CATANIA – Dalla comicità surreale che lo ha reso popolare al grande pubblico, fino ai ruoli più sfumati e intensi, Paolo Calabresi incarna un’idea di attore completo, in grado di muoversi tra registri diversi senza perdere autenticità. Il suo percorso artistico racconta non solo l’evoluzione di un interprete, ma anche quella di un certo modo di fare spettacolo in Italia: intelligente, pungente, profondamente umano. Affiancato sul palco da Carolina Di Domenico, firma, dirige e interpreta la commedia-verità “Tutti gli uomini che non sono”. Prodotta dalla compagnia Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, la rappresentazione – inserita nella stagione teatrale Turi Ferro – andrà in scena da domani al 3 maggio all’Abc di Catania, con una tappa speciale al Golden di Palermo dal 14 al 16 aprile.
Dopo il grande successo di “Perfetti sconosciuti”, torna a dialogare con un pubblico ampio. Che tipo di esperienza si augura per gli spettatori siciliani?
“Mi auguro che, oltre a divertirsi, possano lasciarsi coinvolgere dai racconti e dalle immagini di un periodo molto intenso della mia vita, nato da esperienze di lutto e quindi dal dolore. Vorrei che cogliessero il senso più profondo dello spettacolo, la possibilità di sorridere e persino ridere anche di ciò che fa male. In fondo, racconto la cura di una ferita attraverso l’unica cosa che so fare: il mio lavoro”.
La lega all’Isola un rapporto molto speciale, soprattutto sul piano professionale.
“Ho avuto la fortuna di lavorarci spesso: l’ultima esperienza è stata il ruolo di Padre Pirrone nella serie ‘Il Gattopardo’, che mi ha portato ad attraversare tutta la Sicilia, da Catania a Palermo fino a Trapani. È stato un regalo, poiché si tratta di un luogo straordinario, quasi fuori dal tempo per la sua bellezza, la sua storia, l’architettura, la natura… Anche se a volte si percepisce quanto potrebbe essere maggiormente valorizzata, prevale sempre l’emozione di trovarsi in un posto unico”.
Il pensiero corre inevitabilmente a ‘I Viceré’ di Roberto Faenza.
“Un altro lavoro girato in Sicilia a cui sono molto legato. Lo porto con orgoglio come una medaglia sul petto, anche perché interpretavo addirittura il sindaco di Catania”.
In che modo il teatro le ha permesso di raccontare questa storia con maggiore autenticità?
“Il teatro consente qualcosa che nessun altro linguaggio offre: la presenza viva, il respiro dei personaggi davanti al pubblico. È questo il senso dello spettacolo dal vivo. Il mio lavoro potrebbe anche diventare un prodotto audiovisivo – e ci sto lavorando – ma sono felice di averlo portato prima in scena. È un’esperienza irripetibile condividere ogni sera emozioni autentiche con gli spettatori, vederli commuoversi e sorprendersi”.
Non si tratta solo di bravura.
“Io mi limito a mettere in fila eventi che, come nella vita, sono collegati da un filo invisibile. Dare loro un ordine, renderli leggibili: è un esercizio che ogni artista desidera riuscire a compiere”.
Quanto è stato difficile esporsi così apertamente?
“Ci ho messo un terzo della mia vita. Il dolore risale a circa venticinque anni fa. Subito dopo, accadde qualcosa di surreale: riuscii a entrare allo stadio per vedere la Roma fingendomi Nicolas Cage. Non era nei miei piani, avevo semplicemente chiesto dei biglietti a suo nome. Ma si innescò una macchina mediatica enorme. Il Milan aveva annunciato la presenza di questa star americana – allora era il Cage del Premio Oscar -, per loro era un lustro averlo ospite”.
In fondo, siamo tutti un po’ provinciali.
“Io ho seguito quello che mi veniva chiesto. Il Milan, Galliani, la televisione: tutti volevano Nicolas Cage, e a un certo punto lo sono diventato davvero, almeno agli occhi degli altri. È stato un episodio casuale, ma mi ha restituito entusiasmo”.
Il suo spettacolo, dunque, è più una confessione o una terapia?
“È la confessione di un’autoterapia. Mi sono curato così. Ma, come tutte le medicine, può creare dipendenza: dopo quell’episodio ho continuato, perché mi faceva stare bene, e smettere non è stato semplice”.
Cosa ha imparato sull’inganno e sulla percezione?
“Che sono profondamente intrecciati. Oggi più che mai fatichiamo a distinguere il vero dal falso. Ho capito che, quando si vuole credere in qualcosa, quella cosa diventa vera. Se la televisione dice che sei Nicolas Cage, per molti lo sei davvero. E distinguere la verità diventa sempre più difficile”.
Esiste un confine etico?
“Sì. Io ho fatto un uso improprio del mio mestiere, ma non immorale. Ho rischiato molto, questo sì. Una volta può essere una goliardata, ma reiterare queste azioni – fingersi altre persone, organizzare tutto nei minimi dettagli – richiede una preparazione enorme e comporta rischi reali”.
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.
“Se non lo fai a fin di bene, sei un truffatore. Io mi sentivo una sorta di Robin Hood, convinto di agire per necessità. Era come individuare un bug in un sistema già fragile. Oggi so che quella convinzione era parte del problema”.
Ogni attore vive, in fondo, una forma di ‘furto d’identità’?
“Gli attori veri sanno sempre cosa stanno facendo. Chi inganna nella vita reale non è un attore, ma un ‘truffattore’. Io ero lucido, sempre: non sono mai stato così consapevole come quando fingevo”.
Ha mai temuto di perdere il controllo?
“Mai. Per me era come essere in scena, solo che il palcoscenico era la realtà. E gli altri ‘attori’ erano inconsapevoli, quindi ancora più autentici. Questo mi imponeva un livello altissimo di credibilità. Era una forma di doping: bastava un errore e tutto sarebbe crollato”.
Rivedere oggi quei video cosa le suscita?
“Tenerezza e malinconia. Mi emoziona vedere fin dove sono arrivato. Non mi spaventa: è il segno di come ho attraversato e superato anni difficili, grazie anche all’insegnamento del mio maestro, Giorgio Strehler, che mi ha trasmesso l’arte del gioco, un gioco serissimo, con regole precise”.
C’è un episodio che ancora la sorprende?
“Sì, ma non posso mostrarlo: mi è stato vietato legalmente. Mi finsi un emissario russo legato al gioco d’azzardo e arrivai a ottenere la promessa di modificare una legge sui casinò in cambio di finanziamenti politici. Una storia che non verrà mai raccontata perché, se venisse alla luce in un Paese civile – quale il nostro non è -, farebbe cascare il governo”.
Lo spettacolo racconta anche l’impatto di queste esperienze sulla sua famiglia. Quanto è stato complesso portare in scena qualcosa che coinvolge affetti così intimi?
“È stato delicato. Racconto soprattutto il rapporto con mia moglie Fiamma, che mi ha sostenuto in tutto. Senza di lei non avrei potuto fare nulla. Carolina Di Domenico è perfetta per interpretarla, per la sua sensibilità. E poi c’erano i nostri quattro figli: è stata una follia vissuta insieme”.

