L’imprenditoria femminile in Italia sta vivendo una fase di crescita significativa, trainata in modo inaspettato dalle regioni del Mezzogiorno. Secondo l’ultima analisi dell’ufficio studi della Cgia di Mestre (dati aggiornati al 30 settembre 2025 dalla banca dati della Camera di commercio), la Sicilia emerge come uno dei poli più dinamici e rilevanti per l’imprenditoria femminile, collocandosi ai vertici nazionali sia per numero assoluto sia per incidenza percentuale sul tessuto produttivo locale. Rispetto a un anno fa, però, si contano 2 mila aziende in meno nella nostra regione: il numero totale delle aziende in rosa è in flessione. Resta comunque un dato sopra la media nazionale.
Focus Sicilia: i numeri del protagonismo femminile
In Sicilia, la presenza di aziende guidate da donne ha ormai assunto dimensioni strutturali. Al 30 settembre 2025, l’Isola conta 93.129 imprese femminili attive. Un dato che non rappresenta soltanto un primato regionale, ma che colloca la Sicilia al quinto posto in Italia per numero di attività capitanate da donne, preceduta solo da Lombardia (162.190), Campania (119.137), Lazio (112.200) e Toscana (che, su un totale di 343.149 imprese, ne registra 82.305 a guida femminile). L’aspetto più rilevante dell’analisi siciliana riguarda tuttavia l’incidenza percentuale. Su un totale di 376.400 imprese attive sul territorio regionale, quelle femminili rappresentano il 24,7%. Un valore nettamente superiore alla media nazionale, ferma al 22,7%, che posiziona la Sicilia al quinto posto tra le regioni con la più alta densità di imprenditoria femminile, subito dopo Molise (27,7%), Basilicata (27,3%), Abruzzo (25,9%) e Umbria (25,3%).
Numeri però in calo
Pur rimanendo sempre uno dei dati più alti in assoluto in Italia, comunque nell’ultimo anno si è registrata una flessione. Al 31 dicembre 2024 le imprese femminili, infatti, erano 95.370, il 25,2% del totale di quelle attive in tutta la regione. Quindi in poco meno di un anno c’è stato un calo di oltre 2 mila imprese in rosa, e la percentuale sul numero delle aziende totale è nel contempo calata.
I settori in espansione
I settori in cui le imprenditrici siciliane operano con maggiore intensità riflettono la tendenza nazionale: una forte concentrazione nel commercio, nell’agricoltura (che a livello nazionale conta 186.781 imprese femminili) e nei servizi alla persona. In particolare, l’autoimpiego in Sicilia viene spesso utilizzato come strumento di riscatto professionale e di flessibilità, utile a conciliare vita lavorativa e familiare in un contesto caratterizzato da una storica carenza di servizi sociali. Osservando il quadro nazionale, l’Italia detiene un primato a livello europeo: con 1.621.800 lavoratrici indipendenti nel 2024, pari al 16% delle occupate totali, supera Francia (1.531.700), Germania (1.222.300) e Spagna (1.136.000). Tuttavia, l’analisi territoriale della Cgia restituisce una distribuzione geografica peculiare.
La spinta del Mezzogiorno
Contrariamente ai tradizionali indicatori economici che vedono il Nord in testa, l’incidenza dell’imprenditoria femminile è massima nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 24,3% del totale delle imprese. Il Nordovest e il Nordest si fermano entrambi al 21,0%, mentre il Centro si attesta al 24,0%. A livello nazionale, la crescita del 2025 è stata trainata in larga misura dalle donne. Nei primi nove mesi dell’anno, lo stock di lavoratrici indipendenti è aumentato del 2,7%, passando da 1.634.200 a 1.678.500 unità, una variazione più che doppia rispetto al +1,1% registrato dagli uomini. I settori merceologici mostrano una netta predominanza femminile in altre attività di servizi (parrucchieri, estetiste, lavanderie), con un’incidenza del 41,1%; sanità e assistenza sociale, con il 37,0%; istruzione e formazione, con il 31,8%. Il commercio resta invece il settore più numeroso in termini assoluti, con 288.411 imprese femminili attive.
Ostacoli e prospettive
Nonostante il record di presenze, le imprenditrici italiane — e siciliane in particolare — continuano a confrontarsi con barriere strutturali. L’accesso al credito rimane la criticità principale: le imprese femminili sono spesso più piccole e meno capitalizzate, non per mancanza di progettualità, ma per le difficoltà di accesso al capitale di rischio e per reti professionali meno consolidate. A ciò si aggiunge il dato critico del tasso di occupazione femminile complessivo, il più basso dell’Unione Europea, fortemente condizionato dal carico di lavoro domestico e dalla carenza di servizi per l’infanzia. In questo contesto, l’impresa diventa per molte donne non solo una scelta, ma una necessità per rientrare o restare nel mercato del lavoro. Valorizzare questo potenziale, come dimostra il caso della Sicilia, non è soltanto una questione di equità, ma una leva macroeconomica decisiva per la crescita del Pil nazionale.
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