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Il mondo vive uno scenario di guerra totale. L’Europa deve uscire dalla sua marginalità

Il mondo vive uno scenario di guerra totale. L’Europa deve uscire dalla sua marginalità
Guerra in Iran, le immagini dopo gli attacchi di USA e Stati Uniti (6 marzo 2026) – Imagoeconomica via Paddolat

Contando anche l’ultimo fronte apertosi in Iran, sono attualmente circa sessanta gli scenari bellici attivi a livello globale. Le tensioni internazionali si ripercuotono a livello economico, rallentando sensibilmente la crescita

Ormai si contano più di sessanta guerre nel mondo. Guerre “plurime”, alcune intestine, altre di liberazione da dittature o di spartizione di territori, altre di accaparramento di risorse naturali o di “trascinamento”.

Con la guerra tra gli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, però, si sta assistendo a qualcosa che supera addirittura il sanguinoso conflitto tra Israele e Palestina e anche l’invasione della Russia in Ucraina. Nei confronti dell’Iran – a dispetto dell’Onu e delle convenzioni internazionali – Trump ha lanciato un’offensiva inedita. E la considerazione che l’Iran sia un’efferata dittatura non cancella il fatto che Israele e Stati Uniti abbiano agito non rispettando né il diritto, né il buon senso. A determinare la guerra è stato il potere della forza. Lo scopo dell’attacco – anche dopo il successo del blitz israeliano che ha portato all’uccisione di Khamenei – fin dall’inizio non è stato affatto chiaro: cambio di regime? Impegno a non far costruire armi nucleari? Democratizzare, con la forza delle armi, la vita di novanta milioni di iraniani?

Libano in guerra, seicento morti e settecentomila sfollati: le conseguenze dell’escalation

Intanto, le bombe hanno provocato una terribile escalation e hanno riportato il Libano nell’ennesima guerra aperta con lo Stato di Israele. Già sono morte più di seicento persone inermi, tra cui molti bambini. Netanyahu non si è fatto sfuggire l’occasione di intervenire grevemente, secondo le sue modalità. L’esercito si è insediato nel Sud del Libano, mentre i soldati libanesi hanno scelto la ritirata per evitare di scontrarsi con gli israeliani e peggiorare la situazione, non essendo per niente in grado di opporsi. E si contano già settecentomila sfollati libanesi.

Petrolio alle stelle, stretto di Hormuz chiuso e trasporti in tilt: l’impatto economico globale

L’Iran ha esteso a tutta l’area del Medio Oriente la sua aggressività, specie nei confronti dei Paesi più disponibili verso gli Stati Uniti, ha ottenuto il consenso della Cina e della Russia (almeno a parole), ha messo nei guai soprattutto l’Europa. Trump usa l’arsenale di guerra statunitense come se fosse l’unica strada possibile, la chiave risolutiva di tutte le questioni in campo. Sembra non porsi il problema delle conseguenze economiche. Il blocco navale, con la chiusura dello stretto di Hormuz, ha fatto schizzare in alto il prezzo del petrolio; gli approvvigionamenti dei Paesi europei ne stanno già risentendo, pur avendo da tempo fatto scorta; il trasporto aereo è sconvolto e persone e merci devono fare i conti con questa crescente incertezza. Non a caso, Trump ha chiesto a tutti di inviare navi per liberare lo Stretto – ricevendo un secco “No” da parte di Nato e cancelliere tedesco Merz – e ha deciso di comprare petrolio russo. Gli obiettivi e le modalità scelti dagli Stati Uniti, assieme a Israele, per attaccare il regime degli Ayatollah, hanno messo in secondo piano il ruolo di mediazione da parte di Trump a Gaza e resi marginali e fluidi i suoi tentativi di mettere d’accordo Putin e Zelensky.

Iran, pasdaran e nessun accordo: Trump non esclude le truppe di terra

Pochi i margini di mediazione e di trattative: gli iraniani hanno deciso di rispondere “occhio per occhio” e i pasdaran hanno dichiarato: “Braccheremo e uccideremo Netanyahu”. Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dopo aver invitato gli altri Paesi a non scendere in guerra, ha affermato che il “ritorno alla pace” in Libano dipende dalla “fine dell’occupazione” israeliana nel Libano meridionale e dalla cessazione degli attacchi contro il Paese. “La principale fonte di insicurezza in tutta la regione, Libano compreso, è l’aggressione e l’egemonia del regime sionista, e il ritorno della pace in Libano dipende dalla fine dell’occupazione e dalla cessazione degli attacchi e delle aggressioni da parte di questo regime”, ha affermato, secondo quanto riportato sul suo account Telegram. Uno scenario di guerra totale. Trump ha dichiarato che “non ci sono condizioni per un accordo” e ha deciso di continuare la guerra non escludendo l’invio di truppe di terra. Nel frattempo, il prezzo del petrolio sale alle stelle e un drone colpisce una base italiana in Kuwait, ma Tajani dichiara: “Niente rischi per i nostri”.

Peraltro, è cresciuto l’allarme sull’economia globale: la guerra in Medio Oriente dopo l’attacco all’Iran rischia di rallentare la crescita mondiale, mentre negli Stati Uniti il Pil del quarto trimestre 2025 è stato rivisto al ribasso allo 0,7%.

In Italia il Consiglio supremo di difesa ribadisce che il Paese non partecipa alla guerra, ma avverte sui rischi di terrorismo e guerra ibrida.

L’Europa irrilevante: verso un sistema federale o la marginalità nello scacchiere mondiale

La verità è che, come scrive Raffaele Morese, “l’Unione europea non è nelle corde di Trump. Ai pochi capi di Stato europei che ha avvertito all’ultimo momento dell’attacco, non ha chiesto consiglio, non si è posto il problema di quali conseguenze avrebbe comportato quella scelta. La reazione dell’Ue è stata lenta, incerta… Eppure, se lo scontro tra Usa e Iran durerà nel tempo, sconvolgerà le prospettive politiche ed economiche dell’Europa. Che cosa deve ancora succedere, perché l’Europa dei 27 capisca che vanno prese immediate e radicali decisioni nella direzione di un sistema federale di aggregazione, pena l’irrilevanza nello scacchiere politico mondiale e la marginalità economica e sociale dei singoli Stati?”

Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania