La professione di giornalista è diventata sempre più difficile persino per chi la svolge da parecchi decenni e non sempre in condizioni agevoli. Se la si svolge in maniera politicamente corretta, il “Palazzo” ti ama, ma la gente non ti legge o non ti ascolta, perché capisce che quello che dici non è del tutto vero, o comunque è molto “filtrato”. Se la svolgi in maniera schierata, ti leggono solo quelli che la pensano come te, poiché gli altri fanno la stessa cosa in maniera uguale e contraria. Se provi a dire come stanno i fatti, gli editori, non tutti ovviamente, non ti assumono o ti licenziano, perché gli fai perdere la pubblicità o le relazioni sociali necessarie a mandare avanti la baracca, ecc…
Insomma, la professione di giornalista è sempre più difficile, ma la colpa non è solo dei lettori troppo esigenti o malfidati, né degli editori troppo tirchi o troppo preoccupati, e sono tanti, o troppo “interessati”, poiché un po’ di responsabilità è anche di chi ha deciso di rinunciare a descrivere le notizie per quello che sono, preferendo raccontare ai lettori non quello che hanno visto e sentito, come dovrebbe fare un buon cronista, bensì quale sia la loro opinione in materia.
Fatti contro opinioni: il nodo dell’informazione
Fare il giornalista sostituendo i fatti con le opinioni è più facile, è più comodo, è meno rischioso, ma soprattutto consente di “legare l’asino dove vuole il padrone”. Aver “elevato” a informazione oggettiva la propria opinione ha significato trasformare in opinionisti tutti, chiunque, anche quelli che non conoscono i fatti e si limitano a dire la loro opinione, talvolta disinformata, su qualsiasi argomento.
Insomma, quando il giornalista rinuncia a raccontare ciò che è la realtà, sia pure per quello che può, e preferisce esprimere opinioni proprie o di altri, cioè più o meno commissionate, si trasforma nel più grosso alleato dei propri avversari professionali, poiché apre per costoro un enorme deserto informativo, nel quale collocare qualsiasi cosa, anche le più evidenti bufale.
Il deserto informativo e il rischio delle bufale
Il deserto, pero, lo sanno tutti, è pieno di serpenti che non chiedono il permesso per mordere, che non aspettano la velina, che non esprimono opinioni sostituendole ai fatti, che non ammiccano nei confronti dei potenti di turno, loro mordono e basta!
Ora non dico che il giornalista debba mordere sempre e comunque, mi limito soltanto a dire che deve avere l’onestà intellettuale di raccontare ciò che ha visto o ciò che ha sentito, rispettando i protagonisti dei vari fatti ma pure i lettori, che hanno il diritto di sapere come sono andate le cose.
Redazioni ridotte e fine delle inchieste
Non so se si arriverà a tanto. Non lo so perché le redazioni costano e per questo si rimpiccioliscono. Le piccole redazioni con pochi giornalisti non hanno né la possibilità, né la struttura per dedicare tempo alle inchieste, perché le inchieste richiedono impegno, pazienza e risorse adeguate. Nessuno, infatti, è disponibile a svolgere un lavoro, a volte rischioso, per pochi, a volte pochissimi euro, come purtroppo accade oggi.
Questa situazione, al momento, non sembra interessare la categoria dei giornalisti, molti dei quali sprecano la loro speranza di poter svolgere adeguatamente la professione, e ovviamente non sembra interessare gli editori o gli inserzionisti, soprattutto quelli con la “coda di paglia”.
Falsa informazione e falsa democrazia
Quel ch’è peggio, però, è che la situazione descritta sembra che non interessi nemmeno i lettori, che si accontentano di quello che trovano, magari senza chiedersi se quello che trovano sia o meno la verità dei fatti.
C’è una cosa che, però, dovrebbe far pensare: la falsa informazione rappresenta la naturale alleata della falsa democrazia e la falsa democrazia rappresenta l’anticamera della falsa libertà. Alla libertà dovremmo tenere tutti e invece sembra che non sia così e se non lo è per gli addetti ai lavori, per i giornalisti, per gli editori, per gli inserzionisti, che guardano al profitto, si può pure comprendere ma non giustificare, non dovrebbe esserlo invece per i lettori, per i radioascoltatori e per telespettatori, che dovrebbero avere tutto l’interesse di sapere come stanno le cose e di non essere menati per il naso.

