Interconnessione con il lavoro, Scuola e Università verso chi produce - QdS

Interconnessione con il lavoro, Scuola e Università verso chi produce

Carlo Alberto Tregua

Interconnessione con il lavoro, Scuola e Università verso chi produce

mercoledì 02 Ottobre 2019 - 00:00

Il motore delle moderne economie è costituito dalle innovazioni continue che rendono più competitive le attività produttive.
Questa è mezza mela; l’altra mezza mela è costituita dalla burocrazia che dovrebbe sostenere e spingere avanti le dette attività produttive.
Nelle economie più avanzate la burocrazia funziona in modo più che sufficiente, cosicché il mondo delle imprese è supportato e non contrastato come avviene in Italia.
Nessuno ci ha spiegato per quale ragione il ministro della Pa e i dirigenti generali, nonché tutti i consulenti che vi stanno attorno, non si rechino presso quelle nazioni ove tutto funziona molto bene: per esempio in Svizzera.
Dunque, non solo tutti costoro non riescono a far funzionare la macchina pubblica in maniera adeguata, ma hanno la supponenza di non studiare (e copiare) quei modelli esteri che invece funzionano bene.
Per fortuna il mondo delle imprese si innova continuamente, è competitivo e sopperisce alle lacune del settore pubblico con grande sforzo e con oneri economici.

Fra questi vi è il fardello di dover formare le persone che vengono immesse nel ciclo lavorativo, con ciò dovendo superare un handicap che altri Paese non hanno. Perché?
Perché in altri Paesi Scuola e Università insegnano agli allievi i primi meccanismi per prepararli al mondo del lavoro. Inoltre, li inviano presso le imprese a fare stage di mesi, in modo che gli stessi alunni comincino ad abituarsi al mondo che produce.
Insomma fra Scuola, Università e imprese vi è una sorta di interconnessione, come la spina con la presa, per cui si comincia a istituire una sintonia fra quello che si apprende e il lavoro. Ciò ovviamente avviene altrove, non qui in Italia.
Qualcuno potrebbe obiettare che in un Paese non vi sono solo attività produttive, ma anche attività professionali, per cui non sarebbe necessario fare stage. Non è vero, perché anche chi volesse diventare avvocato, medico, ricercatore, se durante il periodo formativo nella Scuola e nelle Università, avesse la possibilità di frequentare i luoghi dove si svolgono tali attività, comprenderebbe meglio l’oggetto delle materie che studia e, ancor di più, la finalità dei suoi studi.
Man mano che aumenta la tecnologia, la competizione a livello mondiale diventa più esasperata, per cui vanno avanti quei Paesi che investono molto nell’istruzione secondaria ed universitaria, nonché nella ricerca. Proprio la ricerca è un punto dolente del nostro Paese, che investe solo l’uno per cento del Pil, mentre i Paesi più avanzati effettuano investimenti doppi. Conseguenza della ricerca sono i brevetti, cioè la registrazione delle invenzioni intellettuali.
Il nostro Paese è agli ultimi posti per quantità di brevetti, proprio in conseguenza degli investimenti dimezzati in ricerca.
Ovviamente il dato sintetico non fotografa dettagliatamente le varie parti della stessa perché nel settore privato destinano alla ricerca adeguate risorse, affinché prodotti e servizi diventino più competitivi, mentre nella ricerca pubblica, data l’inefficienza generale e gli scarsi mezzi finanziari, i risultati non sono certo soddisfacenti, nonostante vi siano eccellenze tra tutti i ricercatori.
La questione non è all’ordine del giorno di questo governo che intende continuare a finanziare i giovani disoccupati, diseducandoli e distogliendoli dal loro vero obiettivo: studiare per diventare professionali.

Battiamo sempre sul tasto dello studio, della lettura, dell’apprendimento, perché un Paese costituito nella sua generalità dei casi da cittadini ignoranti, è preda dei furbi, dei sapientoni, dei blablatori e degli illusionisti, che in nome del Popolo commettono magagne di ogni genere.
La classe dirigente, politica, burocratica e della società civile, ha il compito di far crescere una Nazione e farla diventare più abile, più capace, più competitiva.
Ma se al proprio interno è diffusa un’estesa corruzione o la cultura del favore, inevitabilmente il popolo non cresce e la triplice classe dirigente può fare e disfare ciò che crede, facendo prevalere i propri interessi sull’interesse generale.
Quando si parla di Democrazia si ignora che essa funziona se i propri componenti capiscono e sanno, diversamente vengono eterodiretti e inconsapevolmente approvano le malefatte dei vertici. Questo non deve accadere, ma accade.

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