La storia di Giuseppe Lazzaro non nasce da un’illuminazione improvvisa, ma da una curiosità coltivata nel tempo.
Una curiosità che affonda le radici nella tradizione familiare dell’Etna e che, all’inizio degli anni Duemila, incontra una figura destinata a cambiare tutto, Frank Cornelissen: “Il mio interesse per il vino nasceva dalla voglia di approfondire quello che qui sull’Etna si è sempre fatto per tradizione – racconta Lazzaro -. Erano conoscenze tramandate, nulla di scientifico o professionale”.
L’incontro con Frank Cornelissen e i primi passi tra le vigne
Nel 2000, ancora studente, sente parlare di “uno straniero arrivato dal Belgio per allevare vigne sul vulcano. Mi incuriosiva tantissimo questa figura. Così ho iniziato a frequentarlo e a dargli una mano nei fine settimana”.
All’epoca le vigne erano poche, spesso abbandonate, e l’Etna non aveva ancora il valore che ha oggi. “I terreni te li regalavano, perché mantenerli era un costo”, ricorda. In quelle giornate tra potature, pranzi improvvisati e bottiglie allora introvabili, nasce una nuova consapevolezza. “Ho bevuto vini incredibili senza nemmeno rendermi conto di cosa stessi bevendo. Ma soprattutto ho iniziato a farmi domande”.
Dall’ingegneria al vino: la scelta di restare in Sicilia
Parallelamente, Lazzaro studia Ingegneria meccanica all’Università di Catania ed è coinvolto nel progetto Formula student, una vera palestra per la Formula 1. “Era un’esperienza totalizzante, ma mi stava portando lontano dalla Sicilia”.
Il bivio arriva intorno al 2010, quando Cornelissen apre la nuova cantina e ha bisogno di qualcuno che la gestisca stabilmente. “All’inizio dissi no. Non ero convinto che il vino potesse diventare il mio lavoro”. Poi qualcosa cambia. “A un certo punto ho capito che stavo soffocando. Sono uscito dall’università e non ci sono più rientrato”.
La trasformazione dell’Etna vista dall’interno
La scelta è netta: restare in Sicilia e dedicarsi completamente al vino. “Non volevo andarmene. E il vino era l’unica strada che mi permetteva di restare qui”.
Dal 2010 al 2020 vive in prima persona la trasformazione dell’Etna. “Non dico di avere vent’anni di esperienza, ma vent’anni di visione dell’Etna. Ed è un privilegio enorme”.
Un periodo in cui crederci era un atto quasi visionario. “Oggi è facile dire ‘torno sull’Etna’, ma quindici o vent’anni fa era un salto nel vuoto”.
Un approccio tra rigore scientifico e sensibilità artigiana
Da quell’esperienza nasce un approccio che unisce sensibilità artigiana e rigore scientifico. “Ho imparato da Frank il rispetto assoluto per la terra e per le differenze tra vigne – spiega -. Ma per deformazione professionale non lascio nulla al caso: ogni scelta deve avere una spiegazione, dati, motivazioni ripetibili”.
Il progetto personale e il racconto del territorio etneo
Nel 2020 inizia il suo progetto personale, fondato su un’idea chiara: non usare l’Etna come leva commerciale, ma come territorio da raccontare. “Vorrei che fossero i miei vini a far conoscere l’Etna, i suoi versanti, le sue tradizioni”.
Nascono così etichette come Acquatinta, che recupera un’antica usanza contadina, o Sparigiu che mette insieme versanti diversi per raccontarne le differenze.
Il Nerello Mascalese e l’identità delle vigne
Al centro c’è sempre il Nerello Mascalese. “È un vitigno pazzesco, con cui puoi fare di tutto. Ma l’importante è capire da dove arrivano le uve, come sono coltivate, l’età delle vigne”.
Per Lazzaro ogni zona ha senso solo se interpretata. “Non puoi usare le stesse tecniche a Nord e a Sud. Ogni territorio chiede una lettura diversa”.
Una visione che guarda al futuro senza dimenticare il passato. “Fare vino per me significa tradurre un luogo. Interpretare ogni vigna, ogni esposizione, ogni suolo”.
Dopo vent’anni passati a osservare l’Etna cambiare, Giuseppe Lazzaro continua a fare ciò che lo ha spinto fin dall’inizio: porsi domande e cercare risposte nel calice.

