiedo sempre qual è la differenza fra un amministratore under 35 e uno in senso generale… Quando si parla di politiche giovanili solitamente si dà la delega a un giovane, ma cos’è la politica giovanile se non l’insieme di spettacolo, turismo, scuole, infrastrutture, sport? Non è giusto autoghettizzarsi. Noi abbiamo bisogno di nuovi amministratori, che siano più o meno giovani importa poco, se danno una visione diversa da quella che c’è sempre stata. Ci sono colleghi amministratori più giovani di me che hanno visioni più vecchie di quelle vecchie. Quando io mi sono candidato la prima volta nel 2018 ho parlato di una nuova filosofia politica, che può essere condivisa o meno, però è nuova al di là del dato anagrafico”.
Funziona così anche nei partiti e nelle associazioni?
“Quando arriva il giovane amministratore si tende a dire ‘ma è un picciotto, c’è tempo’, ‘questa cosa la può fare un’altra volta’, l’approccio è questo. Ma dobbiamo essere noi stessi a far capire che siamo pronti oggi, non domani.Chi ha fatto il sindaco negli anni Settanta-Ottanta, non vuol dire che oggi abbia una buona ricetta, perché il mondo e le loro ricette ci hanno lasciato i problemi che abbiamo oggi. Noi non possiamo accettare lezioni, sicuramente possiamo ascoltare i consigli. L’importante è che noi diamo dimostrazione sul campo di quello che sappiamo fare. Poi c’è anche l’altro lato della medaglia, quello in cui qualche giovane amministratore pensa di sapere già tutto e quindi non accetta i consigli. Però, in generale, io credo che in Sicilia è tutto molto più complicato per le ragioni economiche e di emigrazione”.
Ha citato una “nuova filosofia” nel fare politica, di che si tratta?
“La filosofia è quella di lavorare per tutti, ascoltare tutti, collaborare con tutti, anche con chi non ti vota. Io ritengo che le istituzioni siano di tutti e abbiano il dovere di occuparsi di tutti. Come diceva De Gasperi: ‘Se non ti occupi di politica, la politica si occuperà di te’. La collaborazione in questo è fondamentale: dobbiamo essere esempio di unione. Capita che nei piccoli centri le comunità si spacchino anche per astio tra persone o famiglie. Questo allontana i giovani dalla politica. Ci vuole un processo anche sociale”.
Il digitale ha cambiato il modo di guardare alla politica. È un bene o un male?
“Il digitale è molto positivo, ma ci sono delle difficoltà. Io utilizzo poco i social ma su Facebook c’è una platea di anziani che mi segue. La digitalizzazione può sembrare una questione esclusivamente giovanile, ma non lo è. Credo che la tecnologia debba andare nella direzione di aumentare la partecipazione alla vita politica, ma anche alla vita democratica, perché siamo arrivati a un punto in cui vota meno del 50 per cento degli elettori”.
La scarsa partecipazione è dovuta a scarsi livelli di cultura e a poca informazione?
“Oggi c’è fin troppa informazione. Manca la capacità di discernimento. Oggi l’informazione viaggia talmente veloce, e i social media hanno aumentato questa velocità in una maniera supersonica, che non si capisce più cosa è giusto e cosa no. La realtà è distorta e oggi vale tutto. Se non insegniamo agli utenti giovani la differenza tra giusto e sbagliato, rischiamo una deriva culturale che neanche la scuola può arginare. Siamo ancora in zone in cui dobbiamo combattere la povertà educativa ogni giorno, così come i livelli allarmanti di dispersione scolastica. Non basta creare leggi e cercare di farle rispettare. Quando il problema è culturale è complicato combatterlo. Giochiamo una partita fondamentale, soprattutto sulla microcriminalità”.

