Per la prima volta nella storia dell’Ue, isole e comunità costiere hanno una strategia europea dedicata. La Commissione europea ha adottato due iniziative complementari che riconoscono ufficialmente le sfide uniche di questi territori – isolamento, dipendenza energetica, declino demografico e vulnerabilità climatica – e li rilancia come laboratori di sostenibilità e innovazione. Complessivamente, riguardano oltre 112 milioni di persone. Circa il 21% della popolazione dell’Ue vive sulle coste: 95 milioni di persone lungo 70.000 km di litorali in 22 Stati membri. Oltre ai 17 milioni di residenti in oltre 4.000 isole, comprese le nazioni insulari di Cipro, Irlanda e Malta.
Due mondi diversi ma accomunati da pressioni simili: mercati frammentati, costi di trasporto elevati, eccessiva dipendenza dal turismo e dai combustibili fossili, scarsità d’acqua, emigrazione giovanile, alloggi carenti. L’approccio scelto dalla Commissione è olistico e integrato: non più interventi settoriali, solo trasporti o solo ambiente, ma un quadro che lega economia, connettività, energia, demografia, ambiente e sicurezza. “La Strategia europea per le Isole rappresenta un risultato di straordinaria rilevanza politica e istituzionale perché, per la prima volta, l’Ue riconosce in modo organico l’insularità come una condizione strutturale permanente che richiede politiche dedicate e strumenti adeguati – ha dichiarato nei giorni scorsi il presidente della Regione, Renato Schifani -. Per la Sicilia è un passaggio fondamentale: il documento della Commissione europea evidenzia come il costo dell’insularità possa incidere fino al 7% del Pil dell’Isola, certificando una realtà che da anni condiziona competitività, mobilità e accesso ai servizi”.
I dati Ocse: trasporti più cari del 300%, case più costose fino al 130%
Il riferimento al 7% trova riscontro diretto nel testo della Comunicazione COM(2026) 520, che dedica un’apposita sezione al costo dell’insularità basandosi su ricerche dell’Ocse. Secondo il documento, i costi aggiuntivi cui devono far fronte le isole a causa dell’isolamento geografico sono rilevanti e misurabili: i costi di trasporto possono superare di oltre il 300% i valori continentali, la spesa pubblica pro capite risulta tra il 30 e il 50% più elevata e i prezzi delle abitazioni tra il 75 e il 130% superiori. Per l’Italia, i dati Ocse citati dalla Commissione indicano che in Sicilia l’insularità può ridurre il Pil pro capite di circa il 7%, mentre nel caso della Sardegna i costi economici possono raggiungere il 36% del Pil pro capite. Oltre agli impatti finanziari, il documento sottolinea come l’insularità generi anche costi immateriali – tempi di percorrenza più lunghi, accesso ridotto ai servizi essenziali – che abbassano gli standard di vita e la competitività. In alcuni casi questi svantaggi sono aggravati dalla cosiddetta “doppia insularità”, quando i residenti devono transitare attraverso un’isola principale o un’altra isola prima di raggiungere la terraferma (si pensi al caso delle nostre isole minori).
Strategie per le isole: quattro pilastri
Quanto emerge dall’analisi del documento della Commissione Europea prevede quattro pilastri. In primis lo sviluppo economico, puntando a diversificare le economie locali, promuovere l’imprenditorialità e il turismo sostenibile, colmare i divari digitali e dei trasporti. L’obiettivo è ridurre i costi aggiuntivi dell’insularità. Anche accelerando la decarbonizzazione, le rinnovabili (solare, eolico offshore, marine), l’adattamento climatico e la protezione della biodiversità. Le isole, spesso dipendenti da costosi generatori diesel, diventano possibili modelli di transizione. Serve inoltre rafforzare sanità, istruzione, edilizia abitativa e servizi sociali per invertire lo spopolamento e trattenere i giovani. E potenziare la resilienza a catastrofi naturali, rischi marittimi e minacce ibride. La strategia prevede un dialogo regolare tra istituzioni Ue e rappresentanti delle isole. Gli Stati membri sono invitati a inserire misure mirate nei piani di partenariato nazionali e a creare strumenti di investimento territoriale.
Comunità costiere: resilienza e vivibilità
Per i 95 milioni di cittadini costieri, sono individuate tre priorità: la prosperità basata sull’economia blu dinamica e diversificata (pescaturismo, bioeconomia, rinnovabili offshore) per creare posti di lavoro di qualità, superando la stagionalità; la resilienza con adattamento ai cambiamenti climatici attraverso il sistema di monitoraggio OceanEye e maggiori valutazioni dei rischi, con il sostegno della Banca europea per gli investimenti e delle missioni Ue sul clima e infine la vivibilità, ossia luoghi inclusivi e attraenti, salvaguardando cultura marittima e identità locali, affrontando la carenza di alloggi a prezzi accessibili. Tra le misure concrete, l’imminente Ocean Act per la pianificazione partecipata dello spazio marittimo; il sostegno ai cluster della bioeconomia blu e un sistema di certificazione per i crediti di carbonio blu.
Esclusione importante, le Regioni ultraperiferiche
Le strategie non riguardano le regioni ultraperiferiche (Azzorre, Madera, Canarie, Guadalupa, Martinica, Guyana francese, Mayotte, Riunione, Saint-Martin). La Commissione spiega che avranno una strategia specifica entro fine 2026, in virtù del loro status speciale (articolo 349 TFUE). Una scelta giuridicamente comprensibile, ma che rischia di essere percepita come un ulteriore rinvio per territori tra i più vulnerabili e lontani.
Le risorse: nessun fondo nuovo
Sul fronte delle risorse, la Strategia europea per le Isole non introduce fondi aggiuntivi ma opera attraverso gli strumenti già esistenti. Nella programmazione 2021-2027 della politica di Coesione, gli Stati membri hanno già stanziato almeno 12,5 miliardi di euro per investimenti destinati alle isole. Di questi, 1,6 miliardi sono stati riorientati nell’ambito della revisione di metà percorso verso cinque priorità considerate strategiche: competitività e decarbonizzazione, difesa, sicurezza e preparazione civile, edilizia abitativa accessibile, resilienza idrica e transizione energetica. Si tratta dunque di una strategia che punta a coordinare e ottimizzare risorse già programmate più che ad aprire nuove linee di finanziamento, un aspetto che alcuni osservatori hanno già segnalato come un limite strutturale del provvedimento.
Un passo storico con nodi ancora aperti
Per la prima volta l’Ue abbandona un approccio frammentato e adotta una visione integrata dell’insularità e della costalità. È il riconoscimento che questi territori non sono “periferie da sussidiare”, ma potenziali motori di innovazione blu e verde. Rimangono, però, alcune criticità. Come già detto, la Commissione parla di “quadro nell’ambito dei finanziamenti esistenti”. Non ci sono nuovi fondi dedicati. Il successo dipenderà dalla capacità di Stati e regioni di utilizzare in modo mirato politica di coesione, Pnrr, fondi marittimi e programmi Horizon. Senza una dotazione ad hoc, il rischio è che le strategie restino dichiarazioni di principio. L’invito agli Stati membri a includere misure per isole e coste nei piani nazionali lascia ampio spazio alla discrezionalità. Servirebbe un monitoraggio stretto e, forse, una condizionalità per evitare che le priorità insulari vengano sacrificate. L’innalzamento del mare e l’intensificarsi di eventi estremi richiedono azioni rapide, non piani decennali. L’attuazione operativa, specialmente per l’adattamento climatico, dovrà essere concreta entro pochi anni. Per la prima volta isole e coste hanno un quadro europeo di riferimento e una voce comune nelle istituzioni. Resta da vedere se le buone intenzioni si tradurranno in risorse, atti vincolanti e cambiamenti tangibili per 112 milioni di cittadini. L’appuntamento decisivo è alla fine del 2026, con la strategia per le ultraperiferiche: lì si vedrà se l’UE è davvero capace di non lasciare indietro nessuno, nemmeno il territorio più remoto.

Aldo Berlinguer (Eurispes): “Passo avanti, ma serve tempo prima che il piano si traduca in processi concreti”
L’Unione europea sembra aver finalmente riconosciuto l’insularità come uno svantaggio strutturale specifico. Abbiamo approfondito il tema con il Professor Aldo Berlinguer, coordinatore del Laboratorio Eurispes sull’Insularità e le aree interne, nonché ordinario di Diritto Comparato all’Università di Cagliari. “Per ora – ci ha spiegato Berlinguer – si tratta di strategie della Commissione Europea. Prima che tutto ciò si traduca in processi concreti ci vorrà ancora del tempo. Allo stato attuale, non abbiamo ancora strumenti operativi immediati che possano arginare il disagio dilagante che si registra nelle isole”.
Possiamo, però, ritenerlo un passo avanti significativo?
“Direi di sì, perché le risoluzioni del Parlamento europeo, approvate in passato, hanno sollecitato la Commissione ad attivarsi. E questa, oggi, pare voler finalmente affrontare il tema. Non solo quello delle isole ma anche delle coste, luoghi ove spesso non è facile vivere ma ove risiede un importante capitale inespresso, grandi potenzialità non raccolte. Infatti, 70 mila chilometri di coste, nella UE, non hanno sviluppato tutta l’economia, la resilienza, la capacità attrattiva che dovrebbero, o potrebbero, esprimere. È il grande problema dei divari territoriali. Ad esempio, la Sicilia orientale si muove ad una velocità diversa da quella del versante occidentale. E questo accade un po’ in tutte le regioni. In Toscana, il centro, quello delle città d’arte, si muove a una velocità quasi doppia rispetto alla costa. Ci sono porzioni di territorio italiane che sono più indietro di altri nello sviluppo socioeconomico. E questo accade anche in Europa”.
Qual è quindi il tentativo dell’Europa?
“Nell’ottica della coesione, occorre adottare misure solidaristiche che sappiano anche promuovere lo sviluppo economico e sociale; l’Europa sta tentando di trovare un equilibrio tra situazioni molto diverse tra loro con l’adozione di misure perequative e di valorizzazione territoriale. Basti pensare alle connessioni, ai nostri porti ed aeroporti, ai lidi ed al demanio marittimo. Anche il tema degli stabilimenti balneari non è una fissazione degli ‘eurocrati’ ma un problema vero: una risorsa preziosa non sufficientemente valorizzata”.
Su questo, quindi, sembra porre l’accento la Commissione?
“La Commissione punta su misure atte a fronteggiare i cambiamenti climatici, proteggere la biodiversità ma anche generare sviluppo economico e sociale. Ovviamente deve trattarsi di sviluppo sostenibile perché, durante il periodo estivo, specie nelle isole, c’è oggettivamente una concentrazione turistica che va a gravare su territori fragili, non equipaggiati ad accogliere questi importanti flussi ed assicurare i servizi, compresa la salute di turisti e residenti”.
Rimedi?
“Sino ad oggi, eravamo fermi alla contemplazione di due norme: l’art. 174 del Tfue che indica che i territori insulari, di montagna, rurali, transfrontalieri e in transizione industriale vanno attenzionati. Ma nessuno aveva ben chiarito che significa ‘attenzionare’. Un’altra norma, l’articolo 349, riguarda solo i territori ultraperiferici di Spagna, Francia e Portogallo. La Commissione ha sempre ritenuto il relativo novero tassativo. Quindi non estendibile alle nostre isole. Anche oggi questi territori saranno trattati a parte”.
Ed oggi cosa cambia?
“Finalmente si muovono i primi passi nella giusta direzione ma c’è moltissimo da fare. Le comunicazioni UE sollecitano ad adottare accordi di partenariato tra lo Stato e la Commissione stessa: debbono essere gli Stati membri a individuare i territori e le misure di valorizzazione”.
Il vicepresidente Fitto ha sottolineato che questa strategia parte dal basso, dai dialoghi con i territori, ma siamo in grado di ritenere che le nostre regioni e soprattutto i sistemi amministrativi locali siano pronti a recepire questo approccio integrato che rischia di essere calato dall’alto, o rischiamo la solita fermentazione burocratica in fase di applicazione?
“Su questo ci sono una serie di provvedimenti che, parallelamente a quelli europei, si stanno muovendo in Italia. Uno discende dai lavori della ‘Commissione bicamerale sull’insularità’, che venne istituita all’indomani della riforma dell’articolo 119, comma 6, che contiene il principio di insularità. Un altro, promosso dal Ministro Musumeci, riguarda le isole minori e sta compiendo il suo iter parlamentare”.
Questi disegni di legge sono portatori di novità?
“Sì, il disegno di legge sulle isole minori, per esempio, cerca di affrontare i problemi introducendo una serie di incentivi per consentire di tornare ad abitare questi luoghi e potervi svolgere anche attività professionali, come nel caso del personale scolastico e sanitario”.
Come?
“In maniera analoga a quanto ha fatto la legge Calderoli sulle comunità montane. Inoltre, il disegno di legge sulle isole minori prevede un censimento del patrimonio infrastrutturale, artistico, culturale, delle produzioni locali ecc., al fine di poter meglio calibrare gli interventi. C’è anche il tema del necessario coordinamento tra gli enti locali: più comuni in una stessa isola o un comune per più isole, onde evitare che si crei una frammentazione insostenibile. Il tema cardine, quindi, è quello della governance, occorre introdurre correttivi; così com’è non può funzionare”.
Possiamo sperare che tutto ciò sia compatibile con non solo la tutela dell’identità paesaggistica ma soprattutto con la tutela dell’identità culturale delle nostre storiche comunità marinare?
“Il modo migliore per tenere vivo questo bagaglio identitario è non disperdere i suoi attori, i soggetti depositari. Occorre far tornare coloro che sono andati via e consentire a chi c’è di rimanervi. Gli anziani portano con sé quella cultura e quell’identità fin quando possono. Bisogna invece trovare le condizioni economiche e sociali, ma anche trasportistiche e infrastrutturali, per far tornare (e rimanere) le nuove generazioni”.
Una possibile soluzione a suo giudizio?
“Ritengo che una possibile soluzione sia la fiscalità. Abbiamo bisogno di saltare la filiera amministrativa per portare il beneficio direttamente a chi investe, a chi vive, a chi opera nelle isole e per fare questo serve un modello diverso di fiscalità per i territori marginali. Lo Stato, invece di chiedere tributi esosi all’isolano, come a chi vive in aree metropolitane del centro e del nord Italia, dovrebbe anzitutto astenersi dal chiedere prelievi insostenibili. È necessario, quindi, costruire una fiscalità differenziata per le isole, in particolare le isole minori”.
In pratica?
“Serve una fiscalità attenuata per i residenti e per le imprese che operano stabilmente nei luoghi marginali. Non si tratta di concedere sovvenzioni ma di accordare benefici fiscali per coloro che lavorano e producono. Aiuti virtuosi, non prebende a fondo perduto. Dunque, una fiscalità diversa per luoghi diversi e penalizzati dalla loro condizione geografica e morfologica. Ciò che ben si sposerebbe con gli indirizzi della Commissione. Al contempo, occorre garantire trasporti, presidi ospedalieri, anche utilizzando le nuove tecnologie come la telemedicina, il trasporto aero-stradale (incluse le ambulanze volanti che si stanno sperimentando in Inghilterra e altrove) e modalità di lavoro a distanza, che consentirebbe a molti di restare a vivere nelle isole pur lavorando fuori”.

