CATANIA – Dietro il sorriso delicato e lo sguardo intenso si cela un percorso costruito con studio e disciplina, lontano dagli stereotipi delle meteore televisive. Presenza tra le più solide della fiction italiana, ha saputo trasformare la notorietà in opportunità, scegliendo ruoli capaci di valorizzarne la sensibilità artistica e dimostrando che la bellezza può essere solo il punto di partenza. Serie di successo, personaggi femminili complessi, Giusy Buscemi è l’emblema di un talento che unisce grazia, determinazione e una sorprendente profondità interpretativa.
È tornata protagonista della seconda stagione di ‘Vanina – Un vicequestore a Catania’, su Canale 5, con la partecipazione di Giorgio Marchesi. La fiction, prodotta da Palomar (a Mediawan company) per RTI, con il contributo della Regione siciliana – Assessorato turismo, sport e spettacolo – Sicilia film commission e diretta da Davide Marengo e Riccardo Mosca, è tratta dai romanzi di Cristina Cassar Scalia editi da Giulio Einaudi editore.
Una serie che emoziona, diverte, commuove e ci fa entrare nell’intimità dei personaggi che la abitano. Donne e uomini complessi, capaci di sbagliare, di scegliere, di vivere senza temere le proprie contraddizioni. È questa la sintesi?
“La seconda stagione si apre con una nuova intimidazione mafiosa, nei confronti di Vanina, che la mette subito in pericolo. Ma, allo stesso tempo, la espone a un’attenzione eccessiva da parte della squadra, che finisce per soffocarla e toglierle quella privacy a cui tiene molto. Lavoro e vita privata si intrecciano continuamente, si sovrappongono, si confondono”.
Se sul piano professionale sa sempre come muoversi, sentimentalmente è molto più fragile.
“Non riesce a scegliere. Si trova divisa tra due uomini: il giudice Malfitano, che rappresenta stabilità, concretezza e progettualità, e il dottor Manfredi, che invece le offre leggerezza, libertà, un amore senza gelosie né troppe domande. Nel corso degli episodi vedremo una Vanina diversa a seconda di chi ha accanto. Fino a quando, forse, arriverà il momento di fare una scelta”.
La nuova stagione alza l’asticella delle indagini e delle tensioni emotive. Si è preparata in modo diverso rispetto alla prima?
“Questa volta vedremo una Vanina molto più ‘in azione’ e mi sono divertita tantissimo. Sul set sono arrivati gli stuntman e abbiamo lavorato su vere e proprie coreografie: uso della pistola, inseguimenti, corse in auto. Mi piace molto questa dimensione action del personaggio, perché le dà un’operatività affascinante. Nella prima stagione era spesso dietro una scrivania; qui, invece, si rimbocca le maniche. Vuole arrivare a tutti i costi alla verità sull’uomo che ha ucciso suo padre. Ha grande fiducia nella giustizia, ma anche in sé stessa e nelle proprie capacità. Risolvere quel caso significa ricomporre un pezzo fondamentale della sua vita”.
In scena c’è una donna al comando in un ambiente tradizionalmente maschile. Quanto è importante raccontare figure femminili così autorevoli in prima serata?
“È molto importante. La cosa che mi rende più felice è leggere sui social i messaggi di ragazze che mi scrivono: ‘Ho visto la serie, voglio entrare in polizia’, oppure ‘Anch’io sogno di diventare vicequestore’. Noi facciamo intrattenimento, certo, ma sapere che un personaggio può diventare un punto di riferimento è una grande soddisfazione. Senza idealizzarlo troppo, però. Vanina è competente e talentuosa nel suo lavoro, ma è anche piena di dubbi, limiti, fragilità. Non ha paura di mostrarsi vulnerabile. Ed è proprio questo che permette al pubblico di sentirla vicina, di entrare in empatia con lei”.
Che esempio sente di voler dare alle giovani donne che la guardano?
“Che la perfezione non esiste. La vera perfezione sta nell’amare le proprie imperfezioni. Io stessa mi sento ancora ‘a scuola’, nonostante faccia questo mestiere da quasi quattordici anni e abbia raggiunto traguardi importanti, personali e professionali. La sensazione è sempre quella di imparare. Per questo faccio fatica a dare consigli: ognuno ha la propria storia e il proprio percorso”.
Il punto focale è l’urgenza di cambiare vita. Anche nella sua storia personale c’è stato un momento simile?
“Il bisogno di cambiamento arriva ciclicamente, ma lo vivo come un’evoluzione, come un ascolto continuo di me stessa. Cerco sempre di restare aperta. In questo periodo, ad esempio, dopo aver finito le riprese, mi sto dedicando di più alla famiglia ma anche alla formazione: ho ripreso lezioni di ballo, canto e recitazione. Per un attore lo studio è linfa vitale, ti permette di rinnovarti e di portare qualcosa di nuovo ai personaggi”.
Qual è stata l’ultima volta in cui ha davvero voltato pagina?
“Più che voltare pagina, direi che ho fatto una scelta importante: buttarmi nell’imprenditoria. Con mio marito abbiamo aperto un’azienda agricola. Non è una scelta ‘comoda’, tutt’altro, ma è stata decisiva. È un lavoro parallelo alla recitazione, che fa parte del mio cambiamento”.
Un progetto di turismo esperienziale che riporta alla luce mestieri antichi.
“Abbiamo già messo in piedi l’azienda: si trova a Menfi, in Sicilia, dove sono cresciuta. Si chiama ‘Casa Rossa’ e produciamo olio, avocado e miele. È un impegno grande, ma regala soddisfazioni diverse, più lente. Il ritmo della natura è lungo, paziente, e ti costringe a entrare in un’altra dimensione”.
Dietro ogni prodotto c’è lavoro, investimento, fatica.
“Chi lavora la terra è esposto alle condizioni atmosferiche, a imprevisti che non perdonano. Partiamo dai frutti e, un passo alla volta, costruiremo anche l’accoglienza. Ma ogni cosa ha bisogno del suo tempo”.
Dunque, chi viene in azienda può incontrarla?
“Sì. Nelle prossime settimane, più libera dal set, sarò lì. In pieno periodo di imbottigliamento”.
Restando in Sicilia: Vanina cammina per Catania con lo sguardo di chi conosce ogni crepa dell’asfalto. Lei, quando torna nella sua terra, sente più nostalgia o appartenenza?
“È una bella domanda. L’appartenenza non mi ha mai lasciata: la porto con me ovunque, soprattutto quando sono lontana. La nostalgia, paradossalmente, la sento di più quando sono in Sicilia. Rivedere i luoghi in cui ho vissuto per vent’anni riaccende il desiderio di restare, ma so che il mio lavoro mi riporta a Roma. È un sentimento dolceamaro”.
C’è un profumo che sa di ‘casa’?
“Quello dei limoni, degli agrumeti. Da bambina andavo con mio padre a raccogliere arance e limoni: è un odore forte, inconfondibile. E poi il suono dei venditori ambulanti che girano per il paese con il carretto, annunciando frutta e verdura in dialetto. Quelle voci ti riportano subito a una dimensione di calore che trovi solo lì”.
Una nostra frase tipica che le fa da bussola?
“Nella serie c’è un’espressione che ritorna spesso, soprattutto nei dialoghi con Spanò (Claudio Castrogiovanni, ndr): ‘U sai comu finìu? A schifiu finìu’. Ci diverte usarla quando le cose non quadrano. Racconta molto del nostro modo di essere”.
A proposito di espressioni: ‘… che Dio perdona a tutti’ le è familiare?
“Molto. Ma potrò parlarne meglio più avanti: è il titolo del nuovo film di Pif, in cui recito al suo fianco, e che uscirà nelle sale dal 2 aprile”.
C’è un sogno internazionale nel futuro di Giusy Buscemi? Hollywood è una tentazione reale?
“Ho imparato a sognare, ma resto una persona pragmatica. Il mio desiderio più grande è portare in Italia un certo livello di cinema, poter lavorare qui a progetti sempre più belli e importanti. Sono anche moglie e madre di tre bambini: conciliare tutto con Hollywood oggi sarebbe complicato. Il vero sogno è crescere qui, senza dover andare altrove”.

