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Iran, prezzi energia restano in tensione e l’Europa affronta una nuova crisi

Iran, prezzi energia restano in tensione e l’Europa affronta una nuova crisi

Ft: gas tocca massimi 2023, rincara anche il carbone e l’Ue studia misure

Roma, 5 mar. (askanews) – I prezzi di gas e petrolio nelle ultime ore sembrano essersi stabilizzati. I mercati stanno a guardare e scommettono probabilmente su una risoluzione del conflitto in Medio Oriente in tempi ragionevolmente brevi. Oggi, a metà mattinata, il gas sul Ttf di Amsterdam viaggia a quota 51,7 euro a megawattora, in rialzo del 6% mentre il petrolio è a quota 83,66 dollari al barile per quanto riguarda il future a un mese sul Brent, il greggio di riferimento internazionale, con un aumento del 2,65%. Nelle ultime ore il prezzo ha oscillato tra gli 80 e gli 85 dollari al barile, livello più alto da luglio 2024 ma ancora non si sono viste le impennate sul prezzo temute allo scoppio del conflitto condotto da Usa e Israele contro l’Iran che sta comportando, di fatto, un blocco dello Stetto di Hormuz da cui transita il 20% del greggio mondiale e del Gnl prodotto prevalentemente dal Qatar, con Emirati, Arabia saudita e Kuwait.

Domani si terrà a Bruxelles una riunione speciale della Commssione dedicata esclusivamente al tema energetico. La guerra in Medio Oriente sarà la questione all’ordine del giorno e all’incontro con la presidente della Commissione Ursula von der dovrebbe partecipare anche il capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol.

Il mix produttivo europeo, molto dipendente dal gas, espone l’Europa a stress sul fronte dei prezzi con il venir meno del gas naturale liquefatto dal Qatar che ha bloccato la produzione lasciando a secco molti paesi orientali verso cui è indirizzato prevelantemente il gas del paese. Il che determina la corsa a procurarsi navi sul mercato spot indirizzate ad altri paesi con una pressione al rialzo sui prezzi.

In una analisi il Financial Times sottolinea come “la guerra in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi del gas in Europa al livello più alto dal 2023 all’inizio di questa settimana, lasciando il continente ad affrontare un’altra crisi energetica quattro anni dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Con le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz di fatto bloccate e gli attacchi iraniani al Qatar che hanno costretto il secondo fornitore mondiale di gas naturale liquefatto a interrompere la produzione, i prezzi del gas in Europa sono aumentati fino al 70% da venerdì”.

Emblematico il caso di una nave cistrena per gas naturale liquefatto che ieri, evidenzia il Ft, “originariamente diretta in Francia è diventata il primo carico nell’Oceano Atlantico a deviare verso l’Asia, segnalando la crescente concorrenza delle economie asiatiche per accaparrarsi le forniture. La BW Brussels, carica di Gnl proveniente dalla Nigeria, ha fatto inversione di rotta per dirigersi a sud verso il Capo di Buona Speranza, secondo Kpler, una società di intelligence sulle materie prime”.

L’inverno particolarmente freddo poi ci ha messo del suo e secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, le riserve di gas in tutta l’Unione sono riempite per meno del 30%, rispetto a una media quinquennale di circa il 45% per questo periodo dell’anno. Le riserve in Paesi come Paesi Bassi, Svezia, Croazia e Lettonia sono particolarmente basse. Sta meglio l’Italia che ha gli stoccaggi pieni al 45%, come spiegato dal ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin e dall’ad di Snam la società che gestisce gli stoccaggi in Italia, Agostino Scornajenchi.

“Dal 2022, l’Ue ha diversificato gli approvvigionamenti e non dipende più dal gas russo, importando invece quantità molto maggiori di gas americano e attingendo maggiormente alla Norvegia. L’Europa si rifornisce solo del 10% circa del suo Gnl dal Qatar”. Si stanno ovviamente già vagliando ipotesi di interventi per poter scongiurare criticità forti tra queste, rileva il quotidiano “passare a breve termine dal gas al carbone in alcune centrali elettriche, come ha fatto la Germania durante la crisi energetica del 2022”. Del resto i prezzi del carbone hanno raggiunto il massimo degli ultimi due anni, poiché l’impennata dei prezzi del gas innescata dalla guerra in Iran ha spinto le aziende di servizi pubblici in Europa e nel Nord-est asiatico a cercare ulteriori forniture di carbone per alimentare la produzione.

“I prezzi europei del carbone termico utilizzato nelle centrali elettriche sono aumentati del 26% dalla vigilia della guerra, raggiungendo i 133 dollari a tonnellata, con aumenti simili nei mercati australiano e asiatico”, secondo i dati sui prezzi di Argus. Ad esempio il Bangladesh ha dichiarato che ricorrerà al carbone per alleviare l’impatto degli elevati prezzi del gas e delle interruzioni della fornitura di Gnl. “Un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe far raddoppiare i prezzi del carbone rispetto agli attuali livelli, fino a circa 250 dollari a tonnellata, soprattutto se la crisi energetica dovesse costringere al riavvio di centrali a carbone dismesse’, ha affermato Alex Thackrah, senior manager per il carbone di Argus”.

L’Europa può anche fare leva su una particolare leva energetica che è mancata in seguito all’invasione russa dell’Ucraina: il nucleare francese. Circa la metà dei 56 reattori nucleari francesi gestiti nel 2022 da Edf ha dovuto essere chiusa per ispezioni e sostituzioni di tubi a seguito di un problema di crepe, con conseguente riduzione della produzione a livello pluriennale. Un’altra opzione a livello Ue “sarebbe quella di rinviare l’estensione pianificata del sistema europeo di scambio di quote di emissione, il suo programma di punta per aumentare i prezzi del carbonio”.

In tensione insieme al gas anche il mercato petrolifero che con il blocco di Hormuz vede diversi paesi dal Golfo già con le riserve piene e la necessità di ridurre se non fermare la produzione. Secondo una stima del Ft, si stima che “l’Arabia Saudita abbia appena due settimane prima di dover ridurre la produzione”. Oggi Saudi Aramco ha incrementato l’esportazione di petrolio via porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per evitare lo Stretto di Hormuz. Aramco gestisce un oleodotto est-ovest con una capacità di 5 milioni di barili al giorno, che le consente di trasportare il greggio per circa 1.200 chilometri dai giacimenti orientali a Yanbu. Da lì, l’oleodotto egiziano Sumed offre un collegamento fondamentale con il Mediterraneo.

Martedì l’Iraq è diventato il primo grande esportatore a iniziare a ridurre la produzione, annunciando la riduzione della produzione in tre dei suoi maggiori giacimenti petroliferi. Altri giacimenti petroliferi nella regione sono destinati a chiudere nei prossimi giorni, sottraendo milioni di barili di greggio al mercato, dopo che solo domenica l’Opec+ aveva annunciato un aumento della produzione di 206mila barili al giorno e nostante le rassicurazioni di Donald Trump sulle possibili scorte navali alle petroliere che vogliano avventurarsi attraverso Hormuz.

“Un importante trader di petrolio – evidenzia l’Ft – ha stimato che la perdita di produzione di petrolio in Iraq siattesta a oltre 2 milioni di barili al giorno, con ulteriori 1,5 milioni di b/g a rischio ‘nei prossimi uno o due giorni’. Ha aggiunto che altri 1,5 milioni di barili di petrolio potrebbero poi essere persi dal Kuwait nei prossimi tre giorni. Dopodiché, nei prossimi cinque giorni, saranno gli Emirati Arabi Uniti a dover fare i conti, e poi, quando arriveremo a 15 giorni o più, inizieremo a perdere produzione in Arabia saudita”.