La Regione non faccia l’imprenditrice, il fare ai privati il controllo al pubblico - QdS

La Regione non faccia l’imprenditrice, il fare ai privati il controllo al pubblico

Carlo Alberto Tregua

La Regione non faccia l’imprenditrice, il fare ai privati il controllo al pubblico

venerdì 06 Dicembre 2019 - 00:00

In queste settimane è stata comunicata da parte della Regione siciliana l’intenzione di insediare impianti produttivi di biogas a gestione pubblica, utilizzando i rifiuti solidi urbani. Ci sembra un’ipotesi insensata, non praticabile, non attuabile in tempi europei e, soprattutto, senza alcun costrutto. Ci spieghiamo meglio.
La Regione siciliana ha costituito in questi decenni oltre trenta società per azioni di cui detiene il controllo parziale o totale.
Una di esse, per esempio la Resais Spa, è un vero luogo di parcheggio di tanti dirigenti e dipendenti che non hanno alcun obiettivo né altro da fare. Molte delle società partecipate costituite dalla Regione risultano oggi in liquidazione, ma nessuna di queste è arrivata al capolinea.
La conseguenza è che la Regione continua a erogare somme a fondo perduto perché tali partecipate non solo non producono reddito, ma diseducano i propri dipendenti e dirigenti che vengono pagati nonostante non conseguano alcun risultato né economico né sociale.

Altro buco nero della Regione siciliana è l’Istituto Autonomo Case Popolari, che amministra decine di migliaia di immobili in pura perdita attraverso i propri enti provinciali. Sul suo andamento stiamo procedendo con un’inchiesta accurata che metta in luce il suo funzionamento, ovvero il suo malfunzionamento.
La Presidenza della Regione ha comunicato che vuole presentare una riforma perché vi sia un ente unico. La questione, però, non è che tutto il settore venga amministrato da più enti o da uno solo; riguarda le modalità della gestione, cioè l’utilizzo di criteri di efficienza ed efficacia per massimizzare le risorse pubbliche impiegate, offrendo a tutte le famiglie che usufruiscono dell’alloggio popolare i servizi migliori.
Inoltre, nella riforma dovrebbe essere prevista l’intolleranza verso tutti quei meccanismi perversi costituiti dalle sublocazioni illegali ed altre situazioni illecite che non emergono perché ben nascoste.
Anche sul fronte turismo, la Regione siciliana sta provando in tutti i modi, ma con scarsi risultati, a risollevare le sorti dei complessi termali di Sciacca (Ag) e Acireale (Ct).
Dunque, la Regione vuole continuare ad allargare la sua attività imprenditoriale, attività che non sa fare visti gli scadenti risultati. E perché non rinunzia a fare tale attività? Forse perché così può alimentare il clientelismo sotto forma di assunzioni di favore e di gestione di risorse finanziarie, che potrebbero essere impiegate in modo molto più efficiente.
In questo quadro ricordiamo che esiste un altro carrozzone regionale denominato Irsap, il quale ha la funzione di gestire le undici aree industriali che sempre di più si desertificano, a dimostrazione del retrocedere continuo del tessuto economico siciliano.
Sotto questo profilo, la disponibilità di spazi è immensa e quindi la Regione non avrebbe alcuna difficoltà a utilizzarli per insediare impianti per la produzione di biogas.
In questo quadro nebuloso non è ancora chiaro dove dovrebbero prendersi le risorse finanziarie e quale forma dovrebbero avere le aziende pubbliche per diventare apparati industriali, né quali risorse manageriali dovrebbero farle funzionare.

In ciò che stiamo descrivendo – trattasi di fotografie, non di opinioni, di fatti, non di congetture – vi è un errore di fondo valido in tutto il mondo tranne che in Sicilia e cioè che le istituzioni devono progettare, fare scelte che si dicono politiche, prendere decisioni e poi trasferirle al mercato affinché altri soggetti le facciano funzionare.
Attività produttive che l’ente pubblico non è capace di esercitare, perché non ha uomini, né mezzi, né mentalità ed invece dovrebbe lasciar fare a chi ha le competenze.
L’ente pubblico dovrebbe adottare tutti gli strumenti necessari per controllare la qualità e la quantità dell’attività del settore privato: una netta distinzione fra le imprese delegate che devono fare l’attività economica ed il settore pubblico che le deve controllare perché funzionino secondo programmi precisi con obiettivi determinati e tempi di realizzazione non dilatabili.
il settore pubblico che vuole fare il privato ha creato tanti disastri nella nostra economia. È ora di smetterla e di eliminare la confusione dei ruoli fra pubblico e privato perché il sistema ricominci a funzionare.

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