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“Italia in scena”: approvato il ddl Valorizzazione sussidiaria dei Beni Culturali. Ma in Sicilia mancano le basi per la sua attuazione

“Italia in scena”: approvato il ddl Valorizzazione sussidiaria dei Beni Culturali. Ma in Sicilia mancano le basi per la sua attuazione
Agrigento Capitale della Cultura 2025

Ecco il punto della situazione

Lo scorso 11 marzo il Senato ha approvato in via definitiva la proposta di legge in materia “Modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio” di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 e altre disposizioni concernenti la valorizzazione dei beni culturali e l’istituzione del circuito “Italia in scena”. Primo firmatario, il deputato Federico Mollicone (FdI), presidente della Commissione Cultura della Camera, nonché responsabile nazionale Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia. Secondo gli esperti, questo ddl è da definirsi come l’ennesimo tentativo di aggiustare un eco-sistema paludoso, quello della cultura in Italia, attraverso strumenti nebulosi aventi poca strategia e visione unitaria della Nazione o a lungo termine. Anche l’opposizione ha espresso pareri di dissenso simili, considerando tali procedimenti come tattiche che strizzano l’occhio ai guadagni e poco alla tutela dei BB.CC.AA. Inoltre l’estrema polarizzazione del sistema Cultura in Italia, tra Nord e Sud e tra centro e periferia risulta un problema che potrebbe addirittura accentuarsi. Ma cosa prevede Italia in scena e, dunque, il ddl sulla Valorizzazione della sussidiarietà dei Beni Culturali?

Ecco di cosa si tratta

Il ddl prevede una serie di migliorie al Codice tra cui l’istituzione di un’Anagrafe Digitale e dell’Albo della Sussidiarietà che permetteranno di mappare il patrimonio pubblico tramite il contributo dei privati per gestire i beni culturali. L’Anagrafe Digitale sarà interna al Ministero della Cultura e avrà il compito di censire tutti i beni culturali pubblici, includendo la natura del bene, la forma di gestione (diretta o indiretta), i dati sull’uso o il disuso nel caso di immobili e l’assenza o presenza di fruizione. Le Amministrazioni pubbliche avranno il compito di aggiornare i dati. Altra novità è l’albo della Sussidiarietà, una sezione cioè dell’Anagrafe dedicata a privati (singoli o associati) interessati alla gestione indiretta dei beni. Gli iscritti saranno invitati a interessarsi attivamente riguardo gli affidamenti dei beni e parteciperanno alla costruzione dei piani strategici con spesa di 500mila euro annui a decorrere del 2026 per l’attuazione di questi strumenti. Sul piano del mercato dell’arte l’obiettivo è quello di semplificare il settore e facilitare la libera circolazione di opere d’arte. Gli oggetti d’arte esportati con autore non più vivente da oltre 70 anni avranno una soglia di valore che passa da 13.500 euro a 50mila euro.

L’articolo 6 del ddl, infine riguarderà la valorizzazione dei depositi dei musei statali, tema caro al MiC da diversi anni. Con il ddl, il Ministero avrà cura di redigere ogni due anni un elenco di opere “da deposito” idonee alla circolazione e i Comuni che dispongono di musei con standard adeguati avranno la possibilità di richiederle in prestito per esporle, inserendole in progetti culturali per la promozione del territorio e dello slow tourism. Il ddl è sicuramente uno strumento molto utile, ma risponde davvero alle richieste che da anni i professionisti del settore avanzano al Ministero? Ecco cosa ne pensano gli esperti.

Qual è il vero problema nel mondo culturale italiano

Il sistema Cultura in Italia soffre di una forte polarizzazione territoriale, tanto tra le città d’arte e il resto del Paese, quanto tra le aree centrali e le periferie. È chiaro, dunque, che un ddl del genere possa avere delle difficoltà ad essere percepita come necessaria per territori arretrati da un punto di vista settoriale, con carenza di tecnici che conoscano la grammatica manageriale o che privilegino la cittadinanza attiva, il terzo settore o gli imprenditori locali rispetto a una sussidiarietà prettamente verticale, volta al guadagno piuttosto che a valorizzare il patrimonio locale e lo sviluppo del territorio. Tutto questo andrebbe ridefinito anche specificando nel concreto le nuove figure professionali che andrebbero ingaggiate secondo il ddl. Per non parlare poi dei grandi deficit infrastrutturali e manageriali che piange il Mezzogiorno. Il flop di Agrigento, capitale della Cultura 2025 ne è un esempio: la Corte dei Conti ha registrato carenza di metodo, denunciando ritardi, fondi opachi e risultati prefissati non raggiunti.

Le criticità esposte dagli esperti

Lo scorso dicembre, Michele Trimarchi, esperto in Cultural Economics, scrive su AgCult che l’urgenza invocata costantemente dai professionisti del settore è una legge di sistema stabile e duratura e non una “sequenza di interventi parziali, spesso volti a superare le strettoie o gli effetti nefasti di interventi precedenti, lanciando salvagenti a chi rischia di affogare”. Si sa, infatti, che il sistema culturale italiano chiede sistematicamente nuove regole ma non affronta strategicamente la precarietà della categoria e l’accessibilità al patrimonio. Altra critica è fatta alla poca chiarezza riguardo alla “qualità” dei soggetti selezionati nella sussidiarietà orizzontale, caratteristica che si rifà all’art. 118 della nostra Costituzione e alla Convenzione di Faro. Ma vediamo come si è espressa l’opposizione.

Le criticità esposte dall’opposizione, Cecilia Delia del Partito Democratico:

La deputata Cecilia Delia (PD) si è espressa così gli scorsi giorni in Senato: “La sussidiarietà orizzontale presenta criticità, come l’assenza di criteri chiari per la selezione dei soggetti e la gestione delle risorse, mancanza di trasparenza e parità di accesso, e una visione poco organica con enti locali e ministero. Inoltre, non sono specificate responsabilità scientifiche qualificate nella progettazione. C’è il rischio che l’albo favorisca grandi cooperative, marginalizzando le realtà locali che sono fondamentali per la valorizzazione e per i principi della Convenzione di Faro. Il Codice prevede già accordi tra Stato, Regioni ed enti pubblici per strategie comuni di valorizzazione e sviluppo culturale”.

La situazione in Sicilia

La Sicilia rappresenta un gap importante con il resto del Paese poiché il Meridione stenta ancora a capitalizzare l’enorme potenziale culturale che possiede e che rimane dunque sottoutilizzato. Secondo i dati del rapporto “Io sono Cultura 2025. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, la Sicilia è ottava nella classifica sul valore del sistema produttivo culturale e creativo con i suoi 3.501 milioni di euro che corrispondono al 3.5% del totale economia della regione. L’Isola è ancora troppo distante dalla triade che domina la graduatoria composta da Lombardia, Lazio e Veneto. Il gap culturale nord-sud riguarda anche i lavoratori impiegati nel settore produttivo culturale e creativo. In Sicilia nel 2024 sono stati 68.023, in Lombardia 378.286 confermando il problema.

Un altro punto cruciale riguarda inoltre quello della partecipazione: secondo il rapporto BES dell’ISTAT solo il 24,7% degli abitanti in Sicilia partecipa alle attività culturali dimostrando che la cultura è un privilegio per pochi. E per pochi il più delle volte si intende chi si trova già in una città d’arte. Purtroppo, le periferie e le aree interne siciliane partono svantaggiate dal solo fatto che non riescono ad essere ancora collegate efficientemente con il resto della Regione. Anche secondo i dati raccolti dal Forum Sistema Cultura Sicilia svoltosi nel 2025 a Taormina la fruizione del patrimonio risulta assai disomogenea: soltanto 6 Comuni manifestano una chiara vocazione culturale e paesaggistica, mentre i flussi turistici si concentrano nei mesi estivi e lungo le coste. La densità delle strutture ricettive, inoltre, è inferiore alla media nazionale e la rete infrastrutturale continua a ostacolare la mobilità interna. Il potenziale inespresso, inoltre si riflette pure nell’elevato numero di siti in disuso, detenendo la Sicilia il primato nazionale.

Come è possibile, dunque, rendere più inclusivo in termini di sussidiarietà il sistema culturale siciliano? Come è possibile creare un sistema digitalizzato se già alle basi sorgono problemi?

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