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La bussola di Etica&Valori

La bussola di Etica&Valori

Con gli occhi del nostro direttore, possiamo vedere la vita come una lunga corsa che va onorata fino all’esalazione dell’ultimo respiro

Riflessioni sulla “vita, l’universo e tutto quanto”

Che accade quando il corpo cessa le sue funzioni vitali? Esiste un “dopo”? Quali sono i nostri doveri e diritti di cittadini? Il direttore Carlo Alberto Tregua, tra i 5 mila editoriali che ha scritto in 44 anni di lavoro, ha voluto dedicare alle riflessioni sulla vita, sulla morale, sulle questioni religiose e filosofiche, una categoria “speciale” di commenti, tutti pubblicati sotto la denominazione “Etica&Valori”. In questa pagina abbiamo voluto ripercorrere alcuni passaggi del Tregua-pensiero che restituisce, nonostante l’inesorabile incedere degli anni, un quadro coerente sugli argomenti in trattazione.

Con gli occhi del nostro direttore, possiamo vedere la vita come una lunga corsa che va onorata fino all’esalazione dell’ultimo respiro. Una maratona che, però, finisce solo per il corpo.

“Chi arriva a una certa età, come chi scrive, sa che la più parte della vita è passata e gli resta davanti un’altra piccola parte – scrive Tregua nell’editoriale pubblicato il 13 gennaio 2023 – . Constata perciò che la vita si accorcia e si augura che la parte finale non sia tormentata dentro il tunnel della malattia, ma che si fermi con la cosiddetta ‘bella morte’. Tuttavia, non è vero che la vita si ferma, almeno secondo me, ma cessa il funzionamento del corpo. Mentre la vita continua, si allunga e non ha alcun orizzonte perché non si sa fino a dove arriva. Rispetto coloro che ritengono che con la morte del corpo vi sia anche quella dello spirito e che dopo vi sia il vuoto assoluto, ma ho una visione opposta. Essa è basata anche su un ragionamento concreto e cioé che i meccanismi dell’esistente sono perfetti, quasi matematici. Come è possibile che tutto ciò sia accaduto senza qualcuno che abbia progettato e realizzato tutto quanto è sotto i nostri occhi? Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che la situazione sia chiara e incontrovertibile”. “Se ci viene meno la paura del momento della cessazione del corpo, viviamo molto meglio perché non ragioniamo in termini finiti, bensì infiniti: così l’orizzonte si allunga – prosegue il direttore -. Sappiamo che le cose che noi facciamo restano a futura memoria; potranno essere utilizzate o meno, ma la storia dei secoli è fatta anche di azioni minime prolungate nel tempo, secondo la regola che ogni goccia è importante perché “fa il mare”. La cognizione della vita infinita (materiale e immateriale) ci consente di vivere con normalità e con semplicità, non cercando soddisfazioni materiali, effetto di una bulimia incontenibile, come accade a moltissime persone, ma nutrendo il proprio spirito di conoscenze, di saperi che si acquisiscono attraverso le letture continue delle fonti e di ciò che è stato scritto in tutti questi secoli”.

Oltre dieci anni prima, il 6 settembre 2011, Tregua scriveva l’editoriale “Morire, non farsi ghermire dalla morte”, in cui affrontava questi temi: “Nella continuità fra la vita e la morte, bisogna cogliere il senso dell’esistenza (…). Il passaggio del corpo dallo stato vivente a quello inerte è ininfluente sull’esistenza dello spirito, il quale, secondo la quadripartizione socratica, sovrintende la mente che sovrasta il cervello che, a sua volta, regola le funzioni del corpo. Lo spirito dovrebbe essere energia pura che sta insieme a quella di tutto il cosmo, fatto da chissà quanti pianeti, satelliti e stelle. La pochezza dell’uomo, la sua infinitesima dimensione, spesso, non riesce a comprendere l’immensità, mentre una normale riflessione dovrebbe farci capire cosa effettivamente siamo: polvere”. ”Polvere sei e polvere diventerai, sogliono ripetere i frati Trappisti. Ci ricordano la nostra provenienza e la nostra destinazione materiale – continua il nostro direttore -. Ecco perchè ci sembra anacronistico (ma è un nostro parere personale) il culto dei corpi anche quando questi non esistono più. Mentre lo spirito di chi se ne è andato è sempre presente senza tempo e senza luogo, perchè vive costantemente (almeno finchè ci siamo) nella nostra mente, nei nostri ricordi, negli atti che compiamo”.

E dunque veniamo al nocciolo della questione: “L’immensità del cosmo deve aver avuto un Architetto Supremo anche se gli Atei negano qualunque cosa al di fuori della vita corporea. Ognuno può pensarla come crede, ma deve formarsi un convincimento che derivi dalla comprensione dei fatti e da moltissime letture che vanno, via via, moltiplicate senza fermarsi, in un approfondimento continuo. Nessuno saprà mai la verità, perchè lo spirito di chi se ne è andato non trasmette normalmente con i viventi. Però resta in contatto, almeno come l’intendiamo noi. Vincenzo Cardarelli ci ricordava che si può morire, ma non farsi ghermire dalla morte. Che significa? Significa che quando dipende da noi possiamo morire, ma non soccombere. In altri casi, accada quello che deve accadere”.

Perché queste riflessioni? Lo scrive ancora Tregua: “Riflettere su quello che andiamo scrivendo ci aiuta a staccarci dalle miserie umane, dalle bassezze e dalle piccolezze. Ci aiuta e ci ricorda che quello che conta nella vita è essere persone per bene e fare tutto il proprio dovere. Lì possiamo arrivare. Lì dobbiamo arrivare”.

L’assenza di merito, la rovina dell’Italia

“Chi sa, vale”. Chi almeno per una volta ha lavorato con Carlo Alberto Tregua avrà sentito pronunciare queste tre parole. Altro non sono che l’estrema sintesi di un concetto, il merito, su cui il direttore ciclicamente torna con i suoi editoriali per provare a smuovere le coscienze dei siciliani, che purtroppo sovente ne sono “allergici”, in particolare tra qualche ufficio della Pubblica amministrazione.

Il 23 novembre 2022 “Becero chi è contro il merito” campeggia come titolo dell’editoriale in prima pagina. “Non abbiamo dubbi e ci assumiamo la responsabilità di affermare che trattansi di beceri coloro che affermano il valore negativo del merito. Ciò, perché fanno un’affermazione contro natura. Non vi è chi non veda come tutto quello che avviene nel nostro Pianeta sia uniformato al merito sotto tutti i punti di vista. Si dice che il leone, quando sorge il sole, insegua l’antilope per procurarsi il cibo e che quando sorge il sole l’antilope corra per non diventare cibo. Chi corre di più, vince: merito. In tutti gli sport chi è più bravo vince e chi è meno bravo perde: merito. Nelle professioni i grandi svolgono il loro lavoro con proficuità ed altri restano mediocri: merito. Vi sono stati imprenditori che sono partiti da zero, come Leonardo Del Vecchio, che ha cominciato fabbricando montature per occhiali, e quando è morto ha lasciato un impero: merito. Mentre, diversi componenti sociali, come il reddito o il livello di scolarizzazione, influenzano il punto di partenza di ogni persona, però se questa si impegna fortemente in un sistema meritocratico, ha la possibilità di riuscire”.

Proprio l’assenza di parametri oggettivi di valutazione nel nostro Paese è all’origine di tutti i suoi mali: “La mancanza di merito – prosegue il direttore – ha cominciato a fare avanzare in questa classe politica persone che merito proprio non avevano, ma che hanno capito quella furbata deleteria che consiste nella capacità di raccogliere voti-consensi in qualunque modo. Per cui, i grandi statisti che hanno ricostruito l’Italia non hanno avuto proseliti, con la conseguenza che dopo la ricostruzione ed un periodo di declino, intorno agli anni Novanta si raggiunse il punto più basso con la disastrosa legge finanziaria del 1992, quando l’allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, prelevò lo 0,6 per cento dai conti bancari di tutti i cittadini/e. Dopo arrivò la bufera di Mani Pulite e la novità dell’imprenditore Berlusconi, che fece il “contratto con gli italiani”, affiancando la nuova legge ideata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, semimaggioritaria. Questi quasi trent’anni non hanno cambiato le cose perché il merito è stato sempre accantonato, per cui ci hanno governato mediocri che sicuramente la storia non ricorderà”.

Un vulnus che costa anche parecchi soldi. È lo stesso direttore che, citando autorevoli fonti, faceva i conti quasi 15 anni fa, l’1 maggio del 2009. “Secondo un rapporto della Luiss, l’assenza di merito costa al sistema-Italia 2500 euro a persona. In Sicilia, in rapporto al Pil, la perdita si può stimare in oltre sei miliardi di euro. Non si tratta di calcoli teorici, bensì concreti, che misurano l’inefficienza e la mancanza di concorrenza (…). Fare il proprio dovere significa studiare, sacrificarsi, applicarsi, in altri termini fare tutto quello che è in nostro potere per raggiungere obiettivi e per essere utili agli altri. La classe dirigente, per suo conto, ha il dovere di diffondere la concezione del merito come virtù pubblica, virtù ancor oggi estranea a molti cittadini, estranea alla politica ed estranea alla burocrazia. Come ad esempio la nomina di un primario ospedaliero o di un dirigente dello Stato, della Regione o dell’ente locale, conseguente all’appoggio di cattivi politici, i quali scelgono più per fedeltà che per professionalità, la dice lunga sulle responsabilità di chi deve guidare le istituzioni. I cattivi politici mettono i loro fedelissimi nei posti-chiave perché, agendo da tappetini, a loro volta piazzano ulteriori nullità in altri posti. E così via. Questa si chiama cultura del favore, che è esattamente contraria alla cultura del merito”.

L’opposto, insomma, di quello di cui avrebbe bisogno il Paese. E purtroppo oggi rispetto a 15 anni fa tutto è rimasto immutato. “Il valore del merito – continua ancora Tregua – impone la scelta dei migliori, la corsa verso l’efficienza con l’obiettivo dell’eccellenza. Quelli bravi e capaci vanno avanti, gli altri restano indietro, quasi una selezione naturale della specie, senza che nessuno si adombri se riceve meno in quanto produce meno”.

La pazzia della guerra

Da oltre un anno la Russia ha invaso l’Ucraina e il conflitto ha già un bilancio pesantissimo in termini di vite umane spezzate. Si parla di oltre 300 mila persone, tra russi e ucraini, non solo militari ma anche civili. Contro questa “sporca guerra” il direttore è intervenuto più volte nel corso di questi tragici mesi, sostenendo una linea che è anche quella del Pontefice, Francesco.

Proprio a quest’ultimo si ispira l’editoriale dell’1 settembre 2022 dal titolo “Il Papa ha ragione, in guerra sono tutti pazzi”. Scrive Tregua: “Quando scoppia una guerra, hanno tutti torto, anche se ciascuno espone la propria ragione. Hanno torto perché non sono le armi che possono risolvere i problemi; solo dei pazzi e incoscienti possono pensare che uccidendo i propri simili si possa raggiungere uno scopo che non sia egoistico. Ma, si sa, la saggezza non è propria delle persone umane, le quali vengono colte da delirio di onnipotenza e agiscono come se i contendenti fossero dei minus habens. La storia è costellata di tanti personaggi squallidi che hanno preso iniziative squalificanti e cominciato guerre di conquista per soverchiare altri. Che il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sia interamente dalla parte del torto per avere invaso con le armi il territorio di una nazione democratica e indipendente, è un fatto inoppugnabile. Ma, detto ciò, non possiamo e non dobbiamo nascondere la storia di quel territorio, a cominciare dall’indipendenza ucraina di trentuno anni fa”.

Il nostro direttore dunque passa a ricordare la storia del popolo invaso: “In Ucraina vi è una parte non trascurabile di popolazione che parla russo, ha usi e costumi russi e perfino aderisce alla religione cristiana ortodossa russa. è vero che si sono svolte elezioni democratiche in quel Paese, almeno così recita la stampa ufficiale – per altro non controllata – ma è anche vero che è emersa una forte minoranza che contrasta la maggioranza e che è stata sbattuta fuori da chi aveva le leve del potere, cioé dal presidente Zelensky. an mano che i morsi della crisi hanno toccato Germania e Italia e poi Spagna e Portogallo, ci siamo accorgendo come questa posizione di appoggio cieco alle mire del Presidente ucraino siano sbagliate. Sempre di più le popolazioni dei Paesi citati si stanno svegliando dal bombardamento informativo dei mass media e stanno cominciando a rumoreggiare contro le decisioni dei governi su tale questione, i quali non hanno capito lo scenario e si sono gettati a corpo morto a favore di una parte senza cercare di capire, come era loro dovere, quale fosse lo scenario e cosa si dovesse fare per evitare la continuazione della guerra. Di fronte a tanti sprovveduti vi è una grande persona che ha capito bene la faccenda ed è Papa Francesco, il quale è esploso, anche a voce alta, dicendo: ‘Sono tutti pazzi’; ‘Chiunque fa o subisce una guerra è pazzo’; ‘Nessuno di essi ha ragione’; ‘Sono tutti colpevoli’. È urgente che questa pazzia venga cancellata e si ritorni al buonsenso che è quello di trovare una soluzione pacifica a una controversia che ha creato decine di migliaia di morti, destabilizzato un grande Paese di oltre quaranta milioni di abitanti e sta danneggiando fortemente l’Europa. In questo scenario se la godono gli Stati Uniti, i quali non sono sfiorati da questa tremenda crisi, anche se devono contrastare l’inflazione e forse la recessione”.

Una posizione forte, fuori dal coro dei principali giornali italiani. “Non vogliamo fare i solisti a tutti i costi – scrive ancora il direttore Tregua – ma siamo fedeli esecutori del Codice etico dell’informazione che ci obbliga a vedere con occhi sgombri da pregiudizi i fatti e solo i fatti e ci obbliga a sentire tutte le parti in causa, tutti i ‘pazzi’, come appunto diceva Papa Francesco, ma anche gli altri attori della vicenda, soprattutto quelli che stanno subendo la follia di chi usa le armi. Qualcuno sostiene che c’è differenza fra offesa e difesa. Può darsi, ma chi ha offeso non ha forse ricevuto qualche provocazione? Intendiamoci, non si offende con le armi, ci sono mezzi diplomatici per farlo; tuttavia non si può disconoscere che quando si agisce sottilmente per provocare qualcuno ci si deve aspettare una reazione, magari sproporzionata. Sentendo le minoranze ucraine ci sembra che Zelensky si sia prestato al disegno statunitense di provocare Putin. Ci chiediamo se quest’ultimo avrebbe attaccato comunque o, di fronte a una proposta ragionevole, avrebbe evitato di spendere centinaia di miliardi e soprattutto vite umane per una guerra cieca e folle. I fatti diraderanno la nebbia”.