Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
Questi intensi versi, tratti da Foglie di Giorgio Caproni, sanno restituirci tutta la precarietà che contrassegna lo stare al mondo degli uomini. Nelle potenti pagine del filosofo e musicologo Vladimir Jankélévitch, il fiore della steppa, poeticamente appellato la fidanzata del vento, intercetta compiutamente il nostro vivere malcerto. Si tratta, infatti, di un fiore, la cui delicatezza è tale, che si radica solo fugacemente alla terra, basta un refolo di vento per strapparlo via. Ma il problema non è la nostra strutturale mancanza, la nostra transitorietà, un fatto di accecante evidenza, ma cosa ne facciamo di questa mancanza, come sappiamo starne all’altezza, quali opportunità della vita sappiamo cogliere.
Scrive un finissimo pensatore come Michel de Certeau: “La mancanza non è vacuità, al contrario è ciò che ci costruisce. La separazione non è un vuoto, ma ciò che muove il nostro sapere, la nostra conoscenza, e li trasforma dall’interno. È in questo momento che si ha accesso al sapere amoroso, al sapere tout court. La vera conoscenza è ciò che non smette di venir modificato da una mancanza indimenticabile. Non è materia di opzione! La questione concerne piuttosto ciò che manca, ciò che non proviamo come mancanza nella vita professionale, politica o personale, e, d’altra parte, ciò che ce ne facciamo di questa mancanza, ovvero l’attività ch’essa suscita”.
Qui sta il punto, la questione cruciale: la mancanza non si configura come un vuoto statico, non rinvia all’esperienza immobile e impotente di una vita mai completabile, compiuta, colmata, semmai si rivela come potenza a essere, creatività, energia esistenziale, capace di animare tutta la scena del nostro vivere. Tutto questo ha un nome: inquietudine. L’uomo, infatti, è un essere costitutivamente aperto, inquieto, chiamato a incarnare, a testimoniare la propria vocazione, la voce, il desiderio che lo abita, a dare testimonianza di fedeltà alla vita.
Si tratta di una fervida attesa che la “pietra si degni di fiorire”:
L’autunno mi mangia la sua foglia dalla mano: siamo amici.
Sgusciamo il tempo delle noci e gli insegniamo a
camminare:
il tempo fa ritorno nel guscio.
Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca dice il vero.
Il mio occhio scende al sesso dell’amata
ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,
dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio di sangue della luna.
Abbracciati alla finestra, ci guardano dalla strada:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra si degni di fiorire,
che all’inquietudine batta un cuore.
È tempo che sia tempo.
È tempo.
(Paul Celan)

