Nel corso della legislatura, la deputazione regionale non è stata immune all’attività investigativa e giudiziaria. Il paradosso, purtroppo, è che alcuni dei deputati raggiunti da avvisi di garanzia o richieste di arresto fossero anche componenti della Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia.
All’interno della commissione speciale dell’Ars, alcuni componenti sono accusati delle ipotesi di reato, a vario titolo, di rapporti di scambio politico-mafioso e di corruzione. Esattamente ciò su cui avrebbero dovuto vigilare. Inoltre, dalla prima espulsione occorsa parecchi mesi fa, fino all’ultima e recente uscita con il deputato Michele Mancuso, la Commissione antimafia e anticorruzione regionale si era ridotta a soli otto componenti con anche un lieve sbilanciamento nella sua composizione. Tre infatti sono a oggi del Partito democratico, tra i quali il presidente Antonello Cracolici, due del Movimento 5 Stelle e in quota maggioranza solo due deputati di Forza Italia e una del gruppo Misto aderente a Noi Moderati.
Occorrono nuove nomine di deputati in Commissione
I deputati autosospesi e quelli espulsi dalla Commissione hanno piena garanzia sulla presunzione di innocenza fino a ultimo grado di giudizio, e avranno modo di difendersi mantenendo nel frattempo la carica di deputati fino al calare della scure normativa che ne interdirà la funzione. La Commissione però deve proseguire con la propria attività ispettiva e di inchiesta, e il territorio regionale offre un carico di lavoro quotidiano forse troppo pesante per soli otto deputati. Il limite alla ricostituzione della composizione completa in Commissione era però dovuto al preventivo accordo dei partiti per i rispettivi gruppi parlamentari, quindi per i deputati da proporre quali componenti di Commissione.
Sul perché la Commissione era – numericamente – così ridotta, il presidente Antonello Cracolici fornisce una spiegazione chiara: “Intanto perché abbiamo stabilito, con un regolamento approvato dalla stessa Commissione, che tutti quelli che hanno un rinvio a giudizio o una misura cautelare connessa a reati specifici, previsti tra l’altro da una legge dello Stato che è la Severino, non potessero più far parte della Commissione antimafia. Quindi non aspettiamo l’esito dei processi. Già il rinvio a giudizio, cioè l’essere sottoposto a un procedimento giudiziario, determina un’inopportunità che abbiamo regolato facendo decadere i componenti”.
Turnover di deputati nell’Ars
Nell’Ars, dove anche lo scranno più alto, quello della Presidenza, dovrà chiarire la propria posizione in un’aula di Tribunale per ipotesi di reato mosse a suo carico, c’è stato un turnover di deputati per ragioni diverse e non tutte legate a specifici reati o ipotesi di reato. Sulle composizioni delle Commissioni però, che non prevedono decadenze per ordine di altro potere dello Stato e quindi inserimento del primo dei non eletti, la ricostituzione è andata per le lunghe. “La Commissione antimafia non è un luogo dello spirito, è un luogo della rappresentanza – spiega Cracolici – e ogni partito ha diritto a indicare i propri esponenti, e spetta ai partiti e ai gruppi parlamentari decidere chi indicare; io non posso agire sulle caratteristiche delle persone”. C’è però una morale, secondo il presidente Cracolici: “Questa vicenda ci insegna che dobbiamo essere ancora più rigorosi”.
A breve le nuove nomine in Commissione
Dopo svariate sollecitazioni, anche o soprattutto del presidente Cracolici che ha in qualche circostanza alzato il tono perfino in Sala d’Ercole, pare che si sia trovata l’intesa nei rispettivi gruppi parlamentari. “La Presidenza dell’Ars, anche su mia sollecitazione, ha chiesto a tutti i gruppi che hanno perso il proprio rappresentante di indicare il deputato che sarà nominato membro della Commissione antimafia”. Le nomine dovrebbero avvenire già nel corso della prossima settimana, salvo variazioni di programma, a breve distanza da un importante anniversario correlato alla Commissione in oggetto: 50 anni dalla relazione Antimafia di minoranza.
“Cinquant’anni sembrano cinquanta secoli – dice Cracolici – ma in realtà è un periodo breve della storia. Fino a cinquant’anni fa la mafia non era considerata tale, addirittura non esisteva il reato di associazione mafiosa. Quella relazione, al di là di quello che vi era scritto, rappresentò un metodo inedito per la storia d’Italia: per la prima volta si scrisse in un atto parlamentare che la mafia era un sistema criminale, che aveva in sé la natura di potere criminale, cioè un potere fatto di relazioni, di connivenza, di infiltrazione del sistema politico.
Questo avvenne appunto cinquant’anni fa e da lì si aprì poi la strada per arrivare alla legge Rognoni-La Torre, riconoscendo l’associazione mafiosa per colpire gli arricchimenti illeciti dei mafiosi. Fu una rivoluzione, perché ripeto: la mafia c’è da moltissimi anni ma la lotta alla mafia è una strategia molto giovane, che questo Paese ha inaugurato soltanto dopo fatti di sangue gravissimi. Ricordo – conclude Cracolici – che la stessa legge Rognoni-La Torre fu approvata dopo l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, in pochi giorni, così come dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino nacque il 41 bis, cioè il carcere duro per i mafiosi”.
Cracolici: “Il mafioso non teme il carcere, ma che gli venga toccato il patrimonio”
Dalla 43esima marcia antimafia Bagheria-Casteldaccia, cui il presidente della Commissione antimafia regionale ha partecipato, nel corso dell’intervista Antonello Cracolici ha sottolineato un aspetto delicato sul fronte della lotta alla mafia: “Io dico sempre che l’Italia ha la legislazione sul contrasto alle mafie più avanzata del mondo, non solo in Europa, anche se purtroppo nata nel sangue degli eroi del dovere; detto questo, è chiaro che bisogna aggiornare, avere consapevolezza che come cambia il sistema economico cambia anche l’interesse della criminalità.
Quello che mi preoccupa è che spesso, nel dibattito sul tema, sembra che la mafia sia stata un fenomeno di emergenza e siccome non c’è più l’emergenza dobbiamo anche rivedere gli strumenti di contrasto. Faccio un esempio: sono depositati in Parlamento disegni di legge che chiedono di modificare, di rivedere lo strumento delle visure patrimoniali. Parliamoci chiaro, il mafioso non teme il carcere, quello che teme è che gli si colpisca il patrimonio”.
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