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La lunga strada verso la parità: tra storia, miti e impegno concreto

La lunga strada verso la parità: tra storia, miti e impegno concreto
La mimosa simbolo della Giornata della donna

Dalle origini politiche negate alle iniziative aziendali di oggi: la Giornata della donna non è solo un simbolo, ma un promemoria quotidiano che il cambiamento si costruisce tutto l’anno

L’8 marzo 2026 non è stato solo il giorno delle mimose o degli auguri veloci sui social. Per chi guarda oltre i fiori gialli, la Giornata internazionale della donna ha avuto un peso enorme: è stata un’occasione per fare il punto su quanta strada sia stata fatta e quanta ne manchi ancora per arrivare a una vera parità tra i generi. L’Italia si è mossa tra mostre, piazze gremite di gente e iniziative all’interno delle aziende evidenziando che, sebbene i diritti delle donne non siano ancora rispettati appieno, vi è una consapevolezza crescente. Perché una società che funziona davvero sa guardare avanti senza lasciare indietro nessuno e perché se la parità di genere non c’è ancora, il problema non riguarda solo le donne.

Giornata della donna la mistificazione delle origini

Per capire il senso profondo di questa giornata, bisogna innanzitutto fare pulizia tra i tanti racconti sbagliati che circolano da anni. Spesso si sente dire che l’8 marzo sia nato per ricordare un incendio scoppiato nel 1908 in una fabbrica di New York. In realtà, come spiegano gli storici, questo evento non è mai esistito: è una leggenda metropolitana inventata negli anni ’50 per nasconderne le origini politiche. Il dramma vero, documentato storicamente, successe invece il 25 marzo 1911 alla Triangle Shirtwaist Factory di New York. In quel rogo morirono 146 persone, tra cui 123 donne, moltissime delle quali erano ragazze giovanissime e immigrate, anche italiane. Quell’evento fu terribile e spinse a cambiare le leggi sul lavoro, ma la Giornata della donna era già nata prima, spinta da chi lottava per il voto e la libertà.

Il contributo di Clara Zetkin

Le vere “madri” di questa data sono donne come Clara Zetkin, una politica tedesca che dedicò la vita all’uguaglianza. Nel 1910, durante una conferenza a Copenaghen, la Zetkin propose di creare una giornata internazionale per unire le forze di tutte le donne. Scriveva sulla rivista Die Gleichheit (L’Uguaglianza) e ripeteva che i diritti delle donne non fossero regali, ma andassero conquistati “con le proprie mani”. Zetkin fu una figura fondamentale: deputata al Reichstag e fiera oppositrice del nazismo, credeva che l’emancipazione femminile dovesse passare per la lotta sociale. La data dell’8 marzo divenne poi il simbolo definitivo grazie alle donne di San Pietroburgo: nel 1917 scesero in strada per chiedere “pane e pace”, innescando la rivoluzione che avrebbe portato, di lì a poco, alla caduta dello zarismo. Solo nel 1977 l’ONU ha ufficializzato la ricorrenza con la risoluzione 32/142, invitando tutti i Paesi a festeggiare i diritti delle donne e la pace internazionale.

La Giornata in Italia

In Italia la strada è stata lunga. Nel 1945 l’UDI (Unione donne in Italia) portò l’8 marzo nelle zone liberate e nel 1946 scelse la mimosa come simbolo ufficiale. Fu una scelta pratica: era un fiore che costava poco e fioriva proprio a marzo. Poi vennero gli anni ’70, il tempo delle grandi battaglie civili. Manifestazioni molto partecipate, come quella del 1972 a Roma con 20.000 persone, chiedevano il divorzio e l’autodeterminazione. Oggi, nel 2026, lo stesso spirito vive ancora: l’obiettivo è dire basta alla violenza e alle disparità socio-economiche che frenano ancora le scelte e le opportunità delle donne.
In questo scenario, anche il mondo del lavoro sta cambiando. Le aziende hanno capito che non possono limitarsi a celebrare con slogan e post sui social. Eni, ad esempio, ha preso una posizione netta: ogni forma di violenza o molestia è inaccettabile, sempre. Per questo ha lanciato Free to be, un programma di comunicazione che affronta il tema delle molestie e racconta l’impegno costante dell’azienda nel creare una rete di supporto attorno alle donne. Non è un progetto di un giorno, perché la violenza è un problema che riguarda tutti, ogni giorno dell’anno, e richiede una risposta collettiva che parta proprio dall’ambiente professionale.

Contro la violenza di genere: le iniziative di Eni

Il cambiamento passa inevitabilmente per l’educazione e la sensibilizzazione. Per questo motivo Eni si impegna ad istituire programmi di prevenzione della violenza e delle molestie sul lavoro e offre a chi lavora in azienda il corso Zero Tolerance, uno strumento essenziale per prevenire, riconoscere e gestire le molestie sul luogo di lavoro. Ma l’impegno esce anche dai confini degli uffici. Grazie a una collaborazione tra Enilive e l’associazione DonneXstrada, è nata la guida digitale Ti riguarda!, diffusa su circa 3.000 stazioni di servizio sul territorio italiano, che include anche un’attività di formazione rivolta ai gestori al fine di informarli e sensibilizzarli su come riconoscere e contrastare episodi di violenza contro le donne. Le Enilive station si trasformano così in safe points, dove chi si sente minacciata può trovare aiuto immediato e protezione. È un modo per creare una comunità più attenta e unita, dove nessuna donna debba sentirsi sola mentre cammina per strada.

Eni ha attivato inoltre per i propri dipendenti un numero verde per offrire consulenze gratuite e confidenziali, che vanno dal supporto psicologico ai consigli legali, garantendo la massima riservatezza a chi ne ha bisogno. Contemporaneamente, l’azienda promuove con forza il 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, presidiato da operatrici specializzate. Esistono persino nuove linee guida specifiche per la sicurezza negli hotel durante i viaggi di lavoro e collaborazioni con Fondazione Onda per sostenere le donne vittime di abusi. Queste misure dimostrano che la tutela non deve fermarsi alla soglia dell’ufficio, ma deve coprire ogni aspetto della vita della persona.

L’esigenza di una risposta costante

L’8 marzo 2026 insegna che il progresso non è un’idea ferma nei libri di storia, ma si costruisce con gesti quotidiani e scelte aziendali coraggiose. Dalle prime lotte di Clara Zetkin ai progetti sociali e tecnologici di oggi, il messaggio resta lo stesso: la violenza sulle donne richiede una risposta costante. Non basta celebrare la ricorrenza una volta l’anno, bisogna agire concretamente attraverso la formazione e le alleanze tra persone, associazioni e grandi imprese. Trasformare la solidarietà in un’abitudine è l’unico modo per far sì che i diritti non siano solo un simbolo per 24 ore, ma la normalità per tutto l’anno. Unendo la memoria delle lotte passate alle azioni di oggi, si può finalmente sperare in un futuro in cui il rispetto non sia più una conquista faticosa, ma il fondamento naturale di ogni rapporto umano, professionale e sociale.

Cristiana Bentivegna, Elisa Bonanno, Samantha Manno, Aurora Rundo, Chiara Savoca, Chiara Trovato
Istituto tecnico “R. L. Montalcini” – Gagliano C.to