Istituzioni kaputt, vince l’egoismo - QdS

Istituzioni kaputt, vince l’egoismo

Carlo Alberto Tregua

Istituzioni kaputt, vince l’egoismo

sabato 04 Settembre 2021 - 02:00

Ritardare i concorsi? Un disegno

Perché nel Sud il tasso infrastrutturale è la metà di quello del Nord? Perché la qualità media della scuola del Sud è inferiore a quella del Nord? Perché la Pubblica amministrazione del Sud è mediamente più inefficiente di quella del Nord?

Si potrebbe rispondere in modo semplice: un caso. A noi non sembra così. A noi sembra, invece, che si tratti di un disegno dei gruppi di potere che governano il Paese, i quali hanno interesse a concentrare nelle loro mani sia la ricchezza che la nuova ricchezza, vale a dire le competenze.
Non si spiega diversamente l’inceppamento di un meccanismo che dovrebbe funzionare in modo quasi automatico e cioè la sostituzione di dirigenti e dipendenti nel settore pubblico (scuola, sanità, amministrazione) che vanno in pensione con altrettanti dirigenti e dipendenti che entrano a seguito dei concorsi pubblici.

Fatta salva la revisione annuale del fabbisogno di figure professionali, conseguente alla stesura e all’aggiornamento del Piano organizzativo dei servizi, i concorsi dovrebbero essere espletati prima dei pensionamenti.

Ci spieghiamo meglio. Nel settore pubblico si sa ogni anno quanti insegnanti e personale Ata vanno in pensione, quanti medici, infermieri e personale sanitario vanno in pensione, quanti lavoratori di altri settori vanno in pensione. Logica vorrebbe che si predisponessero i concorsi da esaurirsi prima del pensionamento, cosicché il subentro dovrebbe essere automatico ed indolore. Ma così non avviene, per cui si formano vuoti negli organici e quindi la disfunzione nel sistema pubblico aumenta giorno dopo giorno.

Anche perché i vincitori di concorso dovrebbero essere immessi nei ruoli prima che i dirigenti e i dipendenti vadano in pensione, in modo da consentire una sorta di passaggio di consegne fra vecchi e nuovi. Quanto precede sarebbe il frutto di un modello organizzato e funzionale che nel nostro Paese è sconosciuto.

La domanda che ne consegue è: ma non si adotta perché non se ne è capaci o perché c’è un preciso disegno? Se sì, quale? Quello di mantenere in uno stato di bisogno, povertà e ignoranza tutto il Mezzogiorno, cioé un terzo della popolazione italiana.
Perché scriviamo questo? Perché registriamo che quando si formano i vuoti negli organici, si ricorre al cosiddetto precariato. Ma coloro che entrano non sono stati selezionati dai concorsi, quindi non sono i più bravi. Ma allora come entrano? è presumibile che siano sospinti dalle raccomandazioni e dal clientelismo.

Cosicché si alimenta una sorta di meccanismo perverso secondo il quale questi precari che entrano e poi – a seguito del tambureggiamento dei sindacati – vengono stabilizzati, vanno ad occupare posti anche di responsabilità senza avere né arte né parte.

Poi è intervenuta la dissennata legge “Lauree abilitanti”, cosicché, anche nelle professioni, i filtri degli esami di Stato cessano o diminuiscono e sempre più asini diventano professionisti.

Di quanto scriviamo il guaio peggiore è nella scuola, vale a dire in quel delicatissimo settore pubblico che dovrebbe istruire le leve del domani: quei i giovani che quando si maturano dovrebbero essere già in condizione di capire che cosa vogliono fare da grandi.

Basta girare per gli istituti e le scuole, come facciamo da decenni, per saggiare la qualità degli insegnanti (precari o ex precari) e per conseguenza, degli alunni cui costoro non sono in condizione di trasferire i principi etici della convivenza civile e, forse, neanche i contenuti delle loro materie.
Sapere che due più due, magari tardi, fa quattro, non è una conoscenza. Sapere, invece, che cosa si intenda per una somma fra due e due e quali effetti possa avere, è il principio di un ragionamento, non di un sapere.
Nelle scuole italiane, salvo una parte di insegnanti bravissimi e che dedicano anche l’anima al proprio compito, vi è una stragrande parte di insegnanti che va a scuola per prendere lo stipendio. Quando il ministro parlò di estendere il lavoro al mese di luglio, vi fu una sollevazione generale. Altro che gli interessi di tutti.
Ciò perché in Italia si continuano a perseguire gli interessi di parte, non quelli di tutti.

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