PALERMO – La Sicilia rischia di trovarsi davanti a un paradosso senza precedenti. Mentre negli ultimi dieci anni ha visto sparire quasi 175 mila giovani, nei prossimi cinque dovrà trovare quasi lo stesso numero di lavoratori per sostituire chi andrà in pensione. Due dati praticamente identici che raccontano meglio di qualsiasi analisi la gravità della crisi demografica che sta investendo l’Isola.
173.900 lavoratori siciliani da sostituire entro il 2029: i dati Cgia di Mestre
Da una parte, dunque, una generazione che se ne va o semplicemente non nasce più, dall’altra migliaia di posti di lavoro che rischiano di rimanere scoperti. La domanda, oggi, è una sola: chi lavorerà in Sicilia domani? La fotografia emerge dall’ultimo studio dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, che analizza gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro italiano. Secondo le stime elaborate sulla base del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, tra il 2025 e il 2029 saranno 3.042.000 i lavoratori italiani che lasceranno definitivamente il mercato del lavoro per raggiunti limiti di età o di anzianità contributiva. Di questi, 1.608.300 saranno dipendenti del settore privato, 768.200 dipendenti pubblici e 665.500 lavoratori autonomi.
In questo scenario la Sicilia occupa una posizione particolarmente delicata. Nei prossimi cinque anni saranno infatti 173.900 i lavoratori siciliani che dovranno essere sostituiti. Di questi 74.600 appartengono al settore privato e rappresentano il 42,9% del totale delle uscite previste. Si tratta dell’ottavo valore più alto d’Italia per numero assoluto di lavoratori da rimpiazzare, dietro soltanto a Lombardia (567.700), Lazio (305.000), Veneto (291.200), Emilia-Romagna (261.000), Piemonte e Valle d’Aosta (252.000), Campania (210.500) e Toscana (200.700). La Sicilia precede invece Puglia (153.500), Liguria (93.300), Marche (83.200), Sardegna (80.000) e tutte le altre regioni italiane.
La Sicilia quinta peggiore d’Italia per calo demografico
Ma è incrociando questo dato con quello demografico che emerge tutta la portata del problema. Nel 2015 in Sicilia vivevano 1.207.996 giovani tra i 15 e i 34 anni. Nel 2025 sono diventati appena 1.033.063. In dieci anni l’Isola ha perso 174.933 ragazzi, pari a un crollo del 14,5%. Un numero impressionante che coincide quasi perfettamente con quello dei lavoratori che dovranno essere sostituiti entro il 2029. In altre parole, mentre il mercato del lavoro avrà bisogno di quasi 174 mila nuove persone, la Sicilia ha già perso quasi 175 mila potenziali lavoratori.
La regione è la quinta peggiore d’Italia per perdita di popolazione giovanile. Soltanto Calabria (-18%), Sardegna (-17,2%), Basilicata (-16,6%) e Molise (-15,5%) registrano risultati peggiori. La media nazionale si ferma invece al -4,3%, mentre l’intero Mezzogiorno perde il 14,1% dei giovani. La Sicilia, dunque, fa addirittura peggio dell’intero Sud.
Nord in crescita, Sud in fuga: il Paese a due velocità
Il confronto con il Nord racconta un Paese che viaggia a due velocità. Mentre la Sicilia continua a svuotarsi, le principali regioni settentrionali vedono aumentare la popolazione giovanile. L’Emilia-Romagna registra un incremento dell’8,4%, la Lombardia del 4,9%, la Liguria del 4,6%, il Trentino-Alto Adige del 2,7% e il Veneto dell’1,4%. Sono proprio le regioni che, pur dovendo sostituire un numero di lavoratori superiore rispetto alla Sicilia, possono contare su una base giovanile in crescita, alimentata sia dall’immigrazione sia dai continui trasferimenti interni provenienti dal Mezzogiorno. È qui che emerge la vera differenza: il Nord affronta il ricambio generazionale attirando giovani, mentre la Sicilia lo affronta perdendoli.
Il crollo demografico provincia per provincia
L’emorragia interessa praticamente tutta l’Isola. Palermo è la provincia che registra la perdita più elevata in termini assoluti, con 45.970 giovani in meno in dieci anni (-15,1%). Seguono Catania con 35.134 under 35 in meno (-13%), Messina con 23.841 (-16,4%), Agrigento con 18.226 (-17%), Siracusa con 13.680 (-14,5%), Trapani con 13.110 (-13%), Caltanissetta con 12.289 (-18,3%), Enna con 7.447 (-18,3%) e Ragusa con 5.236 (-6,7%). Particolarmente critiche risultano proprio Enna e Caltanissetta, che figurano tra le province italiane maggiormente colpite dal calo della popolazione giovanile.
Meno giovani, meno investimenti, meno futuro per la Sicilia
Le conseguenze rischiano di andare ben oltre il semplice ricambio occupazionale. Meno giovani significa meno competenze disponibili, maggiore difficoltà per le imprese nel trovare personale qualificato, minore capacità di attrarre investimenti e una progressiva riduzione della competitività del territorio. Il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso: meno lavoro genera altra emigrazione, altra emigrazione riduce ulteriormente il numero di giovani, mentre aumenta il peso della popolazione anziana. La sfida che attende la Sicilia nei prossimi anni, quindi, non sarà soltanto sostituire i 173.900 lavoratori destinati alla pensione. Sarà soprattutto riuscire a trattenere e riportare sull’Isola quei giovani che oggi continuano a partire. Perché i numeri raccontano una realtà inequivocabile: senza nuove generazioni non mancheranno soltanto i lavoratori. Mancherà il futuro stesso della Sicilia.
Le realtà produttive continuano a cercare personale qualificato ed è proprio nel Mezzogiorno che vi sono maggiori opportunità
ROMA – Le difficoltà della Sicilia sono anche legate a una scarsa capacità, negli ultimi decenni, di produrre profili professionali ricercati dal mondo del lavoro. Un quadro che l’ultimo Governo regionale, con l’assessore Mimmo Turano, sta cercando di ribaltare, avviando proprio un dialogo con le realtà produttive locali. Come riferito al QdS nei mesi scorsi, infatti, negli ultimi anni la formazione isolana è stata indirizzata dai dati della piattaforma camerale Excelsior. Inoltre, l’ultimo avviso di formazione, si è basato sul protocollo di intesa firmato da Regione Siciliana, Confindustria e Ance che hanno indicato le figure da formare.
Excelsior fotografa il mercato del lavoro in Italia
Si tratta però di un processo lungo, che darà risultati negli anni a venire. Nell’attesa, torniamo a parlare del già citato sistema Excelsior, l’unica rilevazione ufficiale che ha l’obiettivo di analizzare, attraverso indagini continue a cadenza mensile, i programmi di assunzione riferiti a un universo di oltre 1 milione e 300mila aziende, offrendo un quadro aggiornato delle tendenze evolutive e delle principali caratteristiche qualitative della domanda di lavoro in Italia, valido per le diverse circoscrizioni territoriali, per settore economico e dimensione d’impresa. Un sistema che evidenza come le aziende continuino a cercare personale qualificato senza riuscirci.
Le professioni più difficili da reperire secondo Excelsior
“Le difficoltà di reperimento – si legge nell’ultimo report del mese di luglio 2026 – riguardano il 42,6% delle posizioni aperte e derivano in primo luogo dalla mancanza di candidati (26,3%), seguita da una preparazione non adeguata rispetto alle competenze richieste (12,3%). Il più elevato mismatch si registra nelle industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo e nelle costruzioni, entrambe al 62,6%, nelle industrie del legno e del mobile (60,0%) e nelle industrie tessili, dell’abbigliamento e calzature (56,2%), evidenziando la persistenza di un disallineamento strutturale tra domanda e offerta di lavoro”.
“Le professioni che le imprese faticano di più a trovare – viene evidenziato ancora nel report – appartengono soprattutto ai profili dirigenziali (59,5%), all’area degli operai specializzati (57,3%) e alle professioni tecniche (50,7%). Le difficoltà più marcate interessano gli addetti alle rifiniture delle costruzioni, difficili da reperire nel 75,6% dei casi, i fabbri ferrai costruttori di utensili (73,2%), i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori (67,4%) e i manutentori di macchine fisse e mobili (66,5%). Tra i profili tecnici si segnalano inoltre i tecnici in campo ingegneristico (64,9%), i tecnici della gestione dei processi produttivi (64,3%) e i tecnici della salute (64,1%)”.
Le difficoltà nel settore primario
“Nel settore primario – si legge nel documento – risulta di difficile reperimento il 33% delle posizioni aperte. Continuano a riscontrare le maggiori difficoltà, nel settore, le posizioni nella categoria di dirigenti, professioni con elevata specializzazione e tecnici (58,4% del totale) e tra questi, in particolare, i tecnici dei rapporti con i mercati (87,8%). Tra gli altri gruppi professionali più rilevanti del settore, vengono segnalate le maggiori difficoltà di reperimento per gli allevatori e operai specializzati della zootecnia (56,9%) e per il personale non qualificato addetto a foreste, cura degli animali, pesca e caccia (52,8%)”.
Opportunità di lavoro nel Mezzogiorno e nelle Isole
Ma non è tutto, perché anche in questo caso il paradosso legato al Mezzogiorno è servito: “Le opportunità di lavoro risultano più numerose nel Sud e Isole con circa 199mila entrate nel mese e 480 mila nel trimestre. Seguono il Nord-Ovest con 135 mila ingressi a luglio e 379 mila nel trimestre, il Nord-Est con 128 mila e 340 mila, e il Centro con 106 mila entrate nel mese e 290 mila nel trimestre. Tra le regioni, i fabbisogni più consistenti si registrano in Lombardia (95 mila nel mese e 256 mila nel trimestre), Lazio (53 mila e 143 mila), Campania (51 mila e 126 mila), Emilia Romagna (48 mila e 125 mila) e Veneto (47 mila e 129 mila).

