La Pa teme il personale qualificato, i precari si smaltiscono bandendo i concorsi - QdS

La Pa teme il personale qualificato, i precari si smaltiscono bandendo i concorsi

Carlo Alberto Tregua

La Pa teme il personale qualificato, i precari si smaltiscono bandendo i concorsi

martedì 15 Ottobre 2019 - 00:00

Tutti i giorni sui quotidiani, in radio, televisione e nei social media, uno dei temi ricorrenti con maggiore insistenza riguarda la stabilizzazione dei precari.
Si tratta di una manfrina stomachevole basata però su un’importante questione umana: il bisogno di trovare lavoro e occupazione per soddisfare le necessità primarie di ogni persona. La questione dei precari è conseguente alla cattiva politica che ha fatto del clientelismo la calamita per attrazione dei voti. Più le persone hanno bisogno e più i politici propongono lo scambio col voto.
Ecco perché la questione dei precari non finirà mai finché vi sarà questa mentalità politica basata sullo scambio.
Come si formano i precari? Assumendo persone a tempo determinato, a corto, medio o lungo periodo, perché in quel momento si fa balenare un bisogno; poi, tali precari continuano a restare in organico magari per anni; infine, si prospetta la necessità di doverli assumere stabilmente perché senza loro gli enti pubblici non potrebbero andare avanti.

Tutto giusto? Per niente. Il meccanismo perverso ha una fondamentale violazione della Costituzione laddove, all’articolo 97 prevede che nel pubblico impiego si entra mediante i concorsi salvo eccezioni. I cattivi politici hanno fatto diventare le eccezioni una regola, cosicché hanno “inventato” il precariato.
Tale precariato, come è noto, nel sistema delle imprese non esiste. Vi possono essere eccedenze che vengono coperte con la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, eccedenze che poi vengono smaltite non appena il ciclo economico riprende vigore.
Da qualche parte politica (in malafede) si sostiene che una volta stabilizzati i precari, le liste si esauriscono e non vi sarà più nessuno da stabilizzare. Mentono. Perché mentre vengono smaltiti i nominativi negli elenchi, entrano altri a rimpolpare gli stessi elenchi. Si tratta di una vite senza fine perché non arriva mai il punto di pareggio.
Opposto sarebbe il comportamento del ceto politico se applicasse senza tentennamenti il già citato articolo 97 delle Costituzione, cioè mettendo a concorso i posti necessari.
Ovviamente i concorsi non potrebbero essere riservati tutti ai precari, in quanto almeno al 50% dei posti disponibili potrebbe partecipare chi non è in organico degli enti. E questo al clientelismo non serve, anche perché tra coloro che non sono in organico ma partecipano ai concorsi, vi sono persone preparate che vincerebbero a mani basse anche il confronto con coloro che sono assunti a tempo determinato.
I concorsi, per quanto possano esservi le raccomandazioni, fanno comunque una selezione e accertano in qualche misura le competenze dei partecipanti.
Chi vince un concorso pubblico è sicuramente qualificato più del precario entrato nella Pa per raccomandazione. Ma è proprio questo che temono i cattivi politici. Che la burocrazia possa migliorare per qualità professionali con l’immissione di dipendenti capaci che hanno vinto i concorsi.
Non sembri un paradosso: questo ceto politico, ignorante e parzialmente corrotto, preferisce avere alle proprie dipendenze dirigenti e impiegati pubblici di scarso valore, almeno nella media, piuttosto che molto validi.

La questione che affrontiamo non è di poco conto, anzi direi che è l’analisi del quarto cancro del Paese: la burocrazia.
In questo calderone non possiamo omettere di ricordare i dipendenti delle novemila partecipate pubbliche, assunti quasi sempre con metodo clientelare, che prescinde dalle loro qualità professionali.
Poi, ben inteso, non si fa di tutta l’erba un fascio, per cui tra tanti assunti in tal modo vi sono persone preparate e anche per bene, che non costituiscono però la media generale.
Occorre dunque un ritorno massiccio ai concorsi, in tutti i settori della Pa e a tutti i livelli, Stato, Regioni, Enti locali e partecipate, le quali dovrebbero essere liquidate per fare rientrare le loro attività in quelle istituzionali degli enti stessi.
Sappiamo che quanto indicato fa venire il mal di pancia a questo ceto politico e per questo che gliene auguriamo uno ancora più forte, che almeno lo faccia soffrire.

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