Per decenni è stato considerato un capitolo chiuso della storia agricola siciliana. Il cotone, coltura simbolo del Novecento rurale dell’Isola, sembrava destinato a restare confinato nei manuali di agronomia e nei ricordi di un’economia contadina ormai superata dal tempo e dai costi di produzione.
Eppure, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua scomparsa dai campi, proprio il cotone è tornato a essere coltivato in Sicilia, inserendosi in un contesto produttivo profondamente diverso da quello che ne aveva determinato il declino. Un progetto che da Palermo abbraccia la piana di Catania e che prende vita grazie al settore agrivoltaico.
Il cotone torna in Sicilia come coltura selettiva, sostenuta dall’innovazione tecnologica e dall’integrazione con le energie rinnovabili. Il suo futuro dipenderà però dalla capacità di mantenere un equilibrio tra qualità, sostenibilità e sostenibilità economica. In un’Isola che ha visto troppe filiere nascere e scomparire senza lasciare traccia, la vera sfida non è soltanto far crescere le colture, ma renderle parte di un sistema produttivo duraturo.
Storia, ascesa e declino
Oltre 140mila ettari, tanti erano quelli coltivati a cotone nella Sicilia degli anni Cinquanta nella sola provincia agrigentina, che con l’area di Gela riusciva a coprire le principali aree di coltivazione siciliana. L’intera superficie nell’Isola superava i 350mila ettari, segnale di un settore florido nel quale venivano impiegati migliaia di braccianti tra uomini e donne del tempo.
Oggi il cotone ricompare non come coltura estensiva di massa, ma come segmento di una filiera agricola e industriale orientata alla sostenibilità, alla certificazione biologica e all’integrazione con le energie rinnovabili attraverso proprio un progetto che include la presenza dell’agrivoltaico.
Quella siciliana era una coltura introdotta secoli prima dagli arabi, che avevano portato sull’Isola non solo nuove piante ma anche sistemi irrigui e tecniche agronomiche avanzate. Nel secondo dopoguerra il cotone aveva trovato spazio in un’economia agricola che puntava alla produzione di materie prime per l’industria tessile, sostenuta da una domanda interna ed europea allora in forte crescita prima di spostarsi sulle produzioni a basso costo del Sud-est asiatico.
Il boom della filiera si interruppe già a partire dagli anni Sessanta: il cotone siciliano iniziò a perdere competitività a causa dell’aumento dei costi di manodopera e di produzione, della diffusione delle fibre sintetiche e della crescente concorrenza dei mercati extraeuropei, in grado di immettere sul mercato grandi quantità di fibra a prezzi più bassi.
A questi fattori si aggiunse la trasformazione industriale di alcune aree strategiche dell’Isola. Nel territorio di Gela, l’insediamento del polo petrolchimico sottrasse forza lavoro e campi proprio all’agricoltura, accelerando un processo di abbandono che coinvolse progressivamente l’intero comparto, che preferì la certezza della grande industria alla stagionalità della raccolta.
All’inizio degli anni Ottanta, la superficie coltivata a cotone in Sicilia si era addirittura ridotta a poco più di 2mila ettari fino a scomparire del tutto nel giro di pochi anni. Vennero meno le competenze tecniche, gli impianti di trasformazione, le infrastrutture e il know-how agronomico necessario per sostenere una produzione complessa e ad alta intensità di lavoro e di risorse idriche.
La rinascita del cotone
Da allora, è stato necessario attendere il 2019, quando l’azienda agricola Santiva ha avviato una sperimentazione su circa cento ettari distribuiti tra le province di Palermo, Messina e Trapani. I terreni, situati in comuni come Castel di Tusa, Pollina, Castelbuono, Partinico, Calatafimi, Monreale, San Cipirello e San Giuseppe Jato sono stati riconvertiti alla coltivazione del cotone biologico.
Il progetto, denominato Cos (Cotton organic Sicily), è stato promosso dall’imprenditore Manlio Carta e ha rappresentato il primo tentativo strutturato di riportare il cotone in Sicilia dopo decenni di assenza. Un progetto che adesso si sposta nella piana di Catania.
L’esperienza di Santiva ha dimostrato la possibilità tecnica di coltivare cotone in Sicilia in un contesto produttivo profondamente mutato, basato su standard ambientali elevati e su una filiera corta e certificata. Ma la dimensione limitata del progetto e la complessità della gestione hanno posto rapidamente il tema della sostenibilità economica di lungo periodo.
Nel 2024 Santiva è stata ceduta, aprendo una nuova fase per il cotone siciliano attraverso la srl siracusana Gloria Terrae. Con il cambio di proprietà, il progetto sul cotone ha assunto una dimensione industriale più ampia. La produzione è stata trasferita nell’area di Ramacca, dove oggi vengono coltivati circa 400 ettari di cotone biologico con l’obiettivo di raggiungere una superficie coltivata di circa mille ettari nel giro di due anni.
I dettagli del progetto
Il cuore del nuovo modello produttivo è rappresentato dall’integrazione tra coltivazione agricola ed energia rinnovabile. Gloria Terrae ha impostato la crescita del cotone all’interno di sistemi di agrivoltaico, che consentono la coesistenza tra colture e impianti fotovoltaici. In questo quadro si inserisce l’accordo quadro siglato con Sonnedix, produttore globale di energia solare.
L’idea alla base del progetto è quella di creare una filiera integrata in cui il reddito agricolo sia affiancato e in parte sostenuto dalla produzione di energia. Un aspetto ritenuto cruciale per una coltura come il cotone, che presenta costi di produzione elevati e margini ridotti se considerata isolatamente. L’integrazione con il fotovoltaico consente di compensare la volatilità dei prezzi agricoli e di rendere economicamente sostenibile una produzione di nicchia, rivolta a mercati di alta gamma.
Come avviene la coltivazione
Il cotone coltivato in Sicilia richiede condizioni agronomiche precise. Si tratta di una pianta arbustiva che necessita di terreni pianeggianti, con una composizione equilibrata tra argilla e sabbia, e di un apporto idrico significativo nelle prime fasi di crescita.
La preparazione del terreno e la sarchiatura sono operazioni fondamentali per garantire lo sviluppo regolare della pianta. La semina avviene generalmente nel mese di marzo, l’irrigazione prosegue fino a luglio e viene poi interrotta per indurre uno stress controllato che favorisce l’apertura delle capsule e la formazione del fiocco. La raccolta si concentra nel mese di settembre.
Ogni pianta produce capsule contenenti semi e fibra. La separazione di questi due elementi avviene attraverso la ginnatura, fase cruciale della filiera. Attualmente Gloria Terrae è l’unica realtà in Italia a disporre di un impianto di ginnatura per il cotone, oltre a due macchine raccoglitrici, una di proprietà e una affidata in gestione dall’Ente di sviluppo agricolo. In media vengono raccolte circa 180 tonnellate di cotone all’anno. Di questa quantità, il 38 per cento è costituito da fibra, mentre la parte restante è composta da semi.
L’intera pianta viene valorizzata. I semi, una volta spremuti, producono un olio utilizzato in ambito cosmetico o destinato alla produzione di biodiesel. I rami e i residui vegetali possono essere impiegati per la produzione di pellet, mentre gli scarti della lavorazione trovano utilizzo come concime o mangime. Si tratta di un modello che punta a ridurre al minimo gli sprechi e a massimizzare il valore estratto da ogni fase del processo produttivo.
Dal punto di vista economico, il cotone siciliano resta una coltura di nicchia, per questo la buona riuscita del progetto è interconnessa con i ricavi aggiuntivi generati dal fotovoltaico. Il cotone biologico siciliano è apprezzato per la qualità della fibra, ma deve confrontarsi con la concorrenza di prodotti esteri a costi inferiori.
La resa media del cotone grezzo, comprensivo di fibra e semi, si attesta tra i 3.500 e i 4.000 chilogrammi per ettaro. Il prezzo di vendita della fibra oscilla tra i 140 e i 150 euro al quintale, a fronte di un costo di coltivazione che si aggira intorno ai 1.000 euro per ettaro.
Le possibili criticità
La disponibilità di acqua resta un fattore critico. Il cotone richiede irrigazione abbondante nelle prime fasi di crescita e una gestione agronomica attenta. La perdita di competenze tecniche maturate nel passato rappresenta una delle principali difficoltà. Dopo decenni di assenza, sono pochi gli operatori che conservano conoscenze specifiche sulla coltivazione del cotone in Sicilia, e questo rende necessaria una fase di apprendimento e adattamento.
Il cotone biologico prodotto in Sicilia non è destinato alla vendita diretta al consumatore. I principali acquirenti sono operatori industriali del Nord Italia, in particolare nel distretto tessile del Bergamasco. Il progetto ha inoltre attirato l’interesse di grandi marchi del lusso internazionale, che hanno visitato i campi siciliani per valutare le caratteristiche della produzione.
I terreni della piana di Catania, arricchiti dalle polveri vulcaniche dell’Etna, presentano una composizione minerale che incide sulla qualità della fibra, analogamente a quanto avviene nel settore vitivinicolo. La fibra qui prodotta è certificata secondo lo standard Gots (Global Organic Textile Standard), riconosciuto a livello internazionale.
Una certificazione che garantisce l’origine biologica del cotone e il rispetto di criteri ambientali e sociali lungo l’intera filiera. I prodotti certificati devono contenere una percentuale minima di cotone biologico pari al 70 per cento e rispettare standard rigorosi in termini di tracciabilità e sostenibilità.
La rinascita del cotone in Sicilia si colloca dunque in un contesto molto diverso da quello che ne aveva decretato il declino. Non si tratta di un ritorno al passato, ma di un tentativo di costruire una filiera nuova, capace di integrarsi con le politiche energetiche e ambientali e di intercettare segmenti di mercato ad alto valore aggiunto. Resta aperta la questione della scalabilità del modello e della sua capacità di generare occupazione stabile e diffusa in un territorio segnato da fragilità strutturali.
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