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Quici resta alla guida del Cimo, il sindacato dei medici

redazione

Quici resta alla guida del Cimo, il sindacato dei medici

giovedì 14 Ottobre 2021 - 01:15

Si è svolto a Roma il 32° Congresso nazionale di Cimo che ha visto il presidente uscente riconfermato all’unanimità per un secondo quadriennio: “Dare certezza ai Contratti nazionali di lavoro”

Si è svolto a Roma, presso l’Hotel Villa Pamphili, il 32° Congresso Nazionale di Cimo, il sindacato dei medici. Guido Quici è stato riconfermato all’unanimità, per un secondo quadriennio, nel ruolo di presidente nazionale Cimo, organizzazione che oggi si presenta federata con altre importanti sigle sindacali come Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials, Medici-Anmdo-Saues.

Il Congresso, dopo quasi due anni di blocco delle attività in presenza, ha visto la partecipazione di massa dei consiglieri nazionali ma anche di giovani medici che si avvicinano per la prima volta al mondo del sindacalismo medico, con un deciso incremento delle quote rosa. In una Sala convegni gremita fino al limite della capienza (circa 250 persone), tra misure di distanziamento, le immancabili mascherine e l’obbligo di green pass, il presidente Quici ha tenuto, alla presenza del ministro della Salute, Roberto Speranza, il suo discorso programmatico, facendo il punto della situazione attuale e indicando gli scenari futuri della sanità italiana.

Dopo aver constatato il rinnovato entusiasmo col quale i colleghi si sono approcciati alle attività congressuali, Quici ha affermato che la categoria dei medici ospedalieri ha forse subito troppo negli ultimi anni, convinti che la situazione sarebbe prima o dopo migliorata, ma non è accaduto. Nel frattempo, ci sono stati troppi medici contagiati, troppi morti, troppe famiglie distrutte ed è arrivato il momento di dire basta al trattamento riservato ai medici dalle amministrazioni sanitarie. “È il momento di reagire anche con una certa aggressività e con molta competenza per poter affrontare le sfide che ci attendono”.

Il presidente Quici ha posto l’accento sulle risorse economiche stanziate per la sanità, sia nel Pnrr che nel Fondo sanitario nazionale, ritenute insufficienti per garantire la giusta efficienza del sistema sanitario nazionale. L’aumento del solo 1% del Fsn, deciso per i prossimi anni e la destinazione del 15% al potenziamento della medicina territoriale, provocherà addirittura una flessione delle risorse destinate all’assistenza ospedaliera. Nonostante gli incrementi del Fsn le risorse non bastano. Il solo rinnovo contrattuale Comparto Sanità, esclusa la dirigenza medica ospedaliera e la convenzionata esterna, varrà circa un miliardo di euro a fronte di 1,6 miliardi di incremento.

“Con quali risorse si farà fronte ai rinnovi contrattuali della dirigenza sanitaria? Quali risorse resteranno per l’acquisto di farmaci e di presidi sempre più costosi? E a che servono i 15 miliardi del Pnrr? Servono per la ristrutturazione degli ospedali? Bene, Servono per la digitalizzazione? Molto bene. Ma se servono, così come è, per l’acquisizione di oltre 3000 alte tecnologie (Tac, Risonanze magnetiche, ecc.) senza però che ci siano le risorse per assumere il personale che le faccia poi funzionare. Il rischio è quello di avere Tac senza Radiologi, Robot senza Chirurghi, posti letto di terapia intensiva senza Rianimatori”.

“Nel Pnrr – ha proseguito Quici – sono ridondanti le parole potenziamento e rafforzamento, mancano invece le parole riforma, governance, professionisti. Si da per scontato che le strutture territoriali funzionano e hanno soltanto bisogno di essere rinforzate da un punto di vista economico. La realtà è ben diversa ed è proprio il Covid, che ha dimostrato come siano stati gli ospedali il baluardo a tutela della salute dei cittadini. Ma questo non può essere la premessa in base alla quale, visto che l’ospedale ha funzionato anche nel momento della massima emergenza, allora dobbiamo lavorare unicamente sul territorio. Tutto questo è sbagliato ed estremamente rischioso. L’ospedale non può essere dimenticato e depotenziato. Non è possibile pensare che la costruzione delle nuove strutture territoriali sia finanziato per metà e che il restante 50% provenga dalla cosiddetta deospedalizzazione. Si creerebbe un cortocircuito che porterebbe al depotenziamento degli ospedali ancor prima del potenziamento della medicina territoriale”.

Quici ha anche espresso la sua contrarietà rispetto al modello organizzativo attuale della sanità, divisa per compartimenti stagni, per silos, invocando necessità di creare invece una filiera che consenta un dialogo più moderno tra i vari professionisti della salute. In questo quadro il Ministero della Salute deve riacquisire quella centralità fondamentale per garantire il diritto alle cure di tutti i cittadini in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.

Basta poi con i contratti di Lavoro siglati dopo alla loro scadenza e che poi non vengono applicati in periferia da amministrazioni indolenti e inadempienti. Il 98% delle Aziende sanitarie non ha ancora sottoscritto i Contratti di Lavoro decentrati e il 70% delle Aziende non ha nemmeno aggiornati i Regolamenti palesando un incuria amministrativa che lede i diritti dei lavoratori. C’è un limite a tutto e il sindacato dei medici non intende continuare a subire passivamente tale situazione. Bisogna dare certezza ai Ccnl che vengono firmati in Aran e non si applicano in periferia”.

Al presidente Cimo ha risposto dal palco il ministro Roberto Speranza, che ha tenuto a sottolineare l’aumento significativo delle borse di studio per le scuole di specializzazione ottenute sotto la sua guida del Ministero, aggiungendo: “Abbiamo 4 miliardi per cambiare tutte le attrezzature ad alta complessità che hanno più di cinque anni, e avere attrezzature moderne è decisivo in un ospedale, è un’operazione di equità straordinaria che consente di rimettere in pari le aree del Paese che nella pandemia si sono difese meglio e quelle che sono state in apnea. A me piacerebbe dedicare buona parte del Pnrr al personale, ma parliamo di risorse non a regime. Se assumiamo personale con queste risorse, nel 2026 dovremmo mandarle a casa. È invece l’aumento nei prossimi tre anni del Fondo sanitario nazionale che darà continuità alla spesa straordinaria. Dobbiamo quindi lavorare affinché nella legge di Bilancio i fondi tornino a salire”.

In chiusura di intervento – il presidente Quici – sottolineando l’importanza della nuova Federazione che oltre a Fesmed vede oggi l’adesione anche di Anpo-Ascoti-Fials Medici e Anmdo-Saues, non ha nascosto il sogno di arrivare progressivamente a forme di aggregazione sindacale sempre più importanti che rendano più forte l’intera categoria dei medici.

Giuseppe Riccardo Spampinato
Segretario organizzativo nazionale Cimo

Quell’interminabile minuto di silenzio in ricordo dei medici che non ce l’hanno fatta

ROMA – Il primo atto di Guido Quici, al Congresso nazionale elettivo che lo ha visto confermato per un secondo quadriennio alla guida di Cimo, è stato quello di chiedere alla sala convegni dell’Hotel Villa Pamphili, colma di medici fino al limite della capienza, un minuto di silenzio per commemorare i tantissimi colleghi che hanno perso la vita dall’inizio della pandemia durante lo svolgimento del proprio lavoro.

I medici di Cimo sono letteralmente scattati in piedi quasi senza emettere suono e, in quel lunghissimo minuto di silenzio, da quei volti parzialmente travisati dalle mascherine di ordinanza hanno parlato gli occhi, spesso già acquosi di chi la professione la esercita da molti, forse troppi anni, che si sono ancor più inumiditi durante quei sessanta secondi di sospiri e di ricordi, col pensiero che volava ai volti dei colleghi che hanno lottato invano nei letti delle terapie intensive, con la mente che andava agli amici coi quali si condivideva una vita di lavoro e a volte anche rapporti amicali al di fuori dall’ospedale, quegli amici che oggi non ci sono più, uccisi da un virus inesorabile e, allora, del tutto sconosciuto.

Per molti dei medici presenti in sala si è trattato di un doloroso balzo indietro nel tempo, ai primi mesi della pandemia, quando il senso del dovere ti obbligava ad uscire di casa al mattino per arrivare in ospedale senza alcuna garanzia di far ritorno a casa alla sera, all’affetto dei propri cari che in troppi hanno perduto.

Il ricordo dei colleghi che hanno visto combattere e perdere contro il virus è appannato, tra i presenti, solo dalle lacrime a stento trattenute per pudore e dignità che, alla fine di quell’interminabile minuto di silenzio, sono esplose in un applauso assordante e liberatorio, legittimo tributo alla memoria degli “eroi” che non ce l’hanno fatta, spesso mandati allo sbaraglio senza mezzi di protezione adeguati, al pari di soldati spediti nel fango delle trincee con indosso scarpe con suole logore e bucate.

Sia durante il minuto di silenzio che in mezzo al fragore degli applausi, qualcuno mormorava come un mantra il titolo del libro edito da Cimo “Giuro di non dimenticare”. Perché, per onorare la memoria di questi colleghi, di donne e uomini che hanno dato tutto di sé stessi nel tentativo di salvare vite umane, l’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è di tenere vivo il ricordo di chi ci ha lasciato troppo presto, di chi non vedremo più durante il giro visite o alla smonta dal turno di servizio.

Oggi abbiamo il dovere di custodire il ricordo di quegli sguardi che si incrociavano nei corridoi dell’ospedale, magari di fretta, anche se bastava un cenno, un sorriso a mezza bocca, un saluto fugace, per rinsaldare rapporti vecchi di anni. Non possiamo dimenticare ciò che è accaduto. Oggi abbiamo il compito di tramandare la Storia ai giovani colleghi e di trasmettere loro l’essenza di questo estremo sacrificio che compendia la vita e la professione del medico.

Giuseppe Bonsignore
Cimo, il sindacato dei medici

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