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Caporalato nel delivery, il caso nazionale tocca la Sicilia: ecco cosa succede ai rider di Palermo e Messina

Caporalato nel delivery, il caso nazionale tocca la Sicilia: ecco cosa succede ai rider di Palermo e Messina
Rider Delivery foto di repertorio – Imagoeconomica

Il mondo del food delivery non sta vicendo un momento positivo: varie indagini stanno toccando il settore, con i rider divisi tra la voglia di un contratto subordinato e l’autonomia

Da poco meno di dieci anni il delivery ha cambiato la vita quotidiana di tanti italiani, diventando ad oggi indispensabile per molti. Da qualche settimana, però, la categoria sta vivendo un momento di crisi e di incertezza sul futuro: ad inizio febbraio la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta di caporalato sull’azienda spagnola Glovo con i Carabinieri che hanno dato esecuzione ad un “decreto di controllo giudiziario in via d’urgenza”. Qualche settimana più tardi lo stesso destino è toccato a Deliveroo.

La manovra investigativa rappresenta l’evoluzione delle verifiche avviate e condotte a cura del Gruppo Carabinieri Tutela Lavoro di Milano, in coordinamento con la locale Procura della Repubblica, che nel 2021 ha permesso di estendere alcune garanzie da lavoro dipendente alla categoria di lavoratori, riconosciuta di fatto eterodiretta di tipo parasubordinato nei confronti di circa 60.000 riders delle piattaforme Foodinho Srl Glovo, Deliveroo Italy Srl e altre due aziende specializzate in consegna. Dalle indagini è emerso che oltre 20mila riders sono sottopagati.

“Caporalato digitale” nel delivery

Nel 2022 a seguito dei controlli eseguiti a Milano e sul territorio nazionale, le indagini hanno fatto emergere l’esistenza di nuove forme di “caporalato digitale” attuato attraverso l’illecita cessione di account. In breve, tutto si sviluppava sull’intermediazione illecita di manodopera tra il proprietario dei dati di account e l’effettivo prestatore dell’attività. Gli account sarebbero registrati sulle piattaforme anche (e spesso) tramite l’utilizzo di documenti falsi e, successivamente ad avvenuto accreditamento, ceduti al rider che materialmente effettua la prestazione previa trattenuta di una quota percentuale del guadagno giornaliero da parte del caporale.

“Da Glovo condizioni lavorative degradanti”

Secondo le indagini condotte dal Nucleo ispettorato del lavoro dei Carabinieri, il modello di business di Foodinho non si limita a gestire consegne, ma approfitta dello “stato di bisogno” di migliaia di rider (circa 40.000 in tutta Italiper imporre condizioni lavorative degradanti con ricompense non idonee. In media 2,50 euro per dieci ore con partita iva.

I reati contestati dal pm a Foodinho “parrebbero espressivi di una deliberata scelta per l’illecito, attuativa di una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità”. Oltre il 70% dei rider si colloca sotto la soglia di povertà – secondo i dati Istat –, con guadagni inferiori a 1.245 euro lordi al mese.

Glovo pronta a chiarire ogni aspetto dell’inchiesta

Glovo si è messa a disposizione delle autorità giudiziarie per chiarire ogni aspetto. “La società ha sempre operato con l’obiettivo di migliorare i propri standard – ha precisato in una nota la società di delivery – nonché le attività operative e proseguirà nel mantenere un costante confronto costruttivo con le autorità preposte”. 

“È importante chiarire che né il Tribunale né la Procura hanno ordinato a Glovo di assumere 40.000 rider – ha aggiunto in una nota la società -, contrariamente a quanto riportato in modo inesatto da alcune ricostruzioni mediatiche. Glovo prende atto della nomina dell’amministratore ed è impegnata a fornire all’indagine in corso tutti i fatti e i dati rilevanti, che dimostreranno come i rider ricevano un compenso equo e pienamente conforme a tutti i requisiti di legge. L’azienda ribadisce la propria disponibilità a collaborare in modo costruttivo con le autorità nel corso di tutto il procedimento”.

Sull’evoluzione dell’indagine Glovo fa sapere al QdS.it che “sta mettendo a disposizione ogni informazione richiesta e sta collaborando con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione. La società ha sempre operato con l’obiettivo di migliorare i propri standard nonché le attività operative e proseguirà nel mantenere un costante confronto costruttivo con le autorità preposte”.

Dopo Glovo, anche Deliveroo finisce sotto inchiesta per caporalato

Qualche settimana dopo a Glovo è toccato a Deliveroo finire sotto inchiesta per caporalato. Anche in questo caso la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per il servizio di food delivery. L’azienda Deliveroo Italy srl e il suo amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi risultano indagati.

Secondo l’ipotesi di indagini, i rider, pur avendo una partita Iva e risultando formalmente autonomi, sarebbero in realtà inseriti in un sistema di etero-organizzazione. Nello specifico nonostante i rider sulla carta risultino idonei, a decidere tempi, modalità di lavoro, strumenti e compensi sarebbe la piattaforma.

Le modalità lavorative dei rider, che devono “rimanere connessi alla app per gran parte della giornata ed a disposizione del committente per le consegne, impediscono loro di fatto di “svolgere altri lavori”, aveva scritto il gip nella convalida del controllo giudiziario. Sono cittadini stranieri “che vivono in case condivise con connazionali nelle quali affittano il mero posto letto e non hanno alternative lavorative”. Il gip ha spiegato che grazie al controllo giudiziario, la legittima iniziativa imprenditoriale può trovare il giusto equilibrio tra le esigenze di redditività e l’equità delle retribuzioni”. Non è “un compito di supplenza rispetto ad altre agenzie o poteri dello Stato rimasti inermi”, ma va garantito “il ripristino della legalità” per evitare ancora un “grave sfruttamento lavorativo”.

Deliveroo, con una nota inviata alla nostra redazione, respinge le accuse: “Riteniamo che le nostre operazioni siano pienamente conformi alla legge italiana e di aver agito sempre in modo responsabile, sia nel rispetto della legge, che nel rispetto del nostro dovere nei confronti delle migliaia di rider che hanno scelto la nostra piattaforma. Continueremo a collaborare pienamente nel proseguimento dell’indagine”. Chi lavora per l’azienda londinese prende circa 3,70 euro a consegna.

A Palermo i rider hanno le idee chiare: “Non vogliamo contratto subordinato”

“Noi a Palermo non avvertiamo il problema caporalato. Più che altro abbiamo paura per il nostro futuro. Ci tolgono il lavoro? Saremo noi a risentire di tutta questa situazione? Ancora una volta la burocrazia ci rallenta per avere un contratto di autonomia”, dice Marco a QdS.it, un rider palermitano che lavora a Glovo, commentando quanto accaduto alla società dove lavora ed a Deliveroo nel mese di febbraio.

Per i rider di Glovo l’unica soluzione è rimanere autonomi: “Noi non vogliamo un contratto subordinato, chiediamo il contratto nazionale firmato sei mesi fa modificato con le varie normative. Il problema del caporalato riguarda molto i ragazzi extracomunitari che si scambiano gli account tra loro perché non hanno i documenti. Sono irregolari e vengono sfruttati”.

Il delivery ha dato una nuova possibilità anche a persone che hanno avuto in passato problemi con la giustizia, permettendogli di ricominciare una nuova vita una volta scontata la loro pena: “A Palermo siamo 1400 corrieri, di cui 500 prima erano in mezzo a una strada a delinquere – spiega Marco -. La nostra paura è quella di perdere il posto di lavoro. Siamo in tanti che grazie a Glovo abbiamo costruito una nostra dipendenza. C’è chi come me ha una famiglia”.

L’urlo dei rider: “Non siamo schiavi”

I rider sperano in un futuro migliore, la paura è che possa essere introdotto un contratto subordinato: “Dai sindacati ci hanno tranquillizzato dicendo che la Magistratura sta facendo il suo lavoro e se non dovesse trovare nulla di irregolare presto torneremo alla normalità. Con un contratto subordinato penso che 1000 persone tornerebbero per strada perché a queste condizioni non vogliamo lavorare. Con il contratto autonomo ci spetterebbe un aumento del compenso per consegna, avremo un indennizzo su malattia, bonus consegna in più”

Tasse eccessive: “Pago 5000 euro allo Stato, ma se guadagni 32mila euro l’anno riesci a mettere qualcosa da parte ottenendo uno stipendio di 1400 euro. In questo modo puoi vivere. Noi non siamo schiavi, ci guadagniamo il pane senza disturbare nessuno”.

“C’è un’indagine da parte della Procura di Milano, la magistratura sta facendo il suo corso – spiega a QdS.it Gianluca Mancino della Ugl Rider – e se saranno trovate delle irregolarità è giusto procedere. Noi non siamo d’accordo sulla fotografia scattata del food delivery: non è perché 20 persone denunciano una problematica importante anche tutti gli altri lavoratori del comparto hanno gli stessi problemi. Non funziona così”.

Tavolo tecnico per il rinnovo del contratto

La categoria dei rider ha diversi problemi, come sottolineato da Mancino: “Abbiamo un contratto che è scaduto nel 2023 e abbiamo aperto un tavolo tecnico per rinnovarlo. Non va tutto bene”.

Alle società delivery viene chiesto di investire maggiormente sui lavoratori agevolandoli di più: “Ci sono delle proposte strutturali per chiedere alle aziende di investire più soldi nelle paghe dei lavoratori, oltre a più diritti e tutele. Un lavoro nato nel 2018 ed è chiaro che sia in divenire. Sarebbe necessario un intervento delle istituzioni se dovesse essere confermato lo sfruttamento di extracomunitari”, precisa Mancino.

“Glovo non si sbilancia e aspetta gli sviluppi delle indagini. Ho scritto sia a Glovo che a Deliveroo per chiedere che venga aperto il tavolo tecnico o di applicare delle modifiche per migliorare le condizioni dei lavoratori. Ci sono dei problemi da risolvere e sicuramente la sede giusta penso non sia un tribunale. Invece di speculare sulla situazione, bisognerebbe sedersi intorno a un tavolo e cercare delle soluzioni idonee ai lavoratori che non vadano a soddisfare delle ideologie politiche”, ha concluso Mancino”.

L’altra faccia della medaglia dei rider di Palermo: “La partita iva va abolita”

Se da un lato ci sono rider che vogliono mantenere l’autonomia, dall’altro c’è chi chiede l’abolizione della partita iva. “Non riesco più a sostenere determinate spese – spiega Pietro, altro rider di Palermo che ha superato i cinque anni di agevolazioni Irpef al 5% -. Io devo lavorare dodici ore al giorno tutti i giorni senza godere di nessun diritto. Più faccio, più tasse pago e alla fine sono socio dello stato. La partita Iva va abolita, questo caro vita è insostenibile. Una direttiva UE del 2024 che entro la fine del 2026 dovrà entrare in vigore, obbligherà le piattaforme ad assumere oppure a dimostrare l’autonomia, il che è materialmente possibile. La conseguenza sarà che le piattaforme potrebbero essere costrette a lasciare il mercato”.

La Direttiva Ue: ecco come cambierà la figura del rider

La data del 2 dicembre 2026 è da cerchiare in rosso per i rider: è infatti la scadenza ufficiale entro cui l’Italia (e tutti gli Stati membri dell’Unione Europea) dovrà recepire la Direttiva (UE) 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali. Questa direttiva cambia in modo profondo il lavoro dei rider e dei lavoratori delle piattaforme come Glovo, Deliveroo e simili.

Questa legge ha l’obiettivo di introdurre una presunzione di rapporto di lavoro subordinato (rispetto al lavoro autonomo) quando sono presenti fatti che indicano il controllo e la direzione, conformemente al diritto nazionale e ai contratti collettivi. Con questa direttiva si ha il fine di correggere lo squilibrio di potere tra la piattaforma di lavoro digitale e la persona che vi svolge il lavoro e di aiutare il lavoratore a beneficiare della presunzione. L’onere della prova spetterà alla piattaforma, che dovrà dimostrare che non esiste un rapporto di lavoro.

La nuova direttiva Ue stabilisce anche che una persona che esegue un lavoro su piattaforma non potrà essere allontanata o licenziata sulla base di una decisione presa da un algoritmo o da un sistema decisionale automatizzato. Le piattaforme dovranno invece garantire il controllo umano su decisioni importanti che incidono direttamente sulle persone che svolgono un lavoro tramite piattaforme digitali.

Secondo quanto raccolto dalla redazione di QdS.it Glovo si dice pronta a “sposare” la Direttiva Ue adattandosi alla nuova regolamentazione che riguarda la figura dei rider.

Mobilitazione Rider in tutta Italia, protesta anche a Palermo

Da quando è uscita la notizia dell’inchiesta caporalato per Glovo e Deliveroo, i riders hanno avviato una mobilitazione di protesta in parte d’Italia per ribadire la loro posizione. Da Milano a Palermo sono state tante le manifestazioni in Italia. Nel capoluogo siciliano i fattorini si sono ritrovati davanti la sede della Prefettura. “Non vogliamo nessun contratto né stare sotto nessuno, finirebbe la nostra autonomia anche in termini economici. Ci sono anche persone con precedenti penali che con Glovo portano avanti la famiglia” dicono i rider. Un funzionario della Prefettura ha ricevuto un gruppo di rider ai quali ha garantito che faranno da portavoce a Milano per ribadire la loro posizione lavorativa.

Lo scorso 14 marzo anche a Palermo si è tenuta un’assemblea nazionale della Cgil di tutta la categoria rider dove è stata ribadita la richiesta di migliorare le condizioni economiche e contrattuali dei ciclo-fattorini.

La vicende viene seguita da vicino anche dal consigliere comunale di Palermo Ottavio Zacco il quale nei giorni scorsi ha detto: “Troppo spesso su questi lavoratori pesano pregiudizi: è vero che qualcuno ha avuto problemi con la giustizia, ma oggi parliamo di persone che hanno scelto di cambiare vita, lavorare e rispettare le regole. Le istituzioni hanno il dovere di ascoltarli e sostenerli. Il lavoro è sempre una strada di riscatto e va difeso”.

Caporalato a Messina, rider pagati 3 euro a consegna: scattano i controlli, quattro indagati

Sembra evidente che nel mondo del food delivery manchino delle regole chiare. Lo scorso 16 marzo, al termine di una complessa indagine, coordinata dalla Procura presso il Tribunale di Messina, è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari a carico dell’Amministratore Unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore del food delivery. Agli indagati è contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, cosiddetto “caporalato”, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di rider italiani.

Parallelamente, è stata contestata la violazione di diverse disposizioni previste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro e la Responsabilità amministrativa degli Enti, in quanto i reati sarebbero stati commessi nell’interesse e a vantaggio dell’azienda attraverso un modello organizzativo palesemente contrario ai principi di legalità.

Le indagini sul giro rider a Messina: scoperto sistema che sfruttava la necessità di bisogno di studenti e giovani della zona

Gli investigatori hanno smascherato un sistema che traeva profitto sistemico dallo stato di bisogno di una platea composta da studenti universitari e giovani locali. In particolare, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel CCNL, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza.

In particolare, dalle indagini sono emerse gravi violazioni, come la corresponsione di compensi sistematicamente inferiori rispetto ai minimi stabiliti dai Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) di Trasporti e Logistica: paghe a cottimo tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna; imposizione di ritmi, orari di impiego e metodi di sorveglianza degradanti e lesivi della dignità del lavoratore e della normativa vigente; totale assenza di formazione specifica sui rischi connessi alle mansioni svolte e mancata sottoposizione alla sorveglianza sanitaria e alle visite mediche obbligatorie.

Caporalato digitale: sfruttamento via telefono e sistemi informatici

L’indagine ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “caporalato digitale”. La società coinvolta utilizzava una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva unilateralmente l’assegnazione degli ordini, i vincoli operativi e il controllo costante delle prestazioni dei ciclo-fattorini.

L’attività dei militari del NIL di Messina ha dimostrato come tale sistema – integrato dall’utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori – configurasse una chiara etero-organizzazione algoritmica. La tecnologia non fungeva da mero supporto all’autonomia, ma esercitava i poteri tipici del datore di lavoro (pianificazione, controllo e valutazione), mascherando un rapporto di lavoro subordinato sotto le spoglie di prestazioni autonome e occasionali.

Rider monitorati dall’azienda per evitare “tempi morti”

Per massimizzare i profitti ed evitare i “tempi morti” tra una consegna e l’altra, tra le direttive aziendali ci sarebbe stato l’obbligo per il rider di inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e di aggiornarla ogni minuto. Questo sarebbe servito a confermare la disponibilità continua non appena terminato un servizio. I responsabili aziendali avrebbero monitorato i tempi d’esecuzione e, in caso di ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider.

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