Ha scelto il teatro a diciotto anni e non l’ha più abbandonato. Avrebbe potuto occuparsi di cinema e televisione, ma non l’hanno mai affascinato come il palcoscenico. Per quella straordinaria opportunità di costruire un lavoro dal nulla, avere un continuo scambio con le persone, stare insieme. Per provare l’emozione di vedere più volte lo stesso spettacolo, uguale eppure sempre diverso.
La stessa emozione che – intatta – prova Giuseppe Dipasquale nel portare ancora in scena Il birraio di Preston di Andrea Camilleri, di cui firma la regia nonché la riduzione teatrale insieme all’autore. Prodotta da Marche Teatro, Teatro Al Massimo di Palermo e Teatro di Roma, la rappresentazione inaugurerà il nuovo anno dello Stabile di Catania dal 6 all’11 gennaio 2026.
Non è soltanto la trasposizione scenica di un romanzo, ma una riflessione sulla natura stessa del teatro.
“Il birraio di Preston rappresenta la dimostrazione che il teatro non è uno specchio bidimensionale della realtà, ma un prisma. Come accade nella trama, dove l’inaugurazione del teatro di Vigàta diventa il catalizzatore di scontri politici, passioni private e malintesi, così il teatro rappresenta quel luogo fisico e mentale dove il ‘caos’ della vita viene messo in scena per essere, se non compreso, almeno osservato”.
Non si possono fare steccati tra teatro di ricerca e quello tradizionale.
“Sono barriere artificiali che servono più alla critica che al pubblico. Nel mio lavoro, sostengo da sempre il principio dell’innovazione della tradizione: guardiamo al repertorio classico non come a un museo polveroso, ma come a una cava inesauribile di energie contemporanee. Il fine è la visione, non l’etichetta, sia che io metta in scena Pirandello o un esperimento radicale contemporaneo, l’obiettivo è lo stesso: porgere uno specchio alla natura umana e spiazzare la percezione dello spettatore”.
Se l’intento è onesto, ovvero se nasce da una reale urgenza di comunicare una visione del mondo, la distinzione tra generi svanisce.
“L’onestà sta nel trattare il pubblico con rispetto, stimolando la sua intelligenza emotiva indipendentemente dal linguaggio scelto. Quando un attore sale sul palco con generosità e rigore, non importa se sta recitando in un musical o in un monologo astratto: sta compiendo un rito civile e formativo che parla al presente”.
Diffidare sempre di chi si presenta in pubblico come “duro e puro”. In “compromesso” stat virtus?
“Il teatro è l’arte del compromesso: è il punto d’incontro tra il sogno del regista, il budget del produttore e la resistenza fisica degli attori. Si scende a compromessi ogni volta che si accetta un limite tecnico trasformandolo in un’opportunità creativa. C’è poi una vecchia battuta che circola tra noi addetti ai lavori: ‘Il teatro è un tempio, ma il tempio ha bisogno di pagani che paghino le bollette’. Quindi sì, se per ‘compromesso’ intendiamo la capacità di far convivere l’altissimo con il quotidiano, ci scendo ogni giorno. Ma lo faccio con la stessa onestà di chi sa che, per far alzare il sipario, bisogna saper sporcarsi le mani. I ‘duri e puri’ li lascio volentieri in platea a criticare; io preferisco stare dietro le quinte a cercare di far quadrare l’impossibile”.
Ha lavorato con personalità artistiche del calibro di Mario Missiroli, Valeria Moriconi, Eros Pagni e il nostro Turi Ferro, che ha avuto il piacere di dirigere in un lavoro scritto con Camilleri per lui.
“L’esperienza con Turi Ferro ha un valore speciale, quasi sacro. Ho avuto l’onore di dirigerlo in un lavoro che ho scritto a quattro mani proprio con il mio maestro, Andrea Camilleri: ‘La cattura’, tratto da una novella di Pirandello. Ricordo che quando scrivevamo per lui, Andrea aveva perfettamente in mente la ‘maschera’ di Turi. Scrivere per Turi Ferro significava scrivere per un monumento vivente della sicilianità, capace di passare dal tragico al grottesco con un semplice battito di ciglia. Dirigerlo è stato un esercizio di umiltà e di ascolto: Turi non ‘recitava’ il personaggio, lo diventava con un rigore e una generosità che oggi definirei d’altri tempi. La sua capacità di dare corpo alla lingua di Camilleri/Pirandello era pura magia sonora”.
Quello con il papà di Montalbano fu un dialogo durato vent’anni. Un uomo che ha saputo unire la parola scritta a quella televisiva, trasformando il racconto popolare in patrimonio culturale. Qual è il lascito più prezioso che ha ereditato?
“Da lui ho imparato che ‘popolare’ non è il gradino basso della cultura, ma quello più alto: è la capacità di parlare a tutti senza essere banali. Andrea mi ha insegnato che si può essere coltissimi e profondi anche usando una lingua ‘mescidata’, inventata, piena di senso comico, raccontando di abusi di potere, di mafia e di violenze carnali. Mi ha insegnato a guardare il mondo con la curiosità di chi sa che dietro ogni fatto, anche il più piccolo, si nasconde una tragedia o una farsa che merita di essere raccontata. Questo senso di responsabilità verso il pubblico, unito a una gioiosa mancanza di polvere accademica, è ciò che porto in scena ogni sera”.
Nel centenario della nascita del drammaturgo agrigentino e a quasi trent’anni dalla prima volta che è andato in scena, torna Il birraio di Preston. È sempre attuale la poetica dello stupore?
“Oggi più che mai. Spesso si confonde lo ‘stupore’ con l’ingenuità, ma nel mondo di Camilleri, e nella mia messa in scena, lo stupore è l’unico motore di verità rimasto. Trent’anni fa scrivevo che il racconto di Camilleri parte da un ‘c’era una volta’ che appartiene all’occhio incontaminato di un bambino, come il piccolo Gerd nel Birraio. Ecco, a distanza di trent’anni e nel centenario di Andrea, sono convinto che questa poetica sia l’unico antidoto al cinismo contemporaneo”.
Non vi è più, in questa Sicilia teatrale, il compiacimento del dolore o la retorica della sventura. Vi è piuttosto una catarsi collettiva, un’ironia che nasce dal riconoscimento della propria fragilità. È finito il tempo del lutto?
“Sì, ed è finito perché si è finalmente compiuta un’elaborazione storica e antropologica. Per troppo tempo la Sicilia è stata narrata attraverso la ‘geremiade’ delle vittime, il dolore inconsolabile delle madri e il lutto perenne per le dominazioni straniere. Con Camilleri, e nel mio lavoro sul Birraio, questo lutto si chiude. Non significa dimenticare i morti o i mali che ci consumano, ma smettere di usarli come un paravento per l’immobilità. Siamo passati dalla Sicilia del ‘mondo offeso’ a una Sicilia che, finalmente, riconosce di essere causa del proprio male e decide di rintracciarne i germi nel paradosso”.
Nella finzione, dunque, la verità più profonda della nostra identità?
“L’identità siciliana è per sua natura tragediatura: un dispendio esasperato di energie per moventi futili. Quando nel testo Hoffer chiede cosa sia successo e si sente rispondere che il teatro brucia perché ‘la soprano stonò’, tocchiamo il vertice di questa verità. La finzione teatrale, con i suoi colori vividi e le sue nuances solari, ci restituisce un’immagine della Sicilia più vera del vero: una terra che vive della disdetta della propria natura. Solo attraverso la finzione possiamo guardare in faccia la nostra parte più ridicola e caricaturale senza sentirci offesi, ma finalmente compresi”.
Siamo ancora capaci di sorridere del nostro destino?
“Dobbiamo esserlo, perché il sorriso è l’unico modo per non annegare nello stagno dell’autocompiacimento. Sorridere del proprio destino non significa essere superficiali; al contrario, richiede il coraggio di una profonda serietà. Questo sorriso è un atto di libertà: ci permette di guardare al passato senza restarne prigionieri, trasformando il peso del destino nella leggerezza di una narrazione condivisa. Il teatro è il luogo dove questa ‘disdetta’ diventa, finalmente, un piacere collettivo”.
Sciascia sosteneva che ci sono due tipi di siciliani: quelli che vivono in Sicilia e mai se ne andrebbero e quelli che vanno via e non tornano più o hanno grandi difficoltà a tornare.
“Mi permetto di aggiungere una postilla alla celebre distinzione di Sciascia. Oltre a chi resta e a chi fugge per sempre, esiste una terza categoria: il siciliano del ritorno. È colui che è partito per cercare altrove quel riconoscimento che la propria terra, per atavica distrazione, gli negava, ma che poi è tornato, vinto dalla nostalgia. Questo terzo tipo è, a mio avviso, il più disgraziato e al contempo il più lucido. Ai suoi conterranei appare colpevole di un peccato imperdonabile: aver spezzato la morsa possessiva dell’isola. E quel ritorno viene spesso fatto pagare con un’ostilità sottile, finché non si trova la forza di salpare di nuovo. Eppure, è proprio in questo pendolarismo dell’anima che risiede il senso profondo dell’essere siciliani: il continuo naufragio tra il desiderio di appartenere e la necessità di essere liberi”.

