Giuseppe Russo ama ripetere di essere “l’unico”, tra molti produttori dell’Etna, a non essere arrivato da altrove”. È nato a Passopisciaro, sul versante nord del vulcano, e da lì non si è mai realmente mosso. La sua storia, però, comincia lontano dal vino: al pianoforte. Cresciuto tra studio musicale, conservatorio e concerti, ha dedicato una tesi – poi diventata libro – al wagnerismo nel cinema di Visconti. Nulla lasciava intuire un futuro tra gli alberelli etnei.
Dalla musica al vino: la svolta familiare
La svolta arriva nel 2003, con la morte del padre. Le vigne di famiglia, sempre rimaste sullo sfondo, diventano improvvisamente una responsabilità.
“Io non avevo alcuna idea di vino – ricorda – Bevevo solo quello sfuso di mio padre. Non conoscevo mercato, tecniche, niente. Ma dovevo scegliere: vendere, oppure prendermene cura”. Decise di restare. E fu quel gesto – più che un progetto – ad aprire la strada alla nascita della cantina Girolamo Russo, intitolata al padre e fondata nel 2005.
L’incontro con Andrea Franchetti e il Nerello Mascalese
L’incontro che gli cambia la prospettiva è quello con Andrea Franchetti, tra i pionieri della rinascita etnea. I suoi vini mostrano a Russo ciò che non aveva mai creduto possibile: un Nerello Mascalese profondo, verticale, capace di grandezza: “Tutta la vita avevo sentito dire che non valeva niente. Franchetti aveva ribaltato tutto”. In quel momento intuisce il sogno che suo padre non aveva potuto realizzare: trasformare quelle vigne in una visione.
Emiliano Falsini e la costruzione di un modello etneo
Il percorso prende forma grazie a un secondo incontro determinante. Durante un progetto europeo, Russo viene segnalato all’enologo Lorenzo Landi, che però gli indica un giovane professionista: Emiliano Falsini. È Falsini a cercarlo, a telefonare alla casa della madre senza che Russo gli avesse mai lasciato un numero. Da quell’iniziativa nasce una collaborazione che dura ancora oggi e che ha contribuito a plasmare uno dei modelli più solidi e coerenti del vino etneo contemporaneo.
Le contrade dell’Etna e il linguaggio del territorio
Russo non aveva un piano, ma aveva una direzione: le contrade. San Lorenzo prima, Feudo di Mezzo poi. Raccontare i luoghi attraverso il vino gli appare da subito naturale: “All’inizio sull’Etna non c’era un’idea di territorio. Si cercava morbidezza, si aggiustava il vino. Il modello borgognone introdotto da Marco De Grazia è stato fondamentale ed ha dato al vulcano un linguaggio”. In quegli anni l’Etna si trasforma: arrivano nuovi produttori, investitori, sperimentatori. Russo, quasi senza volerlo, diventa uno dei riferimenti di questa stagione.
Artigianalità, metodo e coerenza produttiva
La sua idea di artigianalità è semplice e radicale: non quantità, ma metodo. Precisione, nessun protocollo fisso, un dialogo costante con l’enologo, fedeltà assoluta al vigneto: “Non sei artigiano perché fai poche bottiglie. Sei artigiano per come lavori”. Così, mentre molti cominciano a “giocare” all’artigianalità, lui costruisce una via personale, nitida, che non ha bisogno di proclami.
Etna oggi, biologico e scelte radicali
Oggi, mentre l’Etna è una delle regioni più osservate del vino italiano, Russo mantiene uno sguardo prudente ma critico, difendendo la complessità dei versanti e riflettendo sui limiti del biologico in annate difficili come il 2023, in cui ha scelto di non produrre nessuna contrada rossa per coerenza con il proprio stile.
Musica, tempo e identità etnea
La musica, intanto, non lo ha mai lasciato davvero: “Mi ha insegnato disciplina, ascolto, il senso del tempo. Nel vino ritrovo tutto questo: è un’arte che dialoga con ciò che c’era prima di te e con ciò che rimarrà dopo”. Forse è per questo che Giuseppe Russo parla dell’Etna non come un terreno da conquistare, ma come un luogo da interpretare: “Io qui ci sono nato. È l’unica differenza. Non sono venuto sull’Etna: sono rimasto. E restare, a volte, è la scelta più rivoluzionaria”.

