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Sanità e infrastrutture, i rapporti con l’imprenditore condannato per mafia dei dirigenti Iacolino e Teresi

Sanità e infrastrutture, i rapporti con l’imprenditore condannato per mafia dei dirigenti Iacolino e Teresi
Salvatore Iacolino e Giancarlo Teresi

Un’indagine della Procura di Palermo fa emergere un presunto intreccio tra politica, sanità regionale, imprenditoria e ambienti mafiosi

C’è la matassa collosa dei rapporti tra mafiosi, colletti bianchi, massoneria e imprenditori dietro l’ultima inchiesta che scuote la Sicilia colpendo la Regione in due assessorati.

Il nome più altisonante tra gli indagati è senz’altro quello di Salvatore Iacolino, ex eurodeputato del Popolo della Libertà che prima di finire ai vertici della sanità regionale come burocrate è stato ufficialmente esponente di Forza Italia, Grande Sud e Udc.

Iacolino fino a qualche settimana fa era dirigente generale del dipartimento Pianificazione strategica, tra le poltrone più ambite dell’intera pubblica amministrazione regionale, considerato il gigantesco portafogli che alimenta la rete ospedaliera e il potere – va da sé – che ne consegue.

Da pochi giorni si era spostato a Messina dove, per volontà di Schifani e condivisione, almeno formale, dell’assessora Daniela Faraoni, aveva assunto la direzione del Policlinico.

Il tutto è avvenuto in un momento delicatissimo per la sanità, tra lo sguardo sulle Regionali dell’anno prossimo e le inchieste giudiziarie che piovono da ogni lato.

E proprio a Messina arriva l’indagine avviata dalla procura di Palermo che vede Iacolino della pesantissima accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Da Favara al cuore della Regione

Per i magistrati, da dirigente generale avrebbe messo in campo la propria rete di relazioni per andare incontro agli interessi di Carmelo Vetro, imprenditore di Favara, centro dell’Agrigentino da cui proviene lo stesso Iacolino.

Nonostante la relativa giovane età, 40 anni, Vetro è qualcosa in più di un semplice imprenditore: nel 2012 è stato condannato in via definitiva a nove anni di reclusione per associazione mafiosa, pena che ha finito di scontare nell’estate del 2019. “Uomo d’onore della famiglia di Favara”, viene definito nel decreto con cui il tribunale di Palermo ha disposto una perquisizione a casa di Iacolino, nel corso della quale sono stati trovati 90mila euro in contanti.

Vetro, tuttavia, non è considerato neanche un semplice esponente della criminalità organizzata agrigentina. “Oltre alla pesante dote mafiosa di cui è portatore alla luce dei trascorsi criminali già accertati, nonché quelli del padre, già mafioso di vertice – scrivono gli inquirenti – ha messo a frutto consolidati, variegati e allarmanti rapporti derivanti dalla risalente e attuale appartenenza alla massoneria, vero e proprio collante tra le più diverse componenti della società”.

Iacolino si sarebbe speso a favore di Vetro e di persone da lui segnalate “predisponendo atti di competenza del suo ufficio e fornendo a tal fine suggerimenti su procedure amministrative in corso”. E avrebbe però fatto anche di più creando le condizioni affinché Vetro potesse incontrare i vertici della sanità messinese, dall’allora dirigente generale dell’Asp Giuseppe Cuccì al direttore amministrativo Giancarlo Niutta, ma anche la deputata regionale Bernardette Grasso e il capo della Protezione civile regionale Salvo Cocina. I quattro al momento non risultano indagati.

Nei confronti dei vertici dell’Asp peloritana, Iacolino avrebbe attuato “continue sollecitazioni” in relazione a “procedimenti amministrativi” segnalati da Vetro. In cambio quest’ultimo avrebbe elargito utilità di diverso tipo, dai finanziamenti per le campagne elettorali all’assunzione di persone segnalate da Iacolino. “Il legame tra Vetro e Iacolino è connotato da una totale disponibilità di quest’ultimo nell’assecondare le richieste del primo”, scrivono i magistrati.

Le mazzette nell’affare posidonia

Le attenzioni degli inquirenti su Iacolino sono partite seguendo Vetro. L’imprenditore favarese, che ieri è finito in carcere, era indagato per i rapporti intrattenuti con un altro dirigente regionale: Giancarlo Teresi. Coinvolto in passato in un’inchiesta su presunte corruzioni al Genio civile, anche per Teresi, oggi alla guida del servizio Infrastrutture marittime e portuali dell’assessorato regionale alle Infrastrutture, il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere.

Tra Teresi e Vetro, infatti, ci sarebbe stato un rapporto corruttivo, in cui sarebbe stato coinvolto anche Salvatore Vetro, fratello dell’imprenditore già condannato per mafia.

A essere indagato è anche Giovanni Aveni, titolare dell’omonima ditta con sede a Barcellona Pozzo di Gotto.

Aveni, che avrebbe beneficiato della vicinanza tra Vetro e Iacolino per questioni riguardanti l’accreditamento di una società nel settore della sanità, è uno degli imprenditori che in questi anni hanno lavorato al porticciolo di Marinella di Selinunte, nel Trapanese, per ovviare alla costante emergenza legata alla posidonia. Un problema di cui il Quotidiano di Sicilia si è occupato a più riprese, portando alla luce le ingenti spese finanziate dalla Regione per garantire il dragaggio e soprattutto lo smaltimento della pianta in discarica.

Una criticità su cui, sulle pagine di questa testata, si era espresso lo stesso Teresi, affermando che la soluzione definitiva sarebbe potuta passare soltanto da una riprogettazione del porto.

Per i magistrati, Teresi avrebbe fatto in modo che gli appalti a Marinella di Selinunte andassero a imprenditori specifici che lo avrebbero ripagato con laute tangenti: 8mila euro da Vetro e 30mila da Aveni.

A essere coinvolto nell’affare posidonia, con Teresi che avrebbe autorizzato una variante suppletiva contenente costi sovradimensionati, è stata un’impresa riconducibile a Giovanni Filardo, cugino del boss Matteo Messina Denaro e a propria volta già condannato per associazione mafiosa.