Un talento che non ha mai conosciuto mezze misure. Attrice istintiva, scomoda, visceralmente vera, ha attraversato la cultura italiana lasciando un segno profondo, lontano da mode e compromessi. Dai ruoli iconici che l’hanno consacrata negli anni Ottanta fino alle prove più mature, ha costruito una carriera fondata sul coraggio delle scelte e sulla forza di un’identità artistica inconfondibile. Una voce fuori dal coro, capace ancora oggi di sorprendere, dividere e affascinare.
Il gabbiano di Čechov in scena a Palermo
Protagonista con Filippo Dini che firma anche la regia, Giuliana De Sio porta in scena “Il gabbiano” di Anton Čechov. Coprodotto da TSV-Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, lo spettacolo sarà ospitato dal Teatro Biondo di Palermo dal 4 all’8 febbraio 2026.
Il dramma di personaggi paralizzati dal desiderio e dall’incapacità di amare davvero.
“Affrontiamo dei temi universalmente scottanti e anche umanamente: il conflitto generazionale tra i vecchi e i giovani, e poi le storie d’amore impossibili. Ogni singolo personaggio ha una storia d’amore, ed è una storia d’amore infelice, perché l’amato ama qualcun altro a sua volta. E, in questo girotondo di amori infelici, forse, il più infelice di tutti è l’amore impossibile tra Arkadina – il ruolo che interpreto – e suo figlio. Un disamore che finirà con il suicidio di quest’ultimo, di cui lei si sente fortemente responsabile”.
Quanto è stato doloroso – o liberatorio – entrare in un simile concentrato di anaffettività?
“Ci sono persone che non ce la fanno ad arrivare a certe temperature emotive. Lei è troppo presa dalla propria immagine, dal proprio egocentrismo. E, questo orrore di sé stessa, cerco a tratti di dimostrarlo. È sicuramente una donna con un grado di cultura elevato, però è totalmente fredda dentro: non riesce a perdere il controllo, a lasciarsi andare a un sentimento. Il figlio, invece, è pieno di passione, di sentimento, di voglia di amare e di essere amato. Soprattutto da sua madre”.
C’è un punto in cui sente che Arkadina le assomiglia più di quanto vorrebbe ammettere?
“No, questo è forse proprio uno di quei personaggi che, per metterlo in piedi, ho fatto molta fatica. Perché, se mi levano le emozioni, se non posso lavorare sulla parte emotiva, è un dramma”.
Oggi, cosa la emoziona ancora davvero quando accetta un nuovo progetto?
“Mi emoziona essere scelta dalle persone che io scelgo, che sceglierei poiché eccellenti. Scegliersi reciprocamente è un grande lusso, ancor più in questo momento. Ritengo che, nel mio percorso artistico, sia riuscita a muovermi nell’eccellenza e non abbia semplicemente portato la mia eccellenza in situazioni che magari non erano – come dire – all’altezza delle mie aspettative”.
Interpreta una grande attrice, ruolo che le è familiare.
“Forse è quello meno interessante, per quanto mi riguarda. Ho deciso, piuttosto, di raccontare una donna, con grande naturalezza. Magari ci si aspettava qualcosa di artificioso, e invece eccola lì: sul palco, senza sovrastrutture”.
Cosa significa essere un’artista donna in un ambiente storicamente dominato dagli uomini?
“Ho trascorso la mia vita cercando di mantenere sempre una certa autonomia e attraversando un universo di uomini. Credo che, in cinquant’anni di carriera, che compirò l’anno prossimo, sia stata diretta da due sole registe donne. Poi registi, attori, produttori, tutti maschi. Alla fine, ti ci abitui a vivere in un universo di uomini”.
C’è stato un momento in cui ha sentito il bisogno di dire dei ‘no’ importanti per restare fedele a sé stessa?
“Non sono una di quelle persone con una carriera professionale estremamente rigorosa. Ho fatto anche delle cose che non mi piacevano, perché non volevo stare ferma ma piuttosto lavorare e guadagnare. Talvolta le ho fatte per crescere, per fare esperienza, per curiosità anche”.
Ha conosciuto il successo molto presto. Come ha imparato a convivere con lo sguardo degli altri?
“Semplicemente non lo percepisco, è l’unico modo per conviverci. Certamente, nella realtà di tutti i giorni, sei abituata a prendere un taxi e a doverti fare il selfie col tassista, o che, se entri in un ristorante, non esci senza aver fatto la foto con il proprietario e con lo chef. Sei abituata a convivere con questi piccoli inciampi, che accetti – tuo malgrado – perché sei stata tu stessa a provocarli”.
Per alcuni il teatro è libertà, per lei cos’è il palcoscenico?
“È un po’ una gabbia. Quando finiscono gli applausi, sono felice perché so che finalmente uscirò da lì e potrò camminare sulle mie gambe e non su quelle del personaggio che interpreto”.
C’è qualcosa che il mestiere dell’attrice le ha tolto, e qualcosa che invece le ha restituito?
“Probabilmente avrei voluto svolgere un mestiere che io percepissi come più utile socialmente. Salvare delle vite sarebbe stato molto gratificante, ad esempio. Tuttavia, magari con questa professione non si salvano delle vite, però forse si può alleviare qualche serata nella vita di una persona. Ecco, io cerco, soprattutto col teatro, di valere almeno il prezzo del biglietto”.

