Confindustria e Ocse, in seguito al conflitto in Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, con il conseguente aumento del prezzo di petrolio e gas, stimano la crescita in Italia per il 2026 a non più dello 0,4%. Secondo i dati Eurostat, l’Italia non è un Paese povero, ma la ricchezza è distribuita in maniera fortemente ineguale e la guerra in Medio Oriente ha riacceso l’allarme su consumi e inflazione e sul potere d’acquisto delle famiglie italiane. In base agli indicatori “Eu 2030 Target”, il 23,1% degli italiani è oggi a rischio povertà o esclusione sociale. Tra i grandi Paesi europei, l’Italia sul piano della povertà è migliorata negli ultimi dieci anni, con un calo di oltre cinque punti percentuali, ma mentre le regioni del Nord e del Centro si collocano tra le aree più solide d’Europa (con tassi intorno al 12%), le regioni meridionali continuano a registrare livelli di povertà tra i più alti dell’Unione.
Sicilia al 40,9% di rischio povertà: i lavoratori poveri e il part-time involontario
Tra queste, la Sicilia emerge come una delle situazioni più critiche: il 40,9% dei cittadini è a rischio povertà o esclusione sociale, un dato che colloca l’Isola tra le regioni più fragili d’Europa, insieme a Campania (43,5%), Calabria (48,8%) e Puglia (37,7%). In Sicilia, il fenomeno dei lavoratori poveri è strutturale e in crescita: secondo dati recenti, il 24,3% dei lavoratori in Sicilia è a rischio povertà o esclusione sociale. Questa percentuale è significativamente più alta della media nazionale italiana, che si attesta intorno al 10,2%. La povertà lavorativa nell’Isola è alimentata da bassi salari, alta precarietà e un diffuso part-time involontario. Eppure in pochi se ne preoccupano e i motivi sono tanti.
La disuguaglianza come “non problema”: i luoghi comuni che frenano la redistribuzione
In genere, la disuguaglianza si presta bene a essere oggetto di luoghi comuni, sia perché si tratta di un fenomeno complesso, sia perché, spesso, la si analizza prestando poca attenzione ai caratteri specifici della stessa e utilizzando fatti parziali. Scopo, più o meno consapevole, di tutto questo è cercare di dimostrare che la disuguaglianza è un “non problema”, una sorta di costo necessario per ottenere altri vantaggi tra cui la crescita economica. Della serie, prima realizziamo tanta ricchezza e poi la dividiamo. La disuguaglianza di reddito tra le persone – si dice – non è riconducibile a una sola caratteristica, che di volta in volta può essere il genere, l’area territoriale di appartenenza, il grado di istruzione o altro ancora. Per scandagliare la questione occorrerebbe preoccuparsi della disuguaglianza contemporanea non soltanto settorialmente e per le sue variegate conseguenze negative ma anche – e forse principalmente – in ragione dei processi che la generano. Occorrerebbe chiedersi perché, in generale, si faccia così poco per contrastare la disuguaglianza e perché in quasi tutti i paesi siano state smantellate le misure di welfare state.
Dal welfare keynesiano alla logica smithiana: come si è allontanato lo Stato dalla redistribuzione
Secondo una tesi diffusa il moderno welfare state ha avuto inizio, negli Stati europei, con l’avvio delle assicurazioni sociali tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Con lo sviluppo dell’industrializzazione, che accelera i processi di dissoluzione dei tradizionali legami familiari e associativi e fomenta il conflitto di classe, vengono sperimentati nuovi interventi di protezione assicurativi e previdenziali fino ad arrivare al modello sociale keynesiano in cui lo Stato garantisce la piena occupazione e una serie di servizi, tra cui il sistema scolastico, i sussidi ai disoccupati, l’assistenza sanitaria ma anche la crescita e, attraverso le misure fiscali, una più equa redistribuzione del reddito. Ideato negli anni Trenta per salvare il sistema economico dalla grande crisi e messo in pratica nel secondo dopoguerra in tanti Paesi europei, il welfare si è differenziato in percorsi diversi all’interno dei vari Stati e in tanti, soprattutto negli ultimi tempi, si è allontanato dagli assunti iniziali per trasformarsi in un modello in due tempi la cui logica è di ascendenza kantiana: “Facciamo la torta più grande e poi ripartiamola con giustizia”. In un primo momento ai settori produttivi – lasciati liberi di operare nel mercato – si chiede di produrre quanta più ricchezza possibile, sganciando l’economia dall’etica. Allo Stato, in un secondo momento, si demanda il compito di provvedere alle troppe vittime lasciate sul campo, immolate sull’altare dell’efficienza, attraverso una redistribuzione delle risorse sottoforma di erogazione di servizi (sanitari, previdenziali, scolastici). Tutto questo sia per questioni di equità, sia per evitare i conflitti sociali. Eppure, già Walras, alla fine dell’Ottocento, aveva risposto a Kant scrivendo: “Quando porrete mano alla ripartizione della torta non potrete ripartire le ingiustizie commesse per farla più grande”. Il difetto radicale del welfare state, così come è stato applicato in alcuni Paesi, è quello di seguire logiche di stampo smithiano – più produciamo, più diventiamo ricchi e felici – nonostante Keynes si dichiarasse contrario a Smith e avesse propagandato la fine del laissez-faire.
Franzini e Raitano: quattro luoghi comuni sulla disuguaglianza da smontare
Secondo Maurizio Franzini e Michele Raitano, autori del libro “La disuguaglianza oltre i luoghi comuni” (Castelvecchi, 2026) occorre rispondere a una semplice domanda: come si può giustificare, o come si tenta di giustificare, la non lieve disuguaglianza economica che caratterizza i nostri tempi? Intanto – scrivono – occorre superare i luoghi comuni e appare necessario contenere e “riformare” la disuguaglianza in modo che essa risulti, in base soprattutto a criteri di giustizia sociale e di buon funzionamento della democrazia, almeno più accettabile di quanto oggi non sia. Maurizio Franzini e Michele Raitano individuano quattro luoghi comuni: a) la disuguaglianza economica non cresce e quindi non occorre preoccuparsene; b) la disuguaglianza serve per la crescita economica che, secondo la logica smithiana, favorisce tutti; c) la disuguaglianza è legata strettamente al merito e, quindi, svolge un’importante funzione sociale; d) i veri problemi sono altri dalla disuguaglianza nei redditi, ed in particolare la povertà, da un lato, e la disuguaglianza nelle opportunità, dall’altro; dunque, occorrerebbe fare i conti con questi due fenomeni, disinteressandosi della disuguaglianza nei redditi.
Tesi e argomenti diventati luoghi comuni ma che appaiono inconsistenti e che non riescono a “fungere da efficaci tranquillizzanti nei confronti della disuguaglianza dei redditi”. Intanto, è assai dubbio che la disuguaglianza economica in Italia non sia in crescita, e rispetto alla presunta necessità della disuguaglianza per la crescita economica occorre ricordare “come le verifiche empiriche diano un debolissimo sostegno a tale idea”. Quanto, poi, “all’argomento relativo al merito… i redditi di moltissimi di coloro che occupano i gradini più alti nella scala economica non possono in alcun modo venire ricondotti ad esso. Al contrario, la disuguaglianza spesso mortifica il merito e lo fa per la forza di meccanismi ben diversi. Basti menzionare il potere e la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze accompagnata a nepotismo”.
E allora occorre fare presto perché in Italia oltre il 10% degli occupati è a rischio di povertà. In pratica, il lavoro non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente a sostenere una vita dignitosa e a collocarsi in quest’area pericolosa è l’8,2% delle famiglie, che si aggiungono al 10,9% di nuclei già ufficialmente classificati come poveri dalle statistiche. Nel complesso, circa il 20% delle famiglie è in povertà o a rischio impoverimento ed è a queste famiglie che occorre dare una risposta.
Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania

