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In Italia sessanta Comuni l’anno in crisi finanziaria. Ma quasi tutti sono in Sicilia, Calabria e Campania

In Italia sessanta Comuni l’anno in crisi finanziaria. Ma quasi tutti sono in Sicilia, Calabria e Campania

Corte dei conti: a fine 2024 in Italia 1.383 procedure tra dissesto e riequilibri, di cui 880 in queste tre regioni

ROMA – Circa sessanta nuovi casi all’anno dal 2012 e una marcata differenziazione nella distribuzione territoriale. Il quadro nazionale dei dissesti e delle procedure di riequilibrio nei Comuni italiani è nero, soprattutto per le regioni del Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, Calabria e Campania. L’andamento appare, invece, più contenuto nelle altre regioni del Sud, pur coinvolgendo, o avendo coinvolto, centri medio-grandi. Nel Centro Italia il numero dei casi è limitato, a eccezione del Lazio. Al Nord, infine, l’incidenza resta marginale, pur interessando alcune realtà di rilievo. La fotografia è stata scattata dal referto monotematico sulle crisi finanziarie dei Comuni, approvato con Delibera n. 3/SEZAUT/2026/FRG della Sezione delle Autonomie della Corte dei conti, che ha ricostruito le procedure di riequilibrio e dissesto avviate sia nel 2024 che nel primo semestre 2025, offrendo un quadro dettagliato delle situazioni ancora aperte al 2024.

Dissesti e riequilibri nel 2024: 34 procedure di dissesto, il dato più alto dal 2020

Come si legge nella “Relazione al Parlamento sui Comuni in situazione di crisi finanziaria”, nel corso del 2024 “si assiste a una contrazione del numero complessivo delle procedure attivate (65, rispetto alle 75 del 2023), che restano però numerose e mostrano un aumento dei dissesti. In particolare, dal 1° gennaio al 31 dicembre sono state dichiarate 34 procedure di dissesto (il dato più elevato dal 2020) e 31 procedure di riequilibrio finanziario pluriennale”. Come precisato dai magistrati contabili, “nell’ultimo quadriennio si è registrata un’importante accelerazione dei casi di ricorso al dissesto, riconducibile a un aggravarsi della condizione finanziaria dei Comuni siciliani dove, nell’ultimo biennio, si sono verificate oltre trenta dichiarazioni. In calo i riequilibri che, nel 2024, si attestano sui 27 casi, contro gli oltre 45 medi registrati nel triennio precedente”.

Sicilia, Calabria e Campania: il 63,6% delle crisi finanziarie comunali concentrate al Sud

Occorre però analizzare questi numeri anche in un contesto territoriale. Per la Corte dei conti, infatti, “in tre regioni il fenomeno è strutturale, con 46 Comuni interessati su 60 e investe la stabilità dell’intero sistema multilivello (15 casi in Calabria, nove dissesti e sei riequilibri; 13 casi in Campania, cinque dissesti e otto riequilibri e 18 casi in Sicilia, 15 dissesti e tre riequilibri). Gli altri 14 si diluiscono nelle altre regioni (due in Abruzzo, due nel Lazio, uno in Liguria, tre in Lombardia, uno in Molise, uno in Piemonte, tre in Puglia e uno in Toscana)”.

In Campania, Calabria e Sicilia si concentra il 63,6% delle procedure attivate al 31 dicembre 2024. Valori significativi presentano poi il Lazio (8,1%) e la Puglia (6,2%), mentre l’incidenza resta più bassa nelle altre regioni. Occorre poi inoltre rilevare come i riequilibri sono attivati maggiormente dove vi sono numerose dichiarazioni di dissesto, pur essendo da queste ultime superati, mentre nelle regioni in cui il fenomeno è più marginale prevalgono le attivazioni delle procedure di riequilibrio. In questo quadro, fa eccezione la Sicilia, dove le due procedure si equivalgono, seppur l’accelerazione delle dichiarazioni di dissesto nel territorio agisce in controtendenza. Infine, occorre evidenziare anche come nel Centro-Nord, in cui prevalgono le procedure di riequilibrio, si verificano molte chiusure anticipate delle stesse.

Crisi strutturali nei grandi Comuni: il rischio di avvitamento per Napoli e Palermo

A preoccupare, come messo in evidenza dai magistrati contabili, non è soltanto il numero consistente di Comuni che non riescono a far quadrare i conti, ma anche il fatto che molto spesso le difficoltà economico-finanziarie diventano strutturali: “Un fattore di forte criticità – si legge nel documento della Corte dei conti – è dato dalla persistenza di crisi in un elevato numero di città, soprattutto del Meridione (…). La complessità di una città che si avvicina o supera i 50.000 abitanti (e ancor di più nei grandi centri come Napoli o Palermo) rischia di rendere permanenti le crisi finanziarie, in quanto le energie da dedicare alla trasformazione veloce di processi connotati da elevata multifattorialità sono travolte dalla gestione corrente, che produce fenomeni di avvitamento (tra crisi di cassa, passività potenziali, pagamenti in sofferenza, disservizi)”.

La Corte dei conti propone l’intelligenza artificiale per prevenire le crisi comunali

I magistrati contabili non si sono però limitati soltanto a tracciare il quadro della situazione, ma hanno anche suggerito possibili soluzioni a supporto degli Enti locali: “Il quadro normativo che disciplina il trattamento delle crisi finanziarie necessita di una radicale riforma, alla luce di una prassi ormai consolidata. Il segmento preventivo è inefficace, statico e penalizzante. Va integrato con un modello predittivo capace di intercettare le crisi prima che queste esplodano. Esistono oggi strumenti adeguati (machine learning e intelligenza artificiale) che devono essere utilizzati senza remore, nella gestione e nel controllo”.

“Profondi limiti – hanno aggiunto dalla Corte dei conti – rivela il segmento correttivo delle crisi. La narrazione dei singoli casi mostra l’inefficacia dello sdoppiamento delle procedure introdotto nel 2012. L’analisi dei riequilibri evidenzia dilatazione dei tempi istruttori, degenerazione nel dissesto, ridondanza nei casi più semplici e inefficacia in quelli più complessi, orizzonte temporale troppo lungo, rigidità dei Piani rispetto agli eventi esogeni. Il dissesto, oltre a essere vissuto come uno ‘stigma’, presenta incongruenze notevoli, emerse in oltre 35 anni di applicazione. Il Comune non può fallire e deve fornire beni e servizi pubblici costituzionalmente protetti. Una procedura mutuata dal fallimento delle imprese non può funzionare in un sistema in cui, dopo la riforma del 2001, lo Stato non può più farsi carico del peso del dissesto e in cui, dal 2015, la contabilità armonizzata ha accentuato la divaricazione tra l’azione dell’Organo straordinario di liquidazione (Osl), tesa allo smaltimento della massa passiva, e quella del bilancio che, con l’attivazione dei fondi, è finalizzato all’equilibrio strutturale”.

Patti con il Governo e riforma del Tuel: le soluzioni per risanare i Comuni in crisi

I magistrati contabili hanno così invocato un cambio di rotta, che in realtà in parte sembra essere già iniziato grazie ai cosiddetti Patti con il Governo. “Risultano utilizzati – si legge nella relazione – da grandi e medi Comuni, con procedure di crisi in corso (Piani in istruttoria o approvati), chiuse o mai attivate. Gli elementi caratterizzanti sono: l’attivazione dello sforzo fiscale e organizzativo dell’Ente, il sostegno finanziario, l’affiancamento e il monitoraggio, la flessibilità dei Piani rispetto a eventi esogeni. Si potrebbe estendere questo metodo, mettendolo a regime, ai Comuni più grandi attualmente in crisi finanziaria e, per quelli più piccoli, si potrebbe estendere e strutturare l’affiancamento che è stato sperimentato, con risultati positivi, nel 2023 e nel 2024. Nella riorganizzazione del tessuto normativo bisognerebbe tenere conto anche del ruolo delle Regioni che, in molti casi, hanno legiferato sul tema, approntando dei meccanismi di sostegno e affiancamento dei rispettivi Comuni. Nell’ambito di un nuovo modello, che vede il sistema multilivello attivo nella soluzione delle crisi finanziarie dei Comuni, il ruolo del controllo esterno può essere proficuamente esercitato, attraverso l’esame dei documenti contabili potenziato dall’utilizzo di strumenti predittivi, nella individuazione degli enti che mostrano difficoltà finanziarie che potrebbero compromettere gli equilibri di bilancio, oltre ovviamente alla supervisione del processo di risanamento, tracciato nei documenti contabili”.

Per la Corte dei conti “l’aggressione allo stock delle crisi con gli strumenti indicati sarà risolutiva se, parallelamente, si ridurrà il flusso annuo di nuovi casi. Serve quindi una riforma del titolo VIII del Tuel rispetto alla quale sembrano essere maturati, negli ultimi anni, orientamenti convergenti”.

Amenta: “Attuali strumenti non idonei ad affrontare questa situazione”

ROMA – Tra le regioni che preoccupano maggiormente sul fronte della stabilità degli Enti locali c’è anche la Sicilia, cui la Corte dei conti ha dedicato un capitolo di approfondimento all’interno della “Relazione al Parlamento sui Comuni in situazione di crisi finanziaria”.

“In Sicilia – si legge nel documento – sono state attivate complessivamente (al 31 dicembre 2024) 253 procedure di crisi finanziaria (131 dichiarazioni di dissesto e 122 richieste di riequilibrio), corrispondenti a 159 Comuni. Nel complesso il fenomeno ha interessato una parte consistente della Regione (il 62,7% della popolazione e il 40,7% delle amministrazioni comunali). Nel primo semestre del 2025 sono state attivate sei nuove procedure: tre riequilibri (dai Comuni di Acate, Giarratana, e Montelepre) e tre dissesti (dai Comuni di Modica, Monterosso Almo e Santa Margherita Belice), di cui i primi due provenienti dal fallimento di procedure di riequilibrio. In 73 Comuni ne è stata attivata più di una”.

I casi recidivi più critici: Palagonia con cinque procedure, Taormina e Scordia con quattro

Riflettori puntati anche sui cosiddetti “casi recidivi più critici”, rappresentati da cinque Comuni che sono stati oggetto di quattro o cinque procedure come Ispica (quattro), Palagonia (cinque), Santa Venerina (quattro), Scordia (quattro) e Taormina (quattro). E non è tutto, poiché altri undici Comuni hanno attivato tre procedure di crisi, mentre quelli che hanno al loro attivo due procedure sono ben 57.

A oggi, “le procedure attive al 31 dicembre 2024 nella regione sono 111, corrispondenti ad altrettanti Comuni (72 dissesti e 39 riequilibri, di cui 24 in gestione, uno bocciato e 14 in istruttoria), oltre al Patto di Palermo (…). La predominanza dei dissesti evidenzia forti criticità della procedura di riequilibrio che, nella regione, si è mostrata assolutamente incapace di realizzare il risanamento finanziario”.

Anci Sicilia: duecento milioni di minori trasferimenti statali aggravano la crisi dei Comuni

Un quadro desolante, che dimostra come la crisi nell’Isola sia ormai strutturale e che necessita di correttivi immediati per evitare che siano i cittadini a pagarne le conseguenze sul fronte dei servizi. “La relazione della Corte dei conti – ha sottolineato in una nota l’Anci Sicilia – conferma una situazione di elevata criticità finanziaria per i Comuni siciliani. Il dato di circa un terzo degli Enti coinvolti in procedure di dissesto o riequilibrio, a cui si aggiunge il numero significativo di amministrazioni che approvano con forte ritardo gli strumenti finanziari, restituisce l’immagine di un sistema sottoposto da anni a una pressione straordinaria. Tuttavia, la situazione della Sicilia presenta caratteristiche peculiari che la distinguono non solo dalle regioni del Centro-Nord, dove questi fenomeni risultano molto più contenuti, ma anche dalle stesse regioni del Mezzogiorno, come Calabria e Campania. Pur registrando numeri elevati anche in questi territori, la realtà siciliana è segnata da fattori specifici, tra cui il mancato piano di allineamento tra normativa nazionale e regionale in materia di enti locali. A incidere in modo determinante è anche il persistente squilibrio nei trasferimenti statali: da anni, infatti, i comuni siciliani ricevono risorse inferiori rispetto a quelle che dovrebbero essere garantite sulla base dei meccanismi costituzionali di perequazione”.

Una condizione che Anci Sicilia ha quantificato in circa duecento milioni di euro annui di minori trasferimenti, una carenza strutturale che contribuisce ad aggravare le difficoltà dei bilanci locali e che rende ancora più urgente un intervento volto a ristabilire condizioni di equità e sostenibilità finanziaria per gli enti locali dell’Isola. “Gli attuali strumenti finanziari e normativi – ha concluso il presidente di Anci Sicilia, Paolo Amenta – non sono più idonei per affrontare in maniera efficace le crisi dei Comuni“.