Roma, 21 set. (askanews) – Una discussione generale lampo, con pochissimi deputati presenti, quasi tutti di opposizione, si è svolta oggi in commissione Affari Costituzionali alla Camera sulla legge elettorale. La riforma voluta dal centrodestra, dopo le modifiche del Senato, è arrivata a Montecitorio in terza lettura blindata: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha già annunciato che per “un fatto di chiarezza” il governo porrà la questione di fiducia, dunque non ci sarà spazio per ulteriori cambiamenti.
I costituzionalisti sentiti oggi in audizione – Gaetano Azzariti, Michele Ainis, Francesco Clementi – hanno confermato alcuni dubbi di costituzionalità ma l’unico punto che Fdi concorda possa non passare al vaglio della Corte Costituzionale è quello sulle firme – almeno 6000 a collegio – necessarie ai partiti che non sono in Parlamento per presentare liste alle elezioni. Un articolo che, anche se cassato, non comprometterebbe il funzionamento della legge.
Un proporzionale con premio di maggioranza che, secondo il commento della sondaggista Alessandra Ghisleri basato sui dati di OnlyNumbers per Porta a Porta, favorirebbe il campo largo in misura maggiore rispetto all’attuale legge elettorale, il Rosatellum. Con entrambi i sistemi di voto, e Vannacci fuori dal centrodestra, la coalizione guidata da Meloni sarebbe destinata alla sconfitta stando alle attuali intenzioni di voto ma se si votasse con il Rosatellum il vantaggio del centrosinistra sarebbe solo di 27 seggi tra Camera e Senato mentre con la riforma salirebbe a 118.
Dati che non convincono chi a via della Scrofa si occupa di leggi elettorali: con il Rosatellum Fdi arriverebbe al massimo a 60 seggi. Altro che 69, come rilevato da OnlyNumbers. Anche perché questa volta, a differenza del 2022, Pd e M5s sarebbero alleati nei collegi. Che con il Rosatellum la sconfitta del centrodestra sarebbe meno amara tuttavia è emerso anche la scorsa settimana dalle simulazioni YouTrend. Proiezioni che non convincono chi nella maggioranza segue il tema da vicino e sospetta che siano uscite ad arte in vista del voto finale sulla riforma – a scrutinio segreto – per alimentare i dubbi su un testo travagliato che già a luglio ha visto i franchi tiratori in azione.
Domani intanto alle 16 scadrà il termine per gli emendamenti: dalle opposizioni ne arriveranno pochi, unitari e di merito sui temi della parità e dell’alternanza di genere che la riforma voluta da Meloni non prevede; sulle firme per cancellare una norma che, secondo Riccardo Magi (Più Europa), ostacola “in modo abnorme la partecipazione di nuove forze politiche”; sulla possibilità di raccogliere le sottoscrizioni in modalità digitale come già avviene per il referendum; e sulle preferenze. La commissione è convocata tutta la settimana – sabato e domenica compresi – ma è difficile che si arrivi a lavorare nel weekend.
Il testo è atteso in aula per la discussione generale martedì 29 poi a ottobre sarà esaminato con tempi contingentati entro la settimana che termina il 9 ottobre. I voti di fiducia saranno 3 quanti sono gli articoli modificati al Senato. Quindi il voto finale e segreto.

