Il giudice Sebastiano Mignemi è stato nominato circa due settimane addietro presidente vicario della Corte d’Appello di Catania. Nella sua carriera in magistratura ha inanellato meriti ed esperienza di alto profilo. Al tempo sostituto procuratore a Caltanissetta indago sull’omicidio del giudice Rosario Livatino, giungendo con la Procura della Repubblica di appartenenza ad individuare alcuni esecutori materiali del delitto. Ha ricoperto anche il delicato incarico inquirente presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Catania con inchieste di alto calibro come quella sul clan Pulvirenti e sul clan Cappello. Lasciata la magistratura inquirente ha sposato le funzioni giudicanti. Nel suo percorso la Corte d’Appello, il Tribunale del Riesame, la I Corte d’Assise, il Consiglio Giudiziario. Da due anni guida la Prima Sezione Penale della Corte d’Appello, occupandosi anche di mandati di arresto internazionali, ed estradizioni ed oggi presiede la Corte d’Appello etnea.
Presidente Mignemi, i recenti episodi di tensione in istituti penitenziari siciliani hanno fatto scattare campanelli d’allarme. Secondo lei il motivo d’allarme è giustificato?
“Io credo che l’allarme sia ampiamente giustificato. Questi fatti che un po’ a macchia di leopardo stanno cominciando ad accadere in alcune carceri, anche in quelle siciliane, evidenziano uno stato di profondo disagio che percorre l’universo carcerario. Questo porta in se due aspetti, ed uno di questi è che fa male sapere che oltre la pena c’é un surplus di disagio causato da inaccettabili condizioni di detenzione che non sono previste come elemento della pena. Questo è un dato oggettivo che fa male perché la condizione umana deve essere sempre maggiormente tutelata. Sottolineo un aspetto fondamentale del sistema sanzionatorio e della funzione rieducativa della pena che in queste condizioni in tutta evidenza difficilmente si può intravedere. Questo è un aspetto, ma ce n’é anche un altro che non va sminuito né sottovalutato ed è il fatto che l’azione repressiva dello Stato si esercita non solo fuori dal carcere ma anche dentro. Quindi, se in carcere, delle condizioni di detenzione consentono il mantenimento di quello stato di contatti verso l’esterno, soprattutto da parte della criminalità organizzata, è chiaro si definisce un fallimento o comunque riduce tantissimo gli aspetti positivi che sono legati all’interruzione dei rapporti continui, costanti tra la criminalità organizzata in stato di libertà e quella in stato di detenzione”.
Oltre a costituire un pericolo per la società civile fuori dal carcere, si vanifica anche la pena detentiva all’interno del carcere dove il criminale può continuare a commettere ed ordinare crimini.
“Si vanifica la pena detentiva ma c’è ancor più il fatto che si consente il mantenimento di una attività delittuosa, criminale, che invece come primo compito la detenzione ha di interrompere. Mi riferisco a questa enorme quantità di telefonini che sono stati spesso rinvenuti all’interno delle carceri come alla droga che è stata rinvenuta. Ecco, questo lascia fortemente perplessi. Evidentemente queste sono condizioni carcerarie non sono solo disumane, sono anche lesive della dignità ma c’è anche qualcosa sotto il profilo dei controlli, di ciò che entra in carcere. Questa è una cosa sulla quale occorre intervenire”.
Il personale carcerario è sotto organico, questo è motivo ulteriore di allarme per i penitenziari?
“Questo credo sia un dato oggettivo. Ho sentito più volte la denuncia di rappresentanti sindacali della Polizia Penitenziaria, questo corpo fondamentale per la tutela dei diritti dello Stato e per i diritti delle persone che continuano ad avere pure in stato di detenzione. Se questo corpo di Polizia non viene messo nelle condizioni, per quantità di personale o per luoghi in cui opera – in questo caso mi riferisco alla vetustà di alcune strutture carcerarie – di poter operare in maniera efficiente e professionale, anche da questo punto di vista si crea da un lato una frustrazione per chi fa questo lavoro e dall’altro si creano possibili infiltrazioni, possibili deficienze nella regolamentazione della vita carceraria che passa attraverso il fondamentale istituto della Polizia Penitenziaria e del suo buon funzionamento”.
Così abbiamo da una parte sovraffollamento e caldo estremo – sopportabile a stento già da noi con ogni comfort e quindi figuriamoci li dentro – che suppongo abbrutisce ulteriormente le persone detenute, dall’altra ordini che abbiamo visto arrivano dal carcere a bande criminali fuori perché entrano telefonini senza grandi difficoltà. Mi chiedo se non rischiamo che boss mafiosi o comunque detenuti di rango abbiano la facoltà di fare un meeting nel corso del quale organizzare delle rivolte carcerarie sincronizzate mettendo così anche in ulteriore difficoltà lo Stato.
“Io credo che questo sia un rischio che si corre laddove questo fenomeno dei collegamenti telefonici diventi una cosa meno sporadica di quella che almeno fino adesso può essere considerato. Tutto questo, ripeto, va a colpire il principio fondamentale che la detenzione da un lato non deve avere trattamenti inumani e degradanti e dall’altro ed al tempo stesso deve essere una detenzione che non deve consentire un proseguo delle condotte criminose che venivano effettuate all’esterno. Su questo doppio binario ci si deve muovere in maniera efficiente, professionale, magari prendendo spunto da situazioni europee visto che forse non ci troviamo tra i primissimi posti”.
Lei condivide l’allarme lanciato dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia?
“Guardi, io non sono in grado di fare affermazioni come quelle che ha fatto il procuratore capo De Lucia, che per farle evidentemente avrà avuto i suoi buoni motivi. Però, oggettivamente rilevo che la situazione presenta degli aspetti molto allarmanti che vanno affrontati tempestivamente”.

