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La Sicilia nel cuore e nel destino, Giuseppe Zeno racconta una storia d’amore che viene da lontano

La Sicilia nel cuore e nel destino, Giuseppe Zeno racconta una storia d’amore che viene da lontano
Giuseppe Zeno

Il celebre attore nel cast di “A casa tutti bene”, in scena da oggi al 18 gennaio all’Abc di Catania

Le estati sul peschereccio del padre, la fatica degli inizi, la popolarità raggiunta grazie alla tivù dove sbanca in ascolti. Volto tra i più amati dal grande pubblico, Giuseppe Zeno torna a calcare le tavole del palcoscenico con “A casa tutti bene”, affiancato da Anna Galiena e un cast di attori straordinario. Lo spettacolo, prodotto da Best Live in coproduzione con il Teatro Stabile d’Abruzzo e distribuito da Terry Chegia, segna il debutto alla regia teatrale di Gabriele Muccino, che ne firma anche la sceneggiatura con la collaborazione di Marcello Cotugno e Irene Alison, con le musiche di Nicola Piovani. La prima nazionale della tournée verrà rappresentata da domani al 18 gennaio 2026 all’Abc di Catania.

La vicenda è ben nota. Le dinamiche restano le stesse, emotivamente impattanti, del film.
“Emergono conflittualità di non detti e tanta polvere sotto al tappeto che viene risollevata nel momento in cui gli undici personaggi, dovendo convivere nello stesso luogo, sono inevitabilmente costretti a confrontarsi l’uno con l’altro dando fondo a tutte le loro riserve”.

Che personaggio porta in scena?
“Interpreto Carlo e mi diverto, perché è un personaggio foriero di tantissima materia emotiva. Tuttavia le sue caratteristiche non mi appartengono: ho una vita totalmente diversa, non sarei così impulsivo nelle situazioni. Un attore non porta in scena sé stesso, ma – sulla base delle proprie esperienze – qualcosa che poi va ricolorato, rimodellato”.

Come si passa dall’Istituto tecnico nautico all’Accademia d’arte drammatica?
“Con un treno a seicento chilometri di distanza. Avevo le idee chiare fin da subito ma, per accedere a un corso accademico, serviva un diploma di scuola superiore. Così, preso il diploma all’Istituto tecnico nautico, potevo scegliere l’Accademia militare e diventare un alto grado della Marina militare, oppure optare per la vita da marinaio civile come comandante di nave mercantile o da crociera”.

Ha scelto il teatro, l’ha imparato in Calabria.
“C’è qualcosa di ancestrale, una ritualità come nella pesca: ti alzi la mattina, raggiungi il luogo della battuta di pesca, tiri giù le reti ma non sai cosa ti aspetta. E, quando le tiri su e la pesca è andata bene, sei soddisfatto. Così è il teatro, con la magia che si ripete”.

È sempre la sua ‘zona franca’?
“La ‘zona franca’ credo non esista. La scopri in corsa, quando tutto a un tratto ti si accende quella lampadina, quando senti qualcosa nello stomaco e ti dice che è giusto ciò che stai facendo. Il teatro ti dà maggior possibilità di far emergere la tua personalità, l’autorialità dell’attore che diventa artefice di quanto sta portando in scena”.

Non è più soggetto a manomissioni.
“Non come con la macchina da presa dove tutto rimane cristallizzato. Magari sul set hai un guizzo legato all’istinto, alla percezione di quello che stai facendo, però poi in sala di montaggio, per esigenze di tempi, oppure legate alla visione registica o dell’autore, non viene inserito. In teatro, invece, ogni sera hai la straordinaria opportunità di andare ancora più a fondo nelle radici emotive del personaggio, di percorrere e di creare uno scambio sempre maggiore con il collega o con la collega con cui ti ritrovi a interagire sulla scena”.

Le è capitato spesso di avere scambi di vedute anche con Gabriele Muccino?
“Non solo per ‘A casa tutti bene’! Mi confronto sempre con i registi, soprattutto quando faccio teatro, ma anche quando affronto un testo legato alla macchina da presa. Non riesco ad andare lì a esibire in maniera robotica quello che mi viene detto, perché altrimenti non si muove niente dentro”.

Restando in tema di esibizione, da Il paradiso delle signore a Mina Settembre e Blanca, lei viene regolarmente descritto come un sex symbol. Si ritrova nella definizione?
“È un aspetto che non ho mai evidenziato, neanche quando avevo la tartaruga addominale scolpita. Bene inteso, non ho paura a mostrarmi, ma lo faccio se è giustificato all’interno del contenuto. Pur essendo un uomo che cura l’aspetto fisico, nel senso atletico del termine – perché ritengo che chi fa un lavoro come il nostro debba necessariamente tenersi in forma – non mi piace ostentare e di certo non mi interessa venire considerato un sex symbol. Altrimenti avrei scelto un altro tipo di carriera”.

Che rapporto ha con il successo?
“Buonissimo! Tuttavia è un verbo che non amo particolarmente perché si coniuga al passato, quando invece credo che il nostro lavoro vada svolto in termini di proiezione futura. Ricordo la grandissima popolarità che mi diede ‘L’onore e il rispetto’, parliamo del 2006, e anche ‘Gente di mare’, ‘Assunta Spina’, ‘Il clan dei camorristi’. Sono anni che ricopro ruoli da protagonista, però non mi sono mai adagiato sul successo. Né mi sono mai tirato indietro rispetto alla possibilità di intraprendere un percorso altrettanto entusiasmante affiancando anche delle colleghe, a patto che la sceneggiatura fosse buona, che ci fosse dietro un bel testo. E, ringraziando Dio, quei lavori sono andati tutti molto bene”.

Per il futuro?
“Mi piacerebbe lavorare, come sta accadendo adesso al teatro, con qualcosa che abbia una valenza decisamente autoriale, che mi permetta di esprimere delle corde che io – non per presunzione ma per esperienza acquisita e consapevolezza dei miei mezzi – penso di non avere ancora espresso. O perché non è capitata l’occasione o perché comunque mi è stata preclusa la possibilità”.

Lavorare significa saper dire anche di no. Ne ha detti tanti?
“Qualche no l’ho detto e non me sono pentito, perché poi ascolto molto lo stomaco, le sensazioni. A volte, qualche no l’ho pure pagato”.

Con i tempi che corrono, è diventato un lusso per pochi.
“Oggi gli artisti vivono una condizione estremamente precaria, per tutta una serie di situazioni tra cui certamente la crisi del cinema. Si produrrà sempre meno, e allora quanti ‘no’ si possono dire?”.

Invece il suo ‘sì’ è stato per una splendida catanese, sposandola a Ortigia. Un legame profondo, quello con la Sicilia, che ha origine proprio a Siracusa.
“La Sicilia era nel mio destino. Anche sul piano professionale. Se dovessi pensare al lancio vero della mia carriera, trovo che sia stato a Siracusa, quando partecipai al Premio Salvo Randone come allievo di una delle prime cinque Scuole di arte drammatica nazionale. Lì fui notato da un collaboratore di Patroni Griffi, il quale mi chiamò per uno spettacolo con Sebastiano Lo Monaco, che ebbe molto successo. C’era anche una casting in giuria… Alla fine, feci il provino per la serie ‘Gente di mare’”.

Quanto a Catania, invece?
“Ho un rapporto splendido con Catania e con l’Abc in particolare, dove ho già avuto due collaborazioni bellissime in passato e non vedo l’ora di tornare a calcare quel palcoscenico. Il suo pubblico è straordinario, a tal punto da farlo annoverare tra i teatri italiani con il maggior numero di abbonati. Pensate a quanta passione, quanta attenzione e tradizione ci siano dietro per ottenere un simile risultato! Debuttare a Catania con questo nuovo spettacolo è un’emozione in più. Mi verranno a vedere gli amici e i parenti. Sarò veramente a casa”.

Tra gli affetti familiari e i risultati in campo professionale, alla soglia dei cinquanta, Giuseppe Zeno ha trovato il suo posto al sole?
“Il sole gira, devi conoscere i suoi movimenti, lo devi inseguire. Nel momento in cui ti senti sicuro del tuo bel posto al sole, rischi dopo dieci minuti di scomparire nell’ombra”.