PALERMO – La Sicilia è l’isola dei grandi paradossi e dei continui abusi, dove la terra può scomparire sotto violente mareggiate o scivolare verso il basso sospinta dalle frane. È quella terra che si aggrappa a una croce di marmo collocata lì, proprio in quel luogo dove il dramma non si sarebbe dovuto più ripetere, ma che continua a divorare suolo anziché preoccuparsi di recuperare un patrimonio smisurato di case vuote.
Al di qua dello Stretto, secondo i dati del Censimento permanente Istat aggiornati al 2023, le abitazioni non occupate sono circa 1,1 milioni, pari a un terzo di quelle realizzate a scopo abitativo. Tante, troppe per una Regione dove l’emergenza abitativa ha raggiunto livelli insostenibili e migliaia di nuclei familiari attendono da tempo una sistemazione stabile, così come sono vi tanti, tra lavoratori, studenti e migranti, che non riescono a permettersi un giaciglio per colpa dei canoni in continua ascesa. In provincia di Palermo, su oltre 700 mila abitazioni, quasi un terzo risulta non occupato (circa 236 mila case). Nel Catanese, le case censite sono circa 617 mila, ma ben 168 mila non sono occupate da nessuno. In provincia di Messina l’Istat indica 455 mila case presenti sul territorio, ma addirittura 181 mila risultano non occupate.
Case vuote nei Comuni siciliani: i dati Istat provincia per provincia
Esistono, poi, dei casi particolari in cui le abitazioni non occupate risultano essere più di quelle normalmente popolate. A Castiglione di Sicilia, il Comune più a Nord della provincia di Catania, su 3.834 abitazioni censite dall’Istat solamente 1.348 sono impegnate dai residenti e ben 2.486 vengono indicate come non occupate. Anche a Sant’Alfio, sul versante orientale dell’Etna, si presenta una situazione simile. L’Istat segnala 1.398 abitazioni presenti sul territorio comunale, ma appena 659 sono occupate in luogo di 739 case dove non vi risiede stabilmente nessuno. Pure nella vicina Milo, località dove per anni ha risieduto l’indimenticato Franco Battiato, si vive questo grande paradosso. Ci sono 661 abitazioni non occupate, mentre quelle frequentate dai residenti sono soltanto 506.
La consuetudine si ripete anche in altre province. A Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, l’Istat segnala circa 10 mila abitazioni, ma quelle sfitte sono 5.461, mentre le case occupate dai residenti risultano in minoranza, appena 5.228. Nel Siracusano esistono poi i casi di Buccheri (972 case vuote su 1.838 censite), Buscemi (687 case non occupate su 1.158 totali) e Cassaro (540 abitazioni non occupate su 902).
Report Forum dell’abitare e percentuali di abitazioni non occupate nelle città metropolitane
Secondo il report del “Forum dell’abitare” costituito da Cgil, Sunia, Arci, Auser, Comunità Sant’Egidio, Legambiente, Udu, Federconsumatori e presentato nelle scorse settimane, nelle sole Città metropolitane della Sicilia la percentuale delle abitazioni non occupate sfonda il 30%. Considerando i dati iFEL – Fondazione Anci di ottobre 2025, nel Catanese le abitazioni non occupate sono il 27,5%, nel Messinese si registra il picco preoccupante di 39,8% e nel Palermitano si tocca il 32,5%. Guardando alle singole città capoluogo, Catania presenta il 23,4% di abitazioni non occupate, Messina il 26,4% e Palermo il 20,8%.
Turismo, boom edilizio e consumo di suolo in Sicilia
E in questo contesto deprimente per un patrimonio immobiliare non pienamente utilizzato, si contano anche quelle abitazioni convertite al giorno d’oggi al settore turistico. Soluzioni redditizie per chi investe nell’hospitality ma che danneggia, irrimediabilmente, il tessuto urbano delle grandi città che vedono i propri centri storici spopolarsi e ridursi in una vetrina per turisti.
Sempre l’Istat, in un precedente monitoraggio più approfondito, ha messo in evidenza come la Sicilia sia la terza regione italiana per quota più elevata di abitazioni non occupate (61,5%) costruite tra il 1961 e il 1980, molte di queste precedenti alla Legge n.64 del 2 febbraio 1974, realizzate senza alcuna attenzione nei confronti dell’efficienza energetica e nel pieno periodo del “boom edilizio”, segnato dalla cementificazione selvaggia a discapito del suolo.
E proprio in questo contesto, come abbiamo scritto nelle righe precedenti, emerge il grande problema del consumo di suolo in Sicilia. Ancora una volta la Sicilia è una delle regioni italiane dove si continua a coprire il terreno naturale con colate di cemento. Secondo i dati diffusi dall’Ispra nelle scorse settimane, il consumo di suolo al di qua dello Stretto è passato da +521 ettari del 2023 ai +799 del 2024. Una dimensione, così come abbiamo già evidenziato di recente, pari a due volte l’area del Parco della Favorita di Palermo o cento volte la frequentatissima villa Bellini di Catania.
Urbanizzazione costiera e rischio climatico: il modello Figi come esempio
Il suolo consumato complessivamente in Sicilia nel 2024 ammonta a 168.431 ettari, pari al 6,56% del territorio regionale. E sempre nella nostra regione non si arresta il fenomeno del consumo del suolo costiero. Negli ultimi 40 anni le colate di cemento – spesso incontrollate e al di fuori dei limiti legali – hanno cancellato quasi il 30% di suolo entro i 300 metri della linea di costa. La Sicilia conta un tasso decisamente alto di urbanizzazione lungo le coste: è infatti la terza regione italiana alle spalle di Calabria e Liguria.
Inoltre, così come sottolinea la Società italiana geografica nel suo rapporto annuale per il 2025, la Sicilia è il territorio del Paese che, in valore assoluto, presenta il maggior numero di residenti nella fascia 0-300 metri, per un totale di 330 mila persone. E la riviera siciliana – lo abbiamo visto con il recente passaggio del ciclone Harry – non è al sicuro. Così come non sono al sicuro le popolazioni esposte. Alle nostre latitudini in tantissimi invocano la “ricostruzione”, ma pochi parlano di “ricollocazione” per evitare scenari fotocopia in futuro. Eppure, nei primi anni 2010, a circa 17 mila chilometri di distanza dal Mediterraneo, qualcuno ci aveva già ragionato.
La Repubblica delle isole Figi è stato, infatti, il primo Paese del globo terracqueo a programmare una ricollocazione pianificata dei propri centri urbani in risposta all’emergenza climatica attraverso un Piano denominato “Standard operating procedures for planned relocations”. Una misura di prevenzione necessaria che entro pochi decenni potrebbe rappresentare l’unica àncora di salvezza per gli abitanti dell’arcipelago del Pacifico dove, ogni anno, il livello del mare si innalza di 6 millimetri. E in Sicilia, terra circondata dal mare, l’acqua è già arrivata all’interno delle case edificate sul suolo sbagliato.
Abitazioni in zone a rischio, Versaci (Aipin) al QdS: “Per il futuro della Sicilia prevenire e delocalizzare”
PALERMO – La Sicilia crolla, da Niscemi a Santa Teresa di Riva, sotto il peso delle cattive scelte dell’uomo e per causa di un clima che cambia in maniera rapida. Occorre, pertanto, partire dalla comprensione degli errori commessi in passato per riuscire a progettare il futuro del nostro territorio, dal punto di vista ambientale ed edilizio. Ma come? Il Quotidiano di Sicilia ne ha parlato con l’architetto Benedetto Versaci, nella qualità di presidente di Aipin, Associazione italiana per l’ingegneria naturalistica, sezione interregionale Sicilia e Calabria.
Presidente, in Sicilia continuiamo a consumare suolo edificando su terreni inadatti. Eppure contiamo tante abitazioni non occupate che potrebbero essere valorizzate. Perché continuiamo a sbagliare senza riuscire a pianificare un recupero del nostro patrimonio immobiliare?
“La Sicilia ha una conformazione territoriale e orografica molto peculiare. Dal mio punto di vista, il problema fondamentale risiede in una questione di natura pianificatoria: dovremmo decidere, una volta per tutte, cosa vogliamo fare del nostro territorio. Dobbiamo decidere se vogliamo risolvere le emergenze derivanti da questioni ambientali esistenti, acclarate e acclamate e quindi trovare delle soluzioni definitive e non tampone, recuperando anche il patrimonio edilizio esistente, o insediare altrove, quindi delocalizzare su altre aree. Al contempo mi domando: ‘ma è possibile insediare in immobili da recuperare quello che bisognerebbe delocalizzare?’. Bisogna ovviamente verificarlo, ma oggi diventa un problema che va affrontato e gestito per trovare una soluzione. Se in passato sono stati commessi degli errori, seppur in buona fede, il ragionamento deve essere quello di non perseverare. Bisogna decidere dal punto di vista politico come valorizzare e recuperare, bisogna decidere se si vuole attuare una politica di sviluppo su industria, turismo, agricoltura e così via. Vogliamo puntare su alcuni asset di valorizzazione? Puntiamoci, probabilmente non sarà possibile fare tutto, ma si tratta di una scelta pianificatoria che spetta alla politica”.
Quantomeno servirebbe avere una base di partenza perché, come stiamo vedendo per Niscemi, una situazione simile si era già verificata nel 1997 e oggi, dopo quasi 30 anni, siamo tornati allo stesso punto. Cosa è successo?
“Bisogna capire cosa è stato fatto o meno, in questi anni, per provare a risolvere il problema. E fare in modo da attuare dei correttivi che non ci mettano nella condizione tra altri 10 o 30 anni di trovarci nella stessa situazione. Ma così com’è successo a Niscemi, potrebbe succedere dappertutto laddove, sul territorio, probabilmente non si è intervenuto per risolvere i problemi, ma rinviando le soluzioni per qualsivoglia motivo. Rinviare non risolve il problema. Potremmo parlare di teoria per ore, ma in sostanza la difficoltà è proprio questa”.
Un problema che tocca anche il rischio climatico al quale, la Sicilia è sempre più esposta. Ma la nostra regione non potrebbe prendere esempio dagli altri? Penso, per esempio, al programma di delocalizzazione pensato qualche anno fa dalle isole Figi per spostare quei centri abitati maggiormente a rischio verso aree più sicure.
“La delocalizzazione in assoluto, laddove ci sono problematiche ed emergenze molto importanti che siano legate a problemi derivanti da cambiamenti climatici o da emergenze di natura geotecnica, ambientale e quant’altro, riguarda scelte forti e importanti che, indubbiamente, hanno delle variabili anche di natura sociale. Porto a esempio il caso della frana di San Fratello (Messina) del 2010: se oggi decido di andare in quell’area, è chiaro che lì non si può più vivere. Quindi, delocalizzo e creo delle nuove abitazioni. Tuttavia, non bisogna incorrere nell’errore di rendere la delocalizzazione come una ghettizzazione, perché il rischio sociale e quindi, poi, di qualità urbana e qualità sociale della vita in certi contesti diventa molto problematico. Però non c’è dubbio che, laddove non se ne venga a capo, poiché abbiamo costruito non considerando le emergenze esistenti, questa potrebbe rappresentare una soluzione”.
E per gli aspetti negativi?
“Dobbiamo pur sempre considerare che si tratta di una teoria. Dobbiamo andare a contestualizzare la delocalizzazione tenendo conto dei vincoli di natura giuridica e ambientale che derivano dall’impossibilità di realizzare una delocalizzazione. Per esempio, cosa potrebbe succedere andando a tombare altri torrenti? Bisogna pensare a uno sviluppo sostenibile delle comunità, un leitmotiv che in passato veniva utilizzato in maniera maggiore rispetto a oggi. ‘Sostenibile’ significa che sia realizzabile nel tempo senza che questo porti danno all’ambiente. Oggi lo chiamiamo DNSH (Do not significant harm, ‘non arrecare un danno significativo’, ndr), chiamiamolo come vogliamo, ma partiamo sempre da quel concetto”.
Ricollegandoci al tema del riutilizzo delle case non occupate, sicuramente servirebbe effettuare un lavoro di verifica per accertare o meno l’agibilità delle strutture. Quali prospettive abbiamo?
“Servirebbe fare censimento delle case agibili e realizzare un’analisi costi-benefici. Quest’ultimo è uno strumento scientifico che ci consente di valutare le possibili alternative, per poi prendere delle decisioni in maniera assolutamente oggettiva e non personalistica. Bisogna davvero decidere cosa vogliamo fare del nostro futuro e, quindi, stabilire una politica pianificatoria di sviluppo o di recupero dei nostri territori. Ma questo può essere realizzato verificando lo stato dell’arte delle fragilità del nostro territorio e capire se sia capace o meno di sopportare queste politiche. Questo lo devono fare indubbiamente i tecnici specialisti, ovviamente sulla base di una strategia che spetta alla politica ma che, indubbiamente, tocca anche il popolo. Le scelte da attuare dipendono sempre dall’uomo”.

